La grande scommessa

La grande scommessa si ispira al libro di Michael Lewis The Big Short – Il grande scoperto, che spiega le modalità tramite cui il collasso del mercato immobiliare e la relativa bolla speculativa hanno portato alla crisi finanziaria del 2007/2008. Lo fa raccontando le vicende di alcune persone che avevano colto in anticipo i segnali di quel che stava per accadere e avevano deciso di approfittarne traendone profitto, alcuni per conto dei rispettivi gruppi d’investimento, altri solo ed esclusivamente per interesse personale. Visto l’argomento decisamente serio, attuale e delicato, può risultare un po’ strano vedere al lavoro su sceneggiatura e regia Adam McKay, autore delle migliori (e più intelligenti, va detto) commedie demenziali con Will Ferrell e responsabile dell’ottima riscrittura che ha portato lo script di Ant-Man dalle mani di Edgar Wright a quelle di Peyton Reed, ma in realtà sono proprio il suo approccio brillante e la sua personalità a far funzionare il film.

L’obiettivo di La grande scommessa, infatti, è fondamentalmente quello di raccontare in maniera chiara e accattivante un argomento che il film stesso descrive come volutamente incomprensibile. È una lezione di economia intrecciata con un pippone disgustato contro tutto e tutti (il sistema, le banche, il governo, gli stessi cittadini… ), che va avanti per un paio d’ore tenendo sempre alta l’attenzione. E ci riesce grazie a un montaggio vivace, a uno stile colorato, a toni da commedia amarognola e una serie di trovate che infrangono il quarto muro al fine di rendere più digeribili gli spiegoni, riuscendo nel contempo anche a prendere ferocemente in giro lo stesso spettatore, disposto a interessarsi a un argomento così importante e influente sulla propria vita solo se gli viene proposto da Margot Robbie seminuda. Arrivato alla fine, probabilmente ne capisci quanto prima di finanza, ma sei riuscito a seguire senza problemi le vicende e ti sei fatto comunque un’idea chiara di quel che il film vuole farti sapere.

La vibrante chiarezza e comprensibilità del film costituisce forse anche il suo limite principale, perché il ritmo sparato a mille, magari figlio del timore di perdersi per strada un pubblico poco interessato alle nozioni più toste, spinge McKay a strafare un po’. Il risultato è che a tratti diventa difficile assimilare davvero le informazioni e i lampi di disgusto, perché sballottati continuamente da una scena accattivante all’altra. Un attimo di riflessione in più, forse, non avrebbe fatto male alla storia. Inoltre, manca anche un pizzico di umanità. Da un lato è inevitabile e forse giusto, dato che in fondo gli stessi protagonisti sono personaggi dalla moralità discutibile, che puntano ad arricchirsi fregando le banche corrotte ma per farlo devono sperare in una catastrofe che rovinerà la vita  a milioni di persone. Dall’altro, pur con un cast ottimo e che dà forza a tutti i personaggi, l’unico a poter affondare i denti su un po’ di sostanza è Steve Carell, il cui Mark Baum fa da centro morale della parabola. Sono però problemi minori per un film forte, intelligente, molto riuscito e che centra molto bene obiettivi non semplici.

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