Mission: Impossible – Fallout

Nella chiacchiera online immediatamente successiva all’uscita internazionale di Mission: Impossible – Fallout, mi è capitata una discussione su quanto avesse rotto le palle la spinta di marketing relativa a Tom Cruise che esegue i propri stunt e si spacca le ossa saltando dai tetti. Veramente non si può parlare di questo film senza parlare di questa cosa? Ed è comprensibile: il marketing, alla lunga, spacca sempre le palle. Ma il problema è che, nonostante il nuovo, clamoroso, film di Christopher McQuarrie e Tom Cruise (necessario considerarli autori assieme, considerando quanto anche il secondo mette sul piatto dal punto di vista creativo) abbia parecchi altri meriti, l’approccio fisico e sconsiderato all’azione è inevitabilmente un suo punto fermo. E lo è anche perché non fine a se stesso, anzi, sfruttato col preciso fine di offrire qualcosa che si può trovare solo qui e valorizzato da un regista dal tocco e dallo sguardo strepitosi, capace di costruire immagini splendide e scene incredibili anche – ma non solo – attorno allo spunto innegabilmente spettacolare offerto dal poter utilizzare una stella di quel calibro nelle situazioni più spericolate.

Insomma, il punto non è che Tom Cruise si lancia dai tetti, si appende agli elicotteri che poi pilota, si fracassa le ossa saltando fra i tetti londinesi, si paracaduta per un mese inseguendo tre minuti di riprese, si arrampica sulle montagne ancora convalescente e si getta in moto senza casco sotto all’Arco di Trionfo. O, meglio, non è solo quello. Certo è anche quello, fosse anche solo per il modo in cui prende una possibile debolezza – l’avere al centro delle vicende un attore ormai non in grado di farti dimenticare la sua figura pubblica “sparendo” nel personaggio – e la trasforma in clamoroso punto di forza. Quando Ethan Hunt rischia la vita, è Tom Cruise a metterci faccia e corpo. Quando osservi quelle sequenze memorabili, sai di stare osservando qualcosa di reale, il film te lo mostra in maniera netta e l’impatto c’è, è innegabile. Non è un attore supportato da green screen, non è uno stuntman, non è tutto gestito a colpi di montaggio veloce, non è la nonna di Jason Statham. E non è poco: questa cosa la trovi solo qui. Ma non è tutto. Anzi.

Qui è dove vi segnalo che Tom Cruise fa queste cose a cinquantasei anni, mentre Jon Voight, a cinquantasette, interpretava il ruolo di quello anziano nel primo Mission: Impossible.

Perché poi ridurre il tutto solo a quello sarebbe, ehm, riduttivo. Il fatto è che Christopher McQuarrie è un gran regista, un autore che fra l’altro può stupire per quanto ragioni a partire dalle immagini, considerando che nasce come sceneggiatore. E, intendiamoci, la sua forza di scrittore emerge nel modo in cui questo film riesce a riordinare il tipico stato confusionale da script assemblato in corsa – come quasi sempre accade con grosse produzioni di questo tipo – in una maniera che altri film si sognano, con una capacità rara di raccontare attraverso l’azione senza perdere mai di vista il filo del discorso. Ma se questo Mission: Impossible è il miglior blockbuster d’azione degli ultimi, boh, vent’anni, che non si intitola Mad Max: Fury Road (ma con cui condivide non poco), e lo è, lo dobbiamo soprattutto al suo tocco incredibile e alla maniera fuori dal mondo con cui ha costruito ogni singolo fotogramma in movimento. L’utilizzo dell’accompagnamento (o del non accompagnamento) sonoro, la gestione di tempi, montaggio, immagini, il modo in cui – si diceva – gioca con il poterti sbattere in faccia gli attori impiegati come stuntman, la capacità di trovare immagini clamorose dove altri sarebbero banali. Già solo la rissa nei bagni è roba da far piangere per la vergogna qualsiasi Bourne, ma tutto il film è pieno di momenti incredibili, piccoli ritagli dal gusto estetico, ironico, narrativo che lasciano senza fiato.

E in più, per quanto sia forse l’aspetto meno interessante o riuscito, c’è anche l’elemento narrativo. McQuarrie voleva trovare un modo per non rompere del tutto la tradizione che vede un regista diverso ad ogni episodio e ha cercato di rendersi diverso lui. Ha lavorato con un altro compositore, ha strutturato le cose in altra maniera e ha spostato il focus del racconto, prendendo un aspetto sempre presente sotto pelle nella serie (la natura da eroe romantico di Ethan Hunt) e spingendolo al centro delle vicende, donando una chiusura allo pseudo triangolo amoroso flebilmente costruito nei tre film precedenti e spingendo con forza sul modo in cui situazioni impossibili costringono Hunt a scendere a patti con i suoi principi. Poi, sì, è un racconto flebile, ingenuotto, e la sua natura vagamente taglia e cuci emerge qua e là, ma la gioia di quel continuo inseguirsi d’azione clamorosa, viscerale, dirompente, raffinata è tale da sommergere tutto il resto. Mission: Impossible – Fallout è veramente un film d’azione incredibile. E, per l’ennesima volta, ogni volta che esce un Mission: Impossible, trovo il mio nuovo Mission: Impossible preferito. Speriamo che Tommaso riesca a farne perlomeno un altro senza uccidersi.

 

 

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