American Horror Story: Freak Show

Cose che mi sono piaciute di American Horror Story: Freak Show: il cast, come sempre ottimo, fra  vecchi e nuovi, dai protagonisti alle comparse, passando per le guest star; la sigla di testa riarrangiata in stile circense; i cattivi: Twisty è fantastico, inquietante e tristissimo, Dandy è una spremuta umana di tutto ciò che AHS è sempre stato, sparata a mille in ogni direzione, Stanley è, beh, Denis O’Hare; il senso di assurdo e freakaggine alzato a manetta fino allo sbracare; Jessica Lange che canta David Bowie con accento tedesco; più in generale, i numeri musicali anacronistici, una roba che a me diverte sempre; i momenti in cui il tono riesce a vacillare nella maniera giusta fra l’orrore, la comicità e il melodrammone spinto, che alla fin fine sono sempre le parti più riuscite di ‘sta serie.

Cose che non mi sono piaciute di American Horror Story: Freak Show: il solito problema, qui secondo me più forte che in passato, vale a dire il modo in cui il suo sbracare e sparare tutto al massimo finisce a volte per esagerare e stonare, nonostante di fondo il divertimento stia soprattutto lì; la storia non sufficientemente ciccia per tenere le tredici puntate e che nella seconda metà finisce per trascinarsi allungando in maniere evitabili, nonostante i bei momenti continuino ad esserci; gli omaggi cinematografici e i metaforoni, se possibile, un po’ più forzati e sottolineati del solito; gli incroci con AHS: Asylum, divertenti forse più sulla carta che nei fatti; l’effetto speciale delle gemelle siamesi, spesso poco convincente.

Nel complesso, mi sembra una stagione meno riuscita delle precedenti, che prova – giustamente – ad alzare il tiro dell’assurdo per sfruttare al massimo l’ambientazione e i temi ma nel farlo finisce per mancare più spesso del solito il bersaglio. Eppure, nonostante tutto, al netto del paio di puntate che mi servono ad ogni stagione per assimilare il tono allucinato e abituarmici, mi ci sono moderatamente divertito, alcuni momenti emotivamente forti mi hanno colpito e l’ho guardata con piacere fino alla fine, pur dovendo superare i numerosi tempi morti sparsi fra le ultime puntate. E poi, insomma, il modo in cui hanno costruito tutto per concedere l’ultimo saluto a Jessicona rimane adorabile.

Me la sono sparata in lingua originale su Netflix con in braccio la piccola Vanessa che si strafogava dal biberon nelle sessioni notturne che mi vedono impiegato a narcotizzarla. L’accento di Kathy Bates è fenomenale.

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