Mission: Impossible

Mission: Impossible (USA, 1996)
di Brian De Palma
con Tom Cruise, Jon Voight, Emmanuelle Béart, Henry Czerny, Ving Rhames, Jean Reno

Una cosa che ho sempre apprezzato di quest’operazione del portare al cinema uno dei telefilm che più mi divertivano da bambino è stata la scelta di porsi in qualche modo a metà, non reinventando tutto da zero come se niente fosse mai accaduto, ma neanche realizzando proprio il nuovo episodio sul modello dei film di Star Trek o X-Files. Perché è vero che qui si parte da capo, reinventando il “marchio” secondo nuovi canoni che spostano l’obiettivo del carisma sull’atletico sgarzolino invece che sull’esperto manovratore, ma è vero anche che la storia si propone come continuazione diretta della serie, che chiude col passato raccontandoci il destino di Jim Phelps. Insomma, una roba tutta nuova, dalla propria personalità, che cambia tanti aspetti ma a modo suo riesce a dare soddisfazione anche al fan di vecchia data. Perlomeno a quello che non spacca i maroni sui cambiamenti e sul tradire lo spirito della serie. Tipo lo stesso Peter Graves, che all’epoca si rifiutò di riprendere il suo storico ruolo proprio perché non gli andava – si può ancora parlare di SPOILER dopo quasi vent’anni? – la svolta che vedeva protagonista il personaggio.

L’altro aspetto che mi rende simpatica questa serie, poi, è la scelta di approcciarla un po’ secondo il modello di Alien, altra discreta anomalia in un universo produttivo che al contrario sempre più prova a realizzare trilogie e saghe compatte, con episodi tutti uguali fra di loro anche quando cambia l’uomo dietro alla macchina da presa. Qui invece no: ogni Mission: Impossible, così come in passato ogni Alien, ha un diverso regista e una diversa anima, con personalità che cambiano da un episodio all’altro pur mantenendo la costante di Tom Cruise e della squadra di pochi uomini alle prese con l’impossibile (e ci mancherebbe) e qualche altro elemento.

Il primo episodio, che mi rendo conto ora di aver visto solo una volta, al cinema, in quel lontano 1996, prima di riguardarmelo la scorsa settimana, mette subito le cose in chiaro: con questa serie il regista – pur magari dovendo sopportare le paturnie e le religioni giocattolose di Tom Cruise – ha l’opportunità di divertirsi come un pirla, sparando a mille sulle sue fissazioni stilistiche e tirando fuori il giocattolone che più gli gira. E infatti il primo Mission: Impossible urla fortissimo “Brian De Palma” da ogni fotogramma, anche se magari è il Brian De Palma più banalotto e superficiale possibile. Fin dal primo istante è tutto un divertirsi a giocare con l’inquadratura nell’inquadratura, raccontando l’azione in prima persona attraverso le telecamere nascoste negli occhiali dei protagonisti, piuttosto che facendo indugiare la macchina da presa su assembramenti di schermi che mostrano quanto ripreso da altre due, tre, quattro cinque telecamere. Insomma, al di là dello schermo diviso, stranamente assente visto quanto bene si sarebbe prestato, tutto quel che ci si aspetta da un filmino luna park di De Palma c’è.

E in generale il film, sotto questo punto di vista, tiene piuttosto botta anche a tanti anni di distanza. L’avvio è delizioso e ti prende in contropiede facendo a fette una squadra popolata di attori sufficientemente famosi da stupirti nel momento in cui muoiono così in fretta. Certo, avrebbe funzionato meglio se del team avessero fatto parte un po’ di facce note della serie televisiva, e soprattutto quel momento in cui sono tutti lì che fanno i grandi amici e si vogliono bene sembra costruito solo in quell’ottica. Ma Martin Landau non aveva voglia di restarci secco dopo cinque minuti, e tutto sommato dagli torto. Al di là di questo, la sequenza a Langley è bella oggi come allora, immagini come la gomma da masticare sull’acquario funzionano sempre a meraviglia e l’elicottero che si tuffa nel Chunnel, nella sua completa assurdità, è ancora divertente. Va pure detto che è proprio affascinante guardare oggi un film d’azione di quasi vent’anni fa, oltretutto diretto da un regista le cui radici vano ben più indietro: il ritmo di regia e montaggio viene davvero da un’epoca diversa, in cui l’azione veniva mostrata in maniera ampia e chiara, un’inquadratura poteva durare oltre dieci secondi e il regista poteva prendersi i suoi tempi per infilarti nel mezzo del bordello. Chiaro, si tratta di una cosa anche molto figlia dello stile di De Palma, ma, per esempio, la differenza con l’ultimo Sherlock Holmes è pazzesca, soprattutto se consideriamo che quello di Guy Ritchie, oggi, viene da molti ritenuto un film barboso: la struttura del racconto non è molto diversa, ma la messa in scena è lontana millenni. Comunque, poco da dire, Mission: Impossible rimane un bel carrozzone stilizzato e divertente, anche affascinante per la sua “vecchiaia”. I problemi, o comunque gli elementi che mi impediscono di amarlo fino in fondo, stanno altrove.

Narra la leggenda che De Palma avesse sostanzialmente nella capoccia un paio di scene d’azione (in particolare quella del treno) e abbia detto agli sceneggiatori che non glie ne fregava nulla della storia e gli bastava che gli giustificassero in qualche modo quel che voleva fare. Ora, magari la leggenda esagera, ma francamente questa cosa si vede abbastanza, oggi come allora. Certo, è anche tanto un problema mio, che fatico a non farmi sempre respingere un po’ dalla freddezza dei film di Brian, anche di quelli più affascinanti, ma il punto è che qui mancano le viscere, manca il coinvolgimento emotivo, manca quel romanticismo di fondo così ben presente bene o male in tutti gli episodi successivi, che pure hanno magari altri limiti. In teoria ci sarebbe lo pseudo rapporto padre/figlio fra Jon Voight e Tom Cruise, ma all’atto pratico viene sfruttato poco e male. Il personaggio di Jim Phelps è esilissimo, vive solo di luce riflessa dal telefilm (e la luce è pure oscurata dal fatto che l’attore è diverso), e Ethan Hunt è nulla più che uno sgarzolino che passa tutto il tempo a fare il ganzo, sorridere a centoventotto denti e mostrare il bicipite. Nel mezzo c’è una storia tutta incentrata su presunti colpi di scena che non fregano nessuno (si vede benissimo, e giustamente, che la pistola sul ponte è “auto sparante”) e praticamente nient’altro. Azzarderei la parola “noia”, ma non voglio esagerare. Un vuoto spinto che non mi impedisce di stare piacevolmente seduto sull’ottovolante e godermi a fondo i momenti migliori, ma un po’ di gusto me lo strappa via per forza. Errore mio, immagino.

Leggo su Wikipedia che l’appena accennato triangolo amoroso, nelle intenzioni iniziali, sarebbe dovuto essere più cicciuto. Non so, magari avrebbe aiutato, magari no. Magari anche chissenefrega. Va bene così.

2 pensieri riguardo “Mission: Impossible”

  1. Mi ricordo bene il secondo e pure il terzo ma il primo fatico a visualizzarlo. Però mi ricordo che l'avevo visto al cinema e che mi aveva poarecchio divertito.

    ps: com'è che con tutti i film in uscita ti stai dando ai “vecchi”?

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