Macbeth

Macbeth (UK, 2015)
di Justin Kurzel
con Michael Fassbender, Marion Cotillard, Jack Reynor, David Thewlis

Se c’è un singolo filo conduttore che lega Snowtown, placida, angosciante, ruvida, quasi documentaristica cronaca di una famosa tragedia australiana, e Macbeth, è la passione di Justin Kurzel per la recitazione basata sulla voce bassa, i grugniti, l’espressione quasi animalesca della personalità, con improvvisi scatti d’ira e momenti di furia. C’è ovviamente anche altro, ma questo aspetto spicca forse anche perché Macbeth vi unisce l’inglese shakespeariano e l’accento scozzese, generando un borbottio che a tratti perfino parecchi spettatori madrelingua hanno ammesso di interpretare a fatica. D’altra parte, Kurzel è anche un fantastico direttore di attori, che qui tira fuori da Fassbender, Cotillard e tutti gli altri interpretazioni pazzesche, capaci di comunicare con gli occhi, il corpo, le movenze, tutta la furia delle devastanti emozioni che vivono nei loro personaggi.

L’interpretazione di Marion Cotillard, ovviamente, è impressionante anche per il fatto di stare recitando in una lingua non sua, ma il modo in cui trasmette quello strano miscuglio di lucido calcolo, disperazione e rabbia ha dell’incredibile. E non è comunque da meno Michael Fassbender, che sembra nato per questo ruolo e comunica in maniera meravigliosa l’altalena d’insicurezza, arroganza, crudeltà e ambizione che definiscono il personaggio. Attorno a loro si sviluppa un film che unisce la filologia dell’ambientazione medievale scozzese, una volta tanto rispettata anche nella scelta delle location, a un’interpretazione molto moderna sul piano visivo e in alcune rielaborazioni a livello di sceneggiatura, per esempio nel tentativo abbastanza riuscito di dare maggior sostanza al personaggio di Lady Macbeth.

Dove però Kurzel lascia veramente di sasso è nella pazzesca carica visiva che riesce a tirar fuori, magari intuibile nella sua opera prima, ma forse non attesa a questi livelli. Aiutato dal “solito” Adam Arkapaw alla fotografia, Kurzel apre e chiude il film con due battaglie pazzesche per potenza evocativa, forza delle immagini, capacità di far muovere il racconto fra una testa mozzata e l’altra, e popola l’intera pellicola con una brutalità estetica fuori misura. Il suo Macbeth è un adattamento tosto, intenso, che replica il sapore della lingua shakespeariana, riproduce gli ambienti con uno spettacolare lavoro sui costumi e sui luoghi e trasporta il tutto in una dimensione visiva da moderno blockbuster, se non nei ritmi, certamente compassati, di sicuro nella forza delle immagini. Imperdibile.

Io l’ho visto al cinema, qua a Parigi, durante la rassegna locale del Festival di Cannes. La distribuzione nelle sale italiane è prevista per novembre 2015. Intanto, Kurzel è al lavoro con Fassbender e Cotillard sul film di Assassin’s Creed, che dovrebbe arrivare l’anno prossimo. La cosa, onestamente, mi spiazza e non so cosa attendermi. Un regista addomesticato per staccare l’assegno in serenità? Un film pazzesco e la miglior pellicola mai tratta da un videogioco? Un divorzio per differenze creative? Vai a sapere.

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Unfriended

Unfriended (USA, 2015)
di Levan Gabriadze
con Heather Sossaman, Matthew Bohrer, Courtney Halverson

L’aspetto più sorprendente e convincente di Unfriended sta forse nel fatto che, pur nella banalità di un intreccio stra-risaputo e nella semplicità della sua natura di film horror, riesce a funzionare e a coinvolgere nella maniera impeccabile con cui mette in pratica l’idea cinematografica alla base del progetto. Poi, certo, si può discutere di quanto sia effettivamente cinematografico inquadrare lo schermo di un computer per un’ora e mezza scarsa, ma quella è tutta un’altra faccenda. Il punto, come spesso accade, non è tanto il cosa, ma il come. E il come è davvero riuscito, interessante e a modo suo coinvolgente, quantomeno per chi – come il sottoscritto – trascorre le sue giornate preda di ottecentomila programmi, finestre, chat e compiti che s’inseguono sullo schermo. Durante quell’ora e mezza scarsa di film, ho visto il mio mondo quotidiano distorto e invaso dalle dinamiche più classiche dell’orrore cinematografico americano. Non mi ha esattamente fatto paura, ma devo dire che è stato coinvolgente e divertente.

Unfriended racconta la solita storia di ragazzetti che hanno combinato qualcosa di molto discutibile e si ritrovano a pagarne le conseguenze in maniera brutale. Pian piano vengono fuori tutti i segreti, si capisce cosa stia realmente accadendo, il fango sepolto nelle anime dei personaggi si mostra sempre più e la giusta punizione arriva per tutti quelli che se la meritano. Nel mentre, non accade nulla che chiunque abbia visto un certo numero di film horror adolescenziali non si aspetti, ma tutti i cliché vengono filtrati in maniera abbastanza ingegnosa attraverso l’idea di raccontare il film tramite lo schermo della protagonista. Unfriended, infatti, mostra solo quello: uno schermo. Chiaramente, l’azione viene portata avanti soprattutto grazie alle conversazioni in videochat su Skype fra i protagonisti, ma lo schermo è costantemente invaso da un tripudio di multitasking, mentre la protagonista, sempre più in preda al panico, prova a cavarsela utilizzando gli strumenti a portata di mouse e tastiera.

Di fondo, Levan Gabriadze applica il concetto del found footage (anzi, del found log) allo schermo del computer, e non è neanche il primo a farlo, ma è forse il primo a farlo in maniera tanto rigorosa, credibile e intrecciata al racconto senza particolari compromessi. Il motivo per cui i personaggi restano davanti al monitor fino alla fine ha (quasi) senso e l’utilizzo dei vari strumenti è per lo più impeccabile, tanto in termini di coerenza interna, quanto sul senso che assumono nel portare avanti il racconto. Facebook, iMessage, Spotify, YouTube, Google, Gmail, i problemi di connessione, i filmati compressi, le finestre che si sovrappongono l’una sull’altra, i tempi di caricamento, le cose di cui non ti accorgi perché sei concentrato su quell’altra finestra… è tutto utilizzato in maniera talmente azzeccata da fari risultare quasi fresca la maniera assolutamente risaputa in cui si sviluppano gli eventi. E alla fin fine il fascino di Unfriended sta soprattutto lì, in questa specie di azzeccato esercizio di stile tramite cui viene raccontato un horror piuttosto canonico. Anche perché come horror funziona relativamente. Da un lato è notevole la capacità di far salire la tensione con elementi banalmente quotidiani come la rotellina colorata del Mac o l’ansia del riscrivere otto volte un messaggio prima di inviarlo, esitando col puntatore sul tastino. Dall’altro la paura è assente ingiustificata, al di là di qualche “Buh!” generato da Spotify che parte all’improvviso, mentre il disagio si concentra in una sorta di pippone su che razza di brutta gente siano i giovani d’oggi e ai miei tempi qua era tutta campagna.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale, ed è stato un po’ bizzarro perché la parte “visiva”, quindi le varie finestre delle chat, i risultati delle ricerche e cosi via, era invece in francese. E in più le scritte meno importanti, tipo i video suggeriti a lato su YouTube, erano rimasti in inglese. Sembrava che la tizia avesse sballato qualcosa nell’installazione del sistema operativo.

Lo spam della domenica mattina: E3 2015 (e un paio di altre cose)

Dunque, nel corso delle ultime due settimane, su Outcast ho tirato fuori il The Walking Podcast sull’ultimo paperback di The Walking Dead, l’Old! sul giugno del 1995, il Videopep sul ciarpame che mi sono riportato da Los Angeles, il nuovo Outcast Popcorn, l’Outcast Reportage sullo Svilupparty 2015 e l’Old! sul giugno del 2005. Su IGN, invece, c’è il disastro di roba dall’E3, che provo a mettere qua in fila sapendo che (1) mi dimenticherò qualcosa, (2) forse quando uscirà questo post alcune cose non saranno ancora state pubblicate, ma poco importa, e (3) ci sono ancora due o tre cose che devo scrivere. A buon rendere.

Articoli
La mia Top 10 dell’E3 2015
La grigliata di Devolver Digital
Deus Ex: Mankind Divided
Mirror’s Edge Catalyst
Star Wars Battlefront – Intervista
Tom Clancy’s Ghost Recon Wildlands
Total War: Warhammer – Intervista
Tutti gli annunci Bethesda 
Tutti gli annunci EA 
Tutti gli annunci Microsoft
Tutti gli annunci Sony
Tutti gli annunci Ubisoft
Tutto quel che c’è da vedere su Fallout 4
Tutto quel che c’è da vedere su Star Wars Battlefront

Video
Chiacchiere in libertà da Los Angeles 
Ecco i nostri badge!
Perché amiamo Devolver Digital
Rewind Theater – Horizon: Zero Dawn
Rewind Theater – The Last Guardian
Rewind Theater – Uncharted 4: A Thief’s End

Videoanteprime
Abzù
Assassin’s Creed Syndicate
Beyond Eyes
Crossing Souls
Destiny – Il re dei corrotti
Deus Ex: Mankind Divided
EITR 
Elite: Dangerous (Xbox One)
Everybody’s Gone to the Rapture
For Honor
Hatoful Boyfriend & Hatoful Boyfriend: Holiday Star
King’s Quest
Masters of Orion
Mirror’s Edge Catalyst
Mother Russia Bleeds
Narcosis
Overkill’s The Walking Dead
Relativity
RIVE
Shadow Warrior 2
SMS Racing
Squares
Thumper 
Tom Clancy’s Ghost Recon Wildlands 
Tom Clancy’s Rainbow Six Siege
Tom Clancy’s The Division
Typoman
Unravel
Until Dawn
We Happy Few
World of Tanks (Xbox One)
XCOM 2

Forse ho sconfitto il jet lag. Forse. Crediamoci.

La robbaccia del sabato mattina: Emily!

Dunque, mentre ero via, c’è stato il solito tripudio di notizie, leak, immagini, trailer, la qualunque. Mi sarò perso qualcosa di ganzo? Vai a sapere. Qua ci metto quel che m’è capitato davanti.

Legend, il film che ci propone due Tom Hardy al prezzo di uno per raccontare la storia dei gemelli del crimine londinese. A dirigere c’è quel ganzo di Brian Helgeland, ma tanto io ero già convinto a “due Tom Hardy nello stesso film.” Ci credo fortissimo.

Il primo trailerino per Heroes Reborn, il rilancio di quella serie là coi supereroi che mi aveva abbastanza divertito nella prima e nella seconda stagione, senza però farmi venire tutta questa voglia di proseguire. Adesso i supereroi dominano il mondo e al secondo posto ci stanno i revival, quindi direi che era inevitabile. La cosa peggiore di questo rilancio, lo so, è che mi farà venire voglia di recuperare le stagioni che non ho visto. Sono fatto così, che ci posso fare?

7 Days in Hell, una presa in giro dei documentari sportivi che mi piacciono tanto e che mi guardo spesso su Netflix. Sembra simpatico, sembra una scemenza, ha due o tre gag che mi hanno fatto ridere.

Sicario, Emily Blunt che fa cose, il nostro amico Denis Villeneuve a dirigere, ma soprattutto Emily blunt che fa cose. I’m in.

Non è ancora nato l’erede e già non sto più riuscendo a combinare una fava perché c’ho troppo da fare. L’inverno sta arrivando.

Police Story – Lockdown

I titolisti dei film americani mi hanno sempre affascinato per il modo in cui, spesso, se ne fregano di tirar fuori il titolo “tradizionale” ad effetto e preferiscono andare più sul descrittivo. Che poi, intendiamoci, spesso ne vengono fuori comunque titoli dal bell’impatto, ma mi sembra indiscutibile che dalle nostre parti si sia abituati diversamente. Voglio dire, in America possono fare uscire film intitolati Cinque piani di scale, da noi devono ribattezzarli Ruth & Alex – L’amore cerca casa. Ci sono però situazioni in cui anche i titolisti americani tirano una riga e dicono no. Ed è per esempio il caso dell’ultimo Police Story, che in Cina, per non stare a perdere tempo, hanno intitolato Police Story 2013. È un Police Story, esce nel 2013, a posto così, no? In America, invece, hanno voluto fare quel piccolo sforzo in più e l’hanno intitolato Police Story: Lockdown. Che comunque, intendiamoci, è il classico titolo, appunto, descrittivo, ma perlomeno ci prova.

Però, in fondo, il titolo scelto dalla distribuzione cinese dice un po’ tutto. Stiamo parlando infatti di un reboot, che prova a reinventarsi completamente la serie partendo dall’assunto che Jackie Chan, oggi, le cose che l’hanno reso famoso (1) non è più in grado di farle e (2) si è anche un po’ rotto le scatole di provare a farle. E quindi si riparte da zero, spostando il tutto nella Cina fuori da Hong Kong, cambiando il nome del protagonista e, insomma, mantenendo come unica costante il fatto che al centro della faccenda si trova un poliziotto. Un poliziotto con alle spalle una lunga carriera e tanta azione, chiaramente, ma che oggi è un po’ troppo vecchio per queste stronzate e limita le sue acrobazie alla prova Olio Cuore su una ringhiera in cima a un palazzo e a qualche capriola mentre si barcamena fra condotti d’areazione e ascensori.

Il film racconta infatti di un intero locale, avventori compresi, preso sotto controllo (Lockdown) da un gruppo di criminali, che hanno in testa un piano ben preciso ma non lo sveleranno prima del gran finale. Il nostro caro Jackie si trova prigioniero sul posto assieme alla figlia e cerca di venirne fuori in qualche maniera, dando vita a un film che sulle prime sembra una specie di Die Hard, ma poi si evolve in qualcosa di completamente diverso e va a concludersi nella classica risoluzione finale iper-complicata da poliziesco cinese, dove però il macello non è tanto di azione, quanto di pezzetti assurdi che vanno a comporre le motivazioni del cattivo. E quindi? E quindi Police Story 2013, di Police Story, ha molto poco: via i toni da commedia, dentro il melodrammone esagerato dagli occhi a mandorla, con un puzzle finale abbastanza intrigante e un combattimento verso metà piuttosto brutale e riuscito, in cui Jackie Chan prende una raffica infinita di schiaffi perché, ehi, non ce la fa più, tanto il personaggio quanto l’attore. Il ritmo non è dei migliori, ma tutto sommato è un film godibile e di certo se lo sono goduto in Cina, dove ha passato in agevolezza i cento milioni d’incasso e confermato quindi la solidità, da quelle parti, tanto della serie quanto dell’ultrasessantenne (!) protagonista.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, durante il festival del cinema cinese di qualche tempo fa. Il film è già uscito sul mercato dell’home video in diversi paesi, quindi penso sia reperibile senza troppi problemi.

Contagious: Epidemia mortale

Maggie (USA, 2015)
di Henry Hobson
con Arnold Schwarzenegger, Abigail Breslin, Joely Richardson

Uno legge un titolo come Contagious, per di più accompagnato da un sottotitolo come Epidemia mortale, vede sul manifesto Schwarzy con la faccia tutta preoccupata che guarda verso sinistra, dove probabilmente c’è qualcosa di sinistro (magari un’orda di zombi), e, beh, si preoccupa. Anche se sa che con Arnie in campo, male che vada, saltiamo tutti sull’elicottero e via. E invece. E invece Maggie, questo il titolo originale del film d’esordio di Henry Robson, è una totale deviazione dal percorso con cui il Governator ha deciso di rilanciarsi al cinema dopo la sua carriera politica. In mezzo a una lunga serie di film d’azione d’ogni foggia, fra gli omaggi al passato, le citazioni dal passato, i recuperi dal passato, la qualunque dal passato, ecco che ti salta fuori la svolta drammatica, il film di zombi che in realtà ha dentro molto poco horror e parecchio dramma. E in cui Arnold tira fuori una signora prova d’attore. Pensa te.

La storia racconta di un mondo che cerca di rimettersi in piedi dopo un’epidemia di necrovirus. La causa del contagio è stata individuata, la diffusione comincia ad essere contenuta, ma non si trovano cure per gli infetti. L’unica soluzione? Quarantena e soppressione. In questo contesto, Arnie interpreta il ruolo di un padre alle prese con una figlia adolescente (Abigail Breslin) fresca di contagio, con quindi la prospettiva di trascorrere le prossime due settimane in attesa dell’inevitabile. A far loro compagnia c’è la seconda moglie di Arnie, interpretata da una Joely Richardson che ripropone i suoi classici momenti da lacrima tremolante che gli appassionati di Nip/Tuck conoscono fin troppo bene. E il film, sostanzialmente, è tutto qui: non ci sono particolari momenti horror, non c’è azione, c’è solo la lancinante tragedia di un padre messo di fronte alla morte inevitabile della propria figlia.

Hobson qua e là si lascia prendere un po’ troppo la mano nella ricerca dell’immagine poetica e della grande allegoria, ma dà al film un taglio da drammone indie che funziona e valorizza le buone prove degli attori. Abigail Breslin fa ottimamente il suo, ma la rivelazione è uno Schwarzenegger intenso, concentratissimo e soprattutto impotente come di rado l’abbiamo visto. Spalle basse, movimenti impacciati, tristezza costante… Hobson ce lo racconta come un uomo distrutto, sempre in difficoltà quando alle prese con la violenza, incapace di reagire e affrontare la situazione. E alla struttura fondamentalmente da classico dramma su una giovane condannata dalla malattia si aggiunge un ulteriore strato dettato dalla natura assurda del contagio, dal pericolo devastante che i malati rappresentano per chi sta loro attorno, dalla crudeltà degli unici modi in cui è possibile affrontare la questione. Insomma, Maggie non è un film perfetto, ma è un tentativo riuscito, toccante e intenso di affrontare in maniera diversa dal solito una fra le correnti più abusate dell’horror contemporaneo, parlando fondamentalmente di malattia, rassegnazione, accettazione.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, qualche settimana fa, ma in Italia esce oggi. Quanto sarebbe diversa, la concezione che abbiamo di Arnold Schwarzenegger, se i suoi doppiatori italiani avessero provato a replicarne l’accento? Vai a sapere.

Al di là delle montagne

Shan he gu ren (Cina, 2015)
di Zhangke Jia
con Tao Zhao, Yi Zhang, Jing Dong Liang

Due anni dopo aver portato a casa il premio per la miglior sceneggiatura con Il tocco del peccato, Zhangke Jia è tornato sul luogo del delitto, ancora una volta a Cannes, per l’ennesima volta a raccontare, con un taglio e un’ispirazione sempre diversi, i mutamenti subiti nei decenni dal suo paese e dal suo popolo. Questa volta la via scelta è quella del melodramma, del triangolo amoroso con due vertici distantissimi, il proletario romantico tutto d’un pezzo che lavora in miniera e il testa dura innamorato dell’occidente, che si cambia nome in Peter, chiama il figlio Dollar e si trasferisce appena può in Australia, alla ricerca di un sogno capitalista che troverà forse solo nella propria testa. Nel mezzo, una donna tesa fra i due estremi, la cui storia non rimane al centro dell’azione per tutto il film ma fa comunque da filo conduttore che unisce apertura e bellissima chiusura sulle note di Go West.

Mountains May Depart è un film bizzarro, forse a tratti perfino sconclusionato. Si apre con un taglio leggero, sciocchino, che sembra quasi uscito da certi anime anni Ottanta (probabilmente difficile, per gente della mia generazione, non pensare a Orange Road/È quasi magia Johnny), e si fa via via sempre più drammatico e intenso, mentre salta da un decennio all’altro provando a raccontare passato, presente e futuro della Cina Moderna. Dagli ingenui anni Ottanta, carichi di aspettative per un futuro travolgente, si passa all’incasinato oggi e quindi a un domani un po’ scassato, nel quale il figlio dell’uomo che ha “vinto” il triangolo si riscopre cinese senza una patria, esportato in un paese che non è il suo, incapace di rapportarsi con la lingua, la nazione e la famiglia da cui ha avuto origine.

Non tutto il film funziona allo stesso modo e soprattutto la parte ambientata nel 2025, con quel futuro dalla mobilia lucida targata Google e la sua ricerca di simbolismi fin troppo semplici, non riesce a trasmettere fino in fondo la potenza di ciò che racconta. Ma nell’imperfetto film di Zhangke Jia c’è comunque la forza di un melodramma delicato, intenso e toccante, una storia molto personale, tutta costruita attorno alla grande prova della protagonista Tao Zhao e più riuscita nel (ma forse anche più interessata a) parlare delle sue vicende, invece che del paese in cui vive. E a raccontare tutto al meglio ci pensa anche una cornice visiva e sonora fantastica, basata sull’utilizzo di tre formati diversi per le tre epoche (un po’ come in Grand Budapest Hotel), ma anche su una composizione dell’immagine che raggiunge vette strepitose in quei momenti che raccontano tutto con lo sguardo, i movimenti degli attori, le musiche, senza alcun bisogno di affidarsi alla parola.

L’ho visto qualche tempo fa alla rassegna parigina del Festival di Cannes 2015. Non sembra essere ancora prevista una distribuzione italiana e, fra l’altro, i film di Zhangke Jia, sarà un caso, paiono arrivare dalle nostre parti a corrente alternata. Vai a sapere.

Jurassic World in quattro dimensioni (più o meno)

Sabato 13 giugno, poco più di una settimana fa, sono lì a Los Angeles che lotto a fatica contro gli attacchi da parte del jet lag. Gli altri compagni di viaggio della spedizione all’E3 si preparano ad andare al cinema, nell’Imax in zona Hollywood, per guardarsi Jurassic World (e, mi dicono, addormentarsi e/o trascorrere tutto il terzo atto con la vescica che urla impazzita). Ma io Jurassic World l’ho già visto e non sono particolarmente intenzionato a riguardarmelo. Può comunque essere una buona idea andarmene al cinema per qualche altro film, ma l’unica roba che non ho già visto è Insidious 3 e io ho questo problema ossessivo compulsivo che mi impedisce di guardare un terzo episodio (anche se prequel) senza aver visto i due precedenti. E quindi niente. Burying the Ex uscirà solo una settimana dopo. E quindi niente pure lì. Però, ehi, mi casca l’occhio sulla sezione 4DX del sito del cinema lì a Downtown, a due passi dall’appartamento. Non so cosa sia, ma mi incuriosisce, ne leggo la descrizione e capisco che si tratta del genere di roba che “Oh, una volta nella vita vorrai pur provarlo”, con forte rischio di diventare il genere di roba che “Oh, ogni volta che capito da queste parti potrei volerci tornare”. E quindi, ecco, il giorno dopo, perché trovare biglietti per il giorno stesso è un casino, dopo aver fatto il classico giretto da Guitar Center e Meltdown Comics, dopo aver recuperato il badge, dopo aver seguito la conferenza di Bethesda, lavorato sulle notizie, preparato lo speciale riassuntivo degli annunci, dopo aver bevuto un caffè, me ne sono andato allo spettacolo di mezzanotte e spiccioli di Jurassic World in versione 4DX. E che ci vogliamo fare?

No, ho detto che Insidious 3 non lo voglio vedere, non insistete!
Ma che cos’è, ‘sto 4DX? Beh, fondamentalmente, è il cinema dinamico da parco giochi utilizzato per proiettare un film normale. La sala è di dimensioni piuttosto ridotte, con uno schermo dignitosamente grosso e di ottima qualità, ma ben lontano in estensione da robe tipo l’Imax o la Sala Energia. Il numero di posti è decisamente limitato, siamo dalle parti di una sala media, se non piccola, dei classici multisala. Il che spiega come mai, nonostante il prezzo non esattamente popolare (trenta dollari scarsi), gli spettacoli, quantomeno in quei giorni, fossero quasi sempre pieni: se metti assieme l’attrazione bizzarra della sala, il film che sta facendo incassi da record, le dimensioni ridotte, il fatto che avrebbe chiuso per un paio di giorni causa Los Angeles Film Festival e, certo, la presenza di un sacco di gente arrivata da tutto il mondo per seguire l’E3, beh, tutto torna. Immagino che in altri momenti dell’anno l’afflusso sia più gestibile, nonostante comunque, ehi, quella del Regal di Los Angeles, aperta circa un anno fa, sia l’unica sala 4DX degli Stati Uniti (ce ne sono in un’altra trentina di paesi al mondo).
Ma, dicevo, che cos’è? È un impianto ideato in Corea, che si appoggia su una quarta traccia, da creare appositamente aggiungendola a quelle audio e video, da cui trae le informazioni necessarie a calibrare le varie funzionalità, sincronizzandole con il film. Si basa, come da icone agevolmente piazzate nell’immagine qua sopra ma opportunamente fuori fuoco perché non sono un fotografo professionista, su svariati modi per far sentire lo spettatore all’interno del film. O anche per farlo sentire seduto su un’attrazione da parco giochi sincronizzata con un film che gli proiettano davanti. Abbiamo innanzitutto la poltrona (comoda, per quanto un po’ rigida) piazzata su tutto un sistema idraulico che permette di farla ruotare, oscillare, tremare, sobbalzare, vibrare, qualunquare. I movimenti vanno da cose piuttosto sottili, inclinazioni e ondulazioni che percepisci a malapena, a shakeraggi e frullamenti totali, chiaramente a seconda di cosa stia accadendo nel film. In più ci sono, appunto, le vibrazioni, anche piazzate in punti specifici della poltrona, i “poke” alla parte bassa della schiena e altre sciccherie. Diciamo che è sconsigliabile sfondarsi di nachos prima della visione, soprattutto se si ha lo stomaco debole, anche perché tipicamente in questo genere di sala non ci vai a vedere un film dei Dardenne, punti invece su roba in cui esplode tutto. Anche se in effetti, se sincronizzassero le poltrone con la camera a mano dei Dardenne, il vomito sarebbe dietro l’angolo.
Mettere le mani avanti.
Ma non ci sono mica solo i movimenti, eh! Abbiamo: il frustino fra le caviglie che te le colpisce per darti la sensazione di roba che ti arriva addosso; il fumo che invade la sala; le bolle di sapone che invadono la sala; le luci stroboscopiche; gli odori di ogni tipo; l’aria sparata in ogni direzione stile vento, sia sul volto che alle spalle; uno spruzzo d’acqua nebulizzata che arriva diretto in faccia; un sistema che spara gocce d’acqua vere e proprie, altro che nebulizzate, dalle spalle, in modo da farle cascare in testa; aria calda; altre cosette. Alcuni di questi sistemi, per esempio il fumo, sono impostati a livello di sala, mentre altri, per esempio le gocce d’acqua, sono specifici per ogni singola poltrona, fermo restando che ovviamente sono tutti coordinati fra loro. E quando dico “invade”, ovviamente, sto un po’ esagerando: il punto non è far passare due ore di malessere a tutti gli spettatori, ma creare una roba assurda e sopra le righe che diverta in maniera coordinata col film. Anche per questo, non si tratta di un costante movimento ininterrotto: due ore di film vissute in quel modo sarebbero probabilmente ingestibili anche per il più entusiasta nei confronti di questo genere di cose, anche considerando che ovviamente i film non sono pensati apposta per il 4DX, quindi con uno sviluppo dell’azione che ne tenga conto, ma è il 4DX che viene adattato di volta in volta alla situazione.
Manifesti e scritte varie la buttano sulla modestia.
Una volta entrati in sala e seduti al proprio posticino (a proposito, noi eravamo laterali e in primissima fila, non il massimo per il 3D, dato che si sballano un po’ le proporzioni, ma comunque gestibile grazie al fatto che lo schermo non è abnorme), ma soprattutto dopo essersi sucati le solite centomila pubblicità, inizia il divertimento. Innanzitutto c’è il classico filmato introduttivo che ti illustra le potenzialità della cosa: nel filmato si vede un tizio “a bordo” di una poltroncina che sfreccia per strada inseguendo un’auto e il tutto viene usato per una dimostrazione delle varie funzioni. E poi scatta il film, che in questo caso era appunto Jurassic World, e… e, beh, secondo me è proprio un’esperienza divertente, al punto che non mi sono addormentato, non mi sono annoiato e ho sbadigliato solo un paio di volte nonostante il jet lag e nonostante stessi riguardando quella lessata di Jurassic World. Chiaramente i momenti “burdel” sono casinisti e deliranti al punto giusto, con la sedia che ti sbatacchia in ogni dove e, a seconda dei casi, vento, spruzzi, luci (per esempio ad accompagnare le scintille sullo schermo) e altro ancora. Altrettanto chiaramente non tutte le funzionalità vengono utilizzate in tutti i film: di odori, per esempio, a parte forse un po’ d’erba (ma magari era suggestione), non ne ho sentiti, probabilmente perché nel database non hanno l’aroma “Cacca di brontosauro”. È anche possibile, se ci si sente schizzinosi, disattivare gli spruzzi d’acqua, tramite il pratico interruttore che vedete fotografato là in cima, ma ci si perde una tra le funzioni secondo me più azzeccate.
La sala non è enorme ma, insomma, fa la sua figura.
I momenti di macello e tripudio in cui si scatena l’impossibile (per esempio nella battaglia finale) sono divertenti, ma sono anche quelli a cui, paradossalmente, ci si abitua più in fretta, oltre ad essere, per ovvi motivi, quelli che tendono più di altri a “staccarti” dalla visione del film. Fra l’altro, nota a margine, a un certo punto mi sono reso conto che quei momenti me li godevo di più se allontanavo la testa dallo schienale: mantenendola appoggiata, era tutto uno sbatacchiamento di bottarelle, tenendola staccata, mi godevo il carrozzone in maniera molto più fluida e comoda. Ma, dicevo, i momenti secondo me più riusciti sono quelli in cui il 4DX entra in gioco in maniera più sottile. Per esempio quando la poltrona simula con movimenti leggeri il sobbalzare del traghetto all’inizio, quando accompagna dolcemente il volo dell’elicottero o, soprattutto, quando si inclina appena appena in avanti o indietro per accentuare certe panoramiche in avvicinamento o in allontanamento. In questi ultimi momenti qui, specie poi con il bonus della visione 3D, hai davvero l’impressione di una visione “aumentata” e di un trasporto maggiore, fisico, e per qualche istante quasi neanche ti accorgi in maniera conscia del fatto che la poltrona si sta muovendo. Nei passaggi più casinisti hai l’impressione di essere sballottato sulle montagne russe mentre ti proiettano davanti un film. E fa la differenza. Ma anche altre trovate non strettamente legate al movimento possono funzionare più o meno bene: il fumo o le luci stroboscopiche sono divertenti, ma è l’aria sparata in faccia, soprattutto, che in certi passaggi riesce davvero a fare il suo, soprattutto in alcuni fra quelli citati prima, tipo le panoramiche o i voli in elicottero. E le gocce d’acqua che ti cadono in testa dall’alto, anche, nella loro assurdità, hanno un bell’impatto, per esempio nelle ovvie scene legate al mosasauro, ma anche (anzi: soprattutto) in una scena come quella in cui viene ritrovato l’innesto GPS dell’Indominus Rex. Può sembrare una scemenza, e in effetti lo è, ma sentirmi un paio di gocce che mi cascavano in testa mentre sullo schermo cascava del sangue addosso al povero Brian Tee, beh, mi ha fatto un gran bell’effetto.
Yuck!
E insomma, ne vale la pena? Beh, ovviamente dipende da quanto possano piacere robe di questo genere, ma è una considerazione talmente lapalissiana che quasi la cancello. Quel che posso dire è che io mi sono divertito e che il lavoro di adattamento delle varie funzionalità al film mi è sembrato molto ben fatto, mai esagerato, sempre contestualizzato a dovere e assolutamente non spossante, nonostante comunque Jurassic World duri le sue due belle ore abbondanti. Per come vivo io il cinema, penso che in linea di massima preferirei sempre guardarmi in questo modo film che ho già visto in maniera tradizionale, per non rischiare che lo sballottamento nei momenti più incasinati mi rovini il coinvolgimento, ma anche qui, alla fin fine, si tratta più che altro di percezione personale. Il prezzo del biglietto certamente non è basso, e d’altra parte non credo sia un caso se, da quel che vedo, viene programmato un film al mese. Di mio posso aggiungere che non escludo di tornarci se in futuro dovessi avere nuovamente l’opportunità di farlo, magari prenotando in anticipo per sedermi più centrale. Secondo me è una cosa che vale la pena di provare, però certamente non è per tutti e va ben lontano dall’essere il futuro del cinema. Ma è ben pensata e strutturata, questo senza dubbio.
In tutto questo, Burying the Ex alla fine è uscito a distribuzione limitata, lo davano solo nel cinema degli Universal Studios e quindi niente. Uffa.

Live from E3!

E niente, venerdì sono partito per Los Angeles e già da un paio di giorni stiamo lavorando sulla fiera più rumorosa e meno interessante dell’anno. Oggi è la giornata delle conferenze, che presumibilmente passerò per intero davanti alla videocamera. Ergo, se avete voglia di guardarmi dire cose a caso assieme ad altra gente prima e dopo di ogni conferenza, mi trovate da qualche parte qua dentro, in mezzo a tutte le altre cose che facciamo. Le conferenze vere e proprie, invece, potete seguirle commentate da degli sciamannati su Outcast.

Come al solito, il blog, a meno di clamorosi colpi di scena, si ferma perlomeno fino a lunedì.

Lo spam della domenica mattina: In fuga verso l’ettré

Questa settimana l’ho trascorsa più che altro sudando per finire tutto tuttissimo veramente tutto tutto tutto prima di partire per Los Angeles. La solita routine, insomma. Comunque, su IGN, oltre a una cofana di traduzioni, ho tirato fuori una bloggata su quel che mi aspetto, per l’appunto, dall’E3 2015. Su Outcast, invece, abbiamo un Videopep fondamentalmente sullo stesso argomento, l’Outcast Popcorn della settimana (e della settimana prossima), il Cinquepercinque pure lui a tema E3 (ma ho fatto quasi solo lavoro di assemblaggio) e l’Old! sul giugno del 1985.

La pagina di IGN dedicata alla fiera è questa qui. Su Outcast, comunque, c’è questa cosa qua.