Terrore dallo spazio profondo

Invasion of the Body Snatchers (USA, 1978)
di Philip Kaufman
con Donald Sutherland, Brooke Adams, Jeff Goldblum, Veronica Cartwright, Leonard Nimoy

Terrore dallo spazio profondo, titolo italiano che sembra quasi voler negare la natura di remake del classico anni Cinquanta di Don Siegel, è il secondo film ispirato al romanzo L’invasione degli ultracorpi, di Jack Finney, in cui si racconta dell’arrivo sul pianeta Terra di forme di vita aliene capaci di sostituirsi agli esseri umani, mentre dormono, tramite delle copie sviluppate all’interno di baccelli. Si tratta di un’idea potente per mille motivi, un’invasione aliena dai metodi superficialmente quasi pacifici, sicuramente “tranquilli”, che ci colpisce nel sonno, quando siamo più indifesi e teoricamente al sicuro, e che fa leva sul dubbio, il sospetto, la paranoia, l’assenza di sicurezza, la completa perdita di fiducia nei confronti di chi si trova al nostro fianco. Di fondo, affronta tematiche e suggestioni non poi così lontane da quelle di La cosa, ed è probabilmente proprio per la potenza dell’idea di base che queste due diverse versioni dell’invasione aliena subdola e mascherata tornano periodicamente a manifestarsi al cinema.

Il romanzo di Jack Finney è stato infatti adattato in quattro film diversi, con oltretutto solo uno, il bruttarello Invasion del 2007, davvero deludente. E d’altra parte, il bello dell’idea di partenza è che si presta benissimo a interpretare le paure, le suggestioni, i temi dominanti in epoche diverse. È difficile, del resto, non leggere nell’allucinata paranoia che serpeggia fra le immagini dello splendido L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel, uscito nel lontano 1956, dei riferimenti al maccartismo, ai timori dell’America postbellica, allo spauracchio del comunismo. Vent’anni dopo, Philip Kaufman sfrutta invece lo stesso racconto per parlare dei magici iuessei in cui sta vivendo, del decennio identificato da Tom Wolfe come “Me decade”. C’è l’ossessione per l’individualismo, ma anche i timori nei confronti della sanità, dell’approccio all’alimentazione, oltre che un timido accenno al modo in cui la vita di coppia finisce per cambiare le persone e trasformarle – letteralmente, in questo caso – in creature completamente diverse. E proprio tramite la difficoltà nel distinguere gli esseri umani dalle copie si finisce chiaramente a parlare di conformismo e di come in fondo, forse, l’umanità vittima dell’invasione non sia poi così diversa da quella “finta” che vuole sostituirla.

Il sottotesto culturale e sociologico fa però da sfondo a una vicenda sci-fi e horror che getta la maschera fin dal primo istante. Kaufman non si gioca, questa volta, la carta del mistero e apre il suo remake dicendolo chiaro fin dai titoli di testa: delle creature aliene stanno arrivando, vogliono fregarci e vogliono farlo in quella maniera tremenda. Nonostante questo, o forse proprio per questo, il senso di paranoia è comunque devastante e il modo in cui la vita di Matthew Bennell si sgretola davanti ai suoi occhi rapisce ancora oggi in maniera incredibile, vuoi per il lavoro pazzesco e innovativo fatto sul suono, vuoi per le belle musiche, vuoi per la sceneggiatura perfettamente calibrata, vuoi perché il viso di Donald Sutherland pare progettato in laboratorio per un ruolo del genere. Al suo fianco, un adorabile e giovanissimo Jeff Goldblum, al massimo del suo splendore da ansia di prestazione, intento a gesticolare e dar spettacolo dal primo all’ultimo secondo, e una serie di attori perfettamente in parte.

Kaufman conduce il tutto mettendo in fila una serie di immagini suggestive, infilando un pezzo di bravura dietro l’altro (qua e là anche a costo di creare una certa mancanza di connessione fra le diverse scene) e dando vita a uno fra i film più sanamente inquietanti e tutto sommato meglio invecchiati di quegli anni. Terrore dallo spazio profondo riesce oltretutto nell’impresa di risultare piuttosto esplicito nel suo orrore, certo più del film originale, soprattutto quando mostra corpi parzialmente formati che escono da baccelli “vaginali”, senza per questo forzare la mano e anzi finendo per mettere addosso disagio, ansia, angoscia soprattutto grazie a quel che non mostra, al dubbio, all’ignoto. Ti ammalia e assorbe fin dal primo minuto, trascinandoti nel suo abisso e chiudendosi su un finale che è una vangata in mezzo ai denti. È un remake come se ne facevano una volta: non un’inutile riproposizione moderna senza nerbo, ma una reinvenzione di forte personalità che vive di vita propria. È un filmone, insomma.

Me lo sono visto per la prima volta al cinema un paio di mesi fa, durante il PIFFF 2014, era il primo film della maratona notturna dedicata alle invasioni aliene (quattro film, dalla tarda serata all’alba, nello splendore della sala grossa, con la struttura del multisala tutta dedicata alla manifestazione: bar aperto, banchetto con panini e provviste assortite, varie ed eventuali). E, caspita, certe immagini funzionano a meraviglia, sul grande schermo.

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