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Tusk

Tusk (USA/Canada, 2014)
di Kevin Smith
con Justin Long, Michael Parks, Haley Joel Osment, Johnny Depp, Genesis Rodriguez

Circa sette anni fa, ormai quasi otto, Kevin Smith e il suo amico per la pelle Scott Mosier scoprono di potersi divertire un sacco nel fantastico mondo dei podcast e iniziano a registrare ogni settimana un’ora di chiacchiere più o meno sceme sul tema “Boh, quel che ci interessa questa settimana”. Una volta elargito a un mondo che non aspettava altro, il risultato di quelle chiacchierate, che si chiama SModcast perché i nomi dei podcast tendono a venir fuori così, riscuote un successone tale da diventare la base per un discreto business. Se da un lato infatti è noto che anche se ti chiami Kevin Smith e il tuo podcast lo scarica chiunque, i soldi non ce li fai lo stesso, dall’altro puoi trasformare il tutto in uno strumento tramite cui creare (o, se ti chiami Kevin Smith, consolidare) una fanbase che poi ti compra il libro, ti paga il biglietto per l’evento live e ti spinge a dirigere un film cretino che, pur incassando pochissimo, finisce per fare da trampolino per il rilancio della tua carriera da regista. E insomma, alla fine giusto così, no? Boh.

Comunque, Tusk nasce per l’appunto da SModcast, per la precisione dal duecentocinquantanovesimo episodio, nel quale Smith e Mosier si trovano a chiacchierare di un’inserzione pubblicitaria (poi rivelatasi finta) apparsa su Gumtree, in cui un tizio offre alloggio gratuito a chiunque sia disposto a travestirsi da tricheco. Dopo aver trascorso un’ora sparando cretinate col suo amichetto su un’ipotetica storia ispirata a quell’inserzione, Smith chiede a Twitter di fargli sapere se sia il caso di mettere in produzione un film del genere. #WalrusYes o #WalrusNo? Domanda retorica. Circa un anno dopo, Tusk arriva nei cinema e incassa meno di due milioni di dollari, ma – spiega Smith a chi gli sventola in faccia il flop – facendo la tara fra quei due spiccioli, il budget ridottissimo e i soldi arrivati con gli accordi di distribuzione, chiude in attivo e convince la gente che conta a finanziare non uno, non due, ma addirittura tre nuovi progetti del Kevinone. Nei prossimi anni, quindi, a meno di imprevisti, arriveranno Clerks 3 e altri due film ispirati al fantastico mondo dei podcast, che comporranno con Tusk la True North Trilogy. Tutto è bene quel che finisce bene.

“Stacce.”

Ma Tusk com’è? Beh, è un film che ha per protagonista un podcaster (wink wink) insopportabilmente borioso (Justin Long), amico di un podcaster un po’ meno insopportabile ma insomma (Haley Joel Osment). Il borioso, per una serie di incredibili coincidenze nate dallo star cercando argomenti di discussione per il podcast, si ritrova nelle mani di un signore di una certa età (Michael Parks) che, per una serie di eventi che non andremo ad approfondire, non si accontenta di un costume da tricheco. L’inserzione che Justin Long e i suoi baffi scovano è più generica rispetto a quella “reale”, offre alloggio gratuito e tante storie interessanti da raccontare, ma il nostro amico Parks è in realtà un pazzo furioso che ha la fissa di trasformare uomini in trichechi. Letteralmente. Justin si ritrova quindi velocemente drogato, senza baffi e vittima di disgustose operazioni che lo trasformano in uno scherzo della natura, una specie di tricheco umano che sbava, ringhia e mangia pesce.

Se sembra una situazione completamente cretina è perché si tratta esattamente di quello. E del resto Tusk nasce da una chiacchierata scema ed è realizzato a solo uso e consumo di chi voleva il film cretino nato da quella chiacchierata scema. A tutti capita di trascorrere una serata inventandosi idiozie assieme agli amici, buon per Kevin Smith che può permettersi di trasformare quelle idiozie in un film. L’aspetto paradossale della faccenda, per altro, sta nel fatto che Tusk funziona quando si prende sul serio e crolla miseramente quando la butta in farsa. La parte iniziale, che propone dei protagonisti a metà fra il fesso e il deprecabile e inizia pian piano a costruire il classico viaggio implacabile verso l’incubo, fa il suo dovere. Michael Parks che fa il matto, come già in Red State, è una meraviglia. Genesis Rodriguez è gnocca. I momenti più puramente horror e di disagio, seppur ovviamente cosparsi da un bel po’ di humor nero, funzionano quasi tutti. Insomma, come horror grottesco e completamente sopra le righe, Tusk non sarebbe neanche male e ti farebbe quasi venir voglia di pensare che abbia cose interessanti da dire sull’attuale era dell’entertainment e della comunicazione online. Quasi, eh.

Il problema è che Smith non sembra interessato a crederci minimamente e butta nel mucchio una deriva demenziale impresentabile, più o meno tutta concentrata nella partecipazione di Johnny Depp truccato da Johnny Depp che fa il cretino canadese con l’accento francese di Johnny Depp e un po’ di trucco raffazzonato da Johnny Depp sulla faccia di Johnny Depp. Un personaggio talmente cretino da risultare cretino anche nel contesto di un film cretino come Tusk, e che – immagino – dovrebbe farci molto ridere perché si capisce benissimo che c’è Johnny Depp sotto quel trucco talmente raffinato da rendere irriconoscibile Johnny Depp. Non ho riso. Sta di fatto, però, che ne viene fuori un film costantemente indeciso fra serietà e farsa, incapace di trovare un equilibrio fra le due direzioni, diretto da una persona a cui, probabilmente, fotte sega. Ciliegina sulla torta, i titoli di coda sono accompagnati dalle porzioni della chiacchierata originale fra Smith e Mosier in cui i due ridono come matti proprio delle parti di storia che il film prova a prendere sul serio. E, insomma, sarà un problema mio, ma faccio proprio fatica a non vederci un’enorme coda di paglia.

L’ho visto al cinema, in lingua originale, qualche tempo fa. Era il film di chiusura del PIFFF 2014. Non so, onestamente, se sia prevista una distribuzione italiana, però è passato al Festival di Roma dell’anno scorso. Fun fact: gli altri due episodi della True North Trilogy saranno Yoga Hosers, di cui si sono già concluse le riprese e che è incentrato – glom – sul personaggio di Johnny Depp, e Moose Jaws, descritto come “Lo squalo, ma con un’alce”. E vabbuò, che gli vuoi dire?

Predestination

Predestination (Australia, 2014)
di Michael e Peter Spierig
con Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor

Ogni tanto mi ritrovo a scrivere di un film in preda all’ansia del non volerne rovinare la visione e finisco per dire subito “È bello, smettete di leggere e guardatevelo”. O anche “È brutto, quindi potete pure continuare a leggere, tanto chi se ne frega”. In questo caso diciamo “È bello, se vi piacciono i film sui viaggi nel tempo smettete di leggere e guardatevelo”. Fra l’altro, di fondo, già dire una cosa del genere finisce per cambiare almeno un po’ l’esperienza di chi ti legge, perché poi si presenterà davanti allo schermo non completamente vergine, aspettandosi già il film in cui c’è qualcosa da scoprire, un colpo di scena, whatever. Ma d’altra parte, ehi, do per scontato che se sei uno a cui piace presentarsi vergine in sala (come fra l’altro è più o meno capitato a me per questo film), beh, non mi leggi prima di aver visto il film. Ad ogni modo, se vi piacciono i film sui viaggi nel tempo, smettete di leggermi, date una chance a Predestination e magari poi tornate a leggermi. Se vi interessa invece leggere un mio giudizio di merito sul film, scritto comunque stando attento a non svelare quasi nulla del racconto, potete passare al prossimo paragrafo.

Predestination è il terzo film dei fratelli Spierig, il secondo con protagonista Ethan Hawke, ed è ispirato alla storia breve —All You Zombies— di Robert A. Heinlein. Al centro del racconto si trova un’organizzazione governativa formata negli anni Cinquanta e dedita all’utilizzo dei viaggi nel tempo per sistemare cose che devono essere sistemate. Fra i pregi maggiori del film c’è un aspetto che mi dicono essere anche la migliore (e forse unica) qualità del precedente Daybreakers: la capacità di creare un mondo alternativo affascinante, carico di personalità e credibile basandosi solo su due o tre pennellate piazzate nel modo giusto. In questo caso, le pennellate sono fondamentalmente riassumibili in una gentile estetica da fantascienza anni Sessanta, che dona al tutto una personalità deliziosa e già da sola vale il prezzo del biglietto. Ma ci sono altri aspetti di gran merito: una sceneggiatura che tratta i viaggi nel tempo in maniera sì contorta, ma molto precisa e comprensibile; una gestione delle rivelazioni che non si preoccupa tanto di nasconderle (se insisti in quel modo sul “non mostrare” un volto, mi stai evidentemente suggerendo qualcosa), quanto di creare una rete di intrecci che, anche se hai già intuito tutto, rimanga coinvolgente grazie al lato umano della vicenda; due attori, il nostro amico Ethan Hawke e quella specie di incrocio fra Emma Stone e Leonardo di Caprio che è Sarah Snook, bravissimi a venderti il tutto. E son pregi non da poco, specie se consideriamo che l’azione sta dalle parti dello zero spaccato e il film ruota fondamentalmente quasi solo attorno al dialogo e alla gestione dell’incastro temporale. Se a questo punto siete definitivamente convinti, smettete di leggere e guardatevelo. Se volete leggere che altro ho da dire, proseguite pure: prometto di non svelare molto.

L’altro aspetto intrigante del film, o quantomeno intrigante per me, è che mentre spesso il paradosso temporale, per quanto possa essere importante nell’economia della storia, è soprattutto uno strumento utilizzato per raccontare delle vicende che gli ruotano attorno, in questo caso il paradosso temporale è la vicenda. Intendiamoci, Predestination appartiene comunque a quella fantascienza che sfrutta le sue assurdità per parlare del mondo reale, di umanità e di temi più o meno alti, ma è anche, in sostanza, il racconto di come nasca e si sviluppi un paradosso temporale. Praticamente tutta la vicenda è composta quasi esclusivamente dai pezzi del grosso puzzle che ne descrive la struttura e che pian piano vanno a unirsi fino a fornire un quadro completo e abbastanza coerente. Poi, certo, alcuni aspetti sono forse un po’ traballanti e certi dubbi possono probabilmente essere risolti unicamente tramite una chiacchierata coi due Spierig (che per altro magari risponderebbero in pieno stile Rian Johnson: “Mboh, ci sembrava fico fare così”), ma la linea temporale che viene tracciata è solida e piuttosto affascinante. E questo è l’ultimo pregio che mi premeva sottolineare. Basta, ho finito, andate a guardarvelo, che merita.

L’ho visto al cinema, in lingua originale, durante l’ultima giornata di PIFFF. Fra l’altro, col senno di poi, sono abbastanza orgoglione del fatto di essere riuscito a seguirne la storia senza problemi dopo essermi sparato la maratona notturna sulle invasioni aliene e avendo dormito, boh, cinque ore al massimo. Ma forse il fatto è che un film del genere va visto così, quando sei sull’orlo del collasso isterico e hai i litri di caffè che ti scorrono nelle vene. Ad ogni modo, a casa sua (in Australia) il film è uscito l’estate scorsa, in questi giorni sta arrivando di qua e di là e secondo me non è totalmente da escludere una distribuzione dalle nostre parti.

Killer Klowns from Outer Space

Killer Klowns from Outer Space (USA, 1988)
di Stephen Chiodo
con Grant Cramer, Suzanne Snyder, John Allen Nelson, John Vernon

Stephen, Charles ed Edward Chiodo sono tre amorevoli fratelli che il Bronx ha deciso di regalare al mondo tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana. I tre hanno dedicato la loro vita adulta al lavoro nel mondo degli effetti speciali, con particolare attenzione su pupazzi, stop-motion e tutto ciò che stimola la nostalgia nella capoccia di chi è cresciuto negli anni Ottanta. La loro carriera vanta partecipazioni alle robe più disparate, daa Critters a Team America, passando per A cena con un cretino e svariati episodi de I Simpson. Fra i motivi per cui molti appassionati vogliono loro bene, però, c’è soprattutto Killer Klowns from Outer Space, un progetto assurdo e personalissimo, l’unico film da loro scritto e diretto, almeno fino a quando uscirà il più volte chiacchierato The Return of the Killer Klowns from Outer Space in 3D, che IMDB sostiene essere in arrivo nel 2016, con Grant Cramer pronto a tornare nel suo ruolo originale.

Ma che cos’è, Killer Klowns from Outer Space? È esattamente quel che il titolo può lasciar immaginare, niente di più e niente di meno: un film in cui arrivano dallo spazio dei pagliacci assassini. Facile, no? A distinguerlo da cinquantamila altri film di quegli anni basati su singole trovate fuori di testa c’è il fatto che in questo caso gli autori non si sono limitati all’idea di base e hanno invece spremuto fuori un film che è un frullato di invenzioni geniali una dietro l’altra, messe in fila senza freno alcuno. Tolti l’assegnino per convincere John Vernon a portare un (bel) po’ di carisma attoriale e quello per commissionare ai Dickies la meravigliosa theme song, tutto il resto del budget è finito nello sviluppo di pupazzi, creature, aggeggi e assurdità varie, dando vita a un tripudio di follia incredibile, in cui non si smette mai di divertirsi ed essere sorpresi.

Killer Klowns from Outer Space è un film assurdo e fenomenale, un carico di stupidità camp sopra le righe in cui a vincere sono la fantasia e il divertimento, espressi comunque in un contesto a modo suo brutale e violento: fatico a considerarlo un film spaventoso, ma tutto sommato non mi stupisco se chi non si trova molto a suo agio coi pagliacci lo vive male. In testa, però, rimane soprattutto il modo in cui l’immaginario legato al circo, e più nello specifico ai clown, viene rielaborato per dar vita a una sorta di incubo stralunato. Dall’astronave a forma di tendone ai bozzoli di zucchero filato, passando per l’uso che viene fatto dei palloncini e delle ombre cinesi, la stupida e crudele giocosità dei pagliacci, il pop corn mutante, la fila di clown che escono dall’auto, il gelato, le vittime trasformate in marionette… cinque minuti a caso di questo film valgono tutti gli Sharknado di questo mondo per quantità di idee, senso dell’assurdo, deformazione della realtà e palpabile entusiasmo da parte di chi si trova dietro alla macchina da presa. Poi, certo, è un film scemotto, con personaggi e attori di terz’ordine e una storia che alla fin fine fa solo da pretesto per mettere in fila una lunga serie di sketch. Ma è uno spacco vero, adorabile e sincero. Avercene.

Era il film conclusivo della maratona notturna dedicata agli alieni del PIFFF 2014. Non l’avevo mai visto prima e spararmelo sul grande schermo, alle quattro del mattino, con alle spalle una notte passata davanti alle invasioni aliene, beh, è stato meraviglioso.

Blob – Il fluido che uccide

The Blob (USA, 1988)
di Chuck Russell
con Shawnee Smith, Kevin Dillon, Donovan Leitch Jr.

Quattro anni dopo quel capolavoro di La cosa, due anni dopo quell’altro capolavoro di La mosca, nel 1988 se ne salta fuori un ulteriore horror che aggiorna, attualizza e incupisce un successo di qualche decennio prima. Del resto, sono gli anni d’oro dei remake, è il periodo in cui degli autori dotati di un cervello funzionante ci regalavano reinterpretazioni di spessore, ben lontane dai rifacimenti al microonde cui siamo abituati oggi. In questo contesto, c’è poco da fare, Blob fa la figura del fratello scemo, ma la verità è che si tratta di un film divertente, dal gran ritmo, sorprendentemente cattivo (ci lascia le penne pure un bambino!) e che riesce appieno nel suo intento di riportare in sala quello spirito da drive-in che caratterizzava l’epoca da cui trae spunto.

Paparini del progetto sono dei giovani Chuck Russell e Frank Darabont, che scrivono assieme la sceneggiatura ma riescono a recuperare i finanziamenti per realizzare il film solo dopo essersi occupati di Nightmare 3: I guerrieri del sogno, da cui tirano per altro fuori uno fra i film più amati e di maggior successo della saga di Freddy Krueger. Dopo aver contato i soldi, quindi, spazio al loro remake, che recupera l’idea di base originale ma trasforma la massa informe assassina da creatura aliena a esperimento di laboratorio. Il classico tema dell’ansia da invasione comunista dei bei tempi si trasforma quindi, così timidamente che non è chiaro se Russell e Darabont siano davvero interessati alla cosa, in un metaforone sul terrore dell’A.I.D.S. che scuote il mondo in quegli anni. Ma d’altra parte l’idea, è piuttosto palese, sta soprattutto nel divertire e divertirsi.

Dove Russell e Darabont recuperano lo spirito dei bei tempi è infatti nel taglio assolutamente camp, seppur maggiormente cupo, ben supportato dalla truppa di caratteristi piazzati davanti alla macchina da presa. In questo senso, mi preme ricordare soprattutto gli occhi allucinati di Jeffrey DeMunn (attore feticcio di Darabont, ottimo Dale in The Walking Dead) e il classico anti-eroe motociclista con giacca di pelle, in pieno stile fifties, interpretato da Kevin Dillon (il Dave Franco degli anni Ottanta). È anche grazie a loro se Blob è fondamentalmente una divertente baracconata, che funziona alla grande ancora oggi grazie alla cattiveria, ai lievi accenni di satira e al puro senso di divertimento che sa esprimere. Anzi, forse funziona ancora meglio oggi, a quasi trent’anni di distanza, per quella sorta di affetto che si tende a provare nei confronti di un cinema ruspante, fisico, sincero e artigianale che oggi appare confinato alle piccole produzioni indipendenti, ma nel 1988 poteva permettersi un budget di tutto spessore. C’è ritmo da vendere, la fantasia nell’utilizzare l’assurdo mostro per ammazzamenti ingegnosi non manca e ci si diverte dall’inizio alla fine. Altro che Carrie.

L’ho visto al cinema, in lingua originale, come terzo film della maratona notturna sulle invasioni aliene al PIFFF 2014. Il terzo film è quello del giro di boa, dopo le tre di notte mi passa il sonno e da lì è tutto in discesa.

Essi vivono

They Live (USA, 1988)
di John Carpenter
con Roddy Piper, Keith David, Meg Foster

Nella seconda metà degli anni Ottanta, John Carpenter ottiene grazie a Starman uno fra i suoi più grandi successi commerciali e di critica. Sarà anche, più o meno, il suo ultimo vero successo al botteghino. Cose che capitano. Del resto, per sicurezza, a quel botto dà seguito infilando tre flop uno dietro l’altro ma, soprattutto, uno più bello dell’altro: Grosso guaio a Chinatown, forse il disastro commerciale più grande, perlomeno alla luce del budget investito, Il signore del male ed Essi vivono. E oggi chiacchieriamo proprio di quest’ultimo, che per molti versi è il film più incazzato, politico e brutale di un regista la cui filmografia, comunque, non è che le abbia mai particolarmente mandate a dire. Essi vivono prende ispirazione da un racconto di fantascienza di Ray Nelson, Eight O’Clock in the Morning, pubblicato negli anni Sessanta e chiaramente inserito nella tradizione delle invasioni silenziose in stile Ultracorpi. Ma se lo spunto fantascientifico del film è quello, il vero spirito nel racconto sta nel fastidio a quel punto ormai estremo che Carpenter prova nei confronti della politica americana degli anni Ottanta, del mondo in cui ogni aspetto della società a stelle e strisce è stato commercializzato.

Essi vivono, parola di Carpenter, racconta di “ricchi republicani reaganiani giunti dallo spazio profondo”. Pone al centro dell’azione un uomo qualunque, con un cognome (Nada) che spiega tutto. È un americano medio, un operaio che si vuole guadagnare da vivere in maniera onesta, che sta cercando di rifarsi una vita nel bel mezzo di un tracollo economico devastante e che nonostante tutto crede ancora fortemente nel sogno americano, nella possibilità di costruirsi una vita sfruttando la libertà e gli strumenti che the greatest country in the world ti offre. Trova lavoro in un’impresa di costruzione a Los Angeles e si stabilisce in una specie di grosso accampamento assieme ad altri poveracci come lui. Vuole crederci, vuole essere una brava persona, ma conosce i propri limiti e cerca di non mettersi nei guai e tenere la bocca chiusa anche quando vede che attorno a lui succedono cose strane e la gente viene presa a calci in culo. Quest’uomo sconfitto dalla vita ma intenzionato a rialzarsi ha però una particolarità: oltre ad essere semplice e diretto, è interpretato da “Rowdy” Roddy Piper, uno che, se gli si chiude la vena sul collo, può diventare piuttosto pericoloso.

E cosa gli succede? Succede che a un certo punto indossa un paio di occhiali che, per qualche motivo, permettono di vedere cosa si cela dietro l’illusione, l’impalcatura di messaggi subliminali e manovre politiche tramite cui gli alieni repubblicani dal volto corrotto ci hanno ormai irrimediabilmente invasi. Tramite quegli occhiali, Carpenter ci mostra il cupo mondo in bianco e nero servito da chi comanda, un mondo in cui le forze aliene hanno invaso il pianeta Terra comprandolo, un mondo in cui anche la persona apparentemente più semplice e pura di cuore non si fa problemi a passare dalla parte dei “cattivi”, se il prezzo è quello giusto, un mondo in cui qualsiasi cosa ci passi fra le mani o davanti agli occhi comunica lo stesso tipo di messaggio: compra, spendi, consuma, il denario è il tuo dio, lavora, sposati, riproduciti. Un mondo in cui alla fin fine siamo ben contenti di farci calpestare perché ci basta godere della quantità di ciarpame da cui siamo sepolti. È un mondo agghiacciante ma visivamente splendido, dipinto in un bianco e nero meraviglioso, che Carpenter mette in scena con il suo solito gusto fuori misura e che fa improvvisamente sbroccare il nostro amico Nada.

La sua reazione è quella di un uomo semplice e brutale, quella di una persona che fino a un attimo prima ancora ci credeva e improvvisamente vede tutto rosso, altro che in bianco e nero, perché si è reso conto che il mondo glie l’ha piantata in quel posto e lui se l’è presa di gusto, senza nemmeno accorgersene. È incredulo, scoppia a ridere, insulta i mostri che si trova davanti e poi decide di reagire, di farlo senza misure: imbraccia il fucile e si mette a sparare a tutti gli alieni che trova, infilandosi in una situazione da cui difficilmente potrà uscire sui suoi piedi, ma in cui forse la classe operaia salverà il mondo. Insomma, Essi vivono è un metaforone lungo novanta minuti, ed è un metaforone non esattamente sottile. Carpenter lavora di vanga e con la vena chiusa sul collo, ma del resto il messaggio è figlio della rabbia e, pur nella sua indubbia semplicità, arriva diretto come un treno merci, perfettamente attuale quasi trent’anni dopo, forse anche più attuale, al di là degli ovvi anacronismi tecnologici. E poi, sì, attorno a tutto questo c’è anche un film di genere, che Carpenter struttura con un lento accumulo d’atmosfera e giri di basso per poi scatenare una seconda metà tutta azione, battutacce, sparatorie e finale amarognolo. Nel mezzo, una meravigliosa scazzottata da sei minuti fra Roddy Piper e Keith David, i penetranti occhi azzurri di Meg Foster e tante risate a denti stretti. Poi, certo, gli eventi si sviluppano in maniera un po’ tirata per i capelli, Roddy Piper, pur perfetto nel ruolo, esprime a tratti una rara carica di legnosità e l’azione stessa non è esattamente quella di Grosso guaio a Chinatown, ma del resto il punto è anche un po’ quello. A Carpenter interessava tirarci in faccia il metaforone a colpi di vanga, l’ha fatto alla grande e fa male ancora oggi.

L’ho visto per la centododicimillesima volta, ma per la prima volta al cinema, come secondo pezzetto della maratona notturna a tema invasioni aliene del PIFF 2014. Ricevere metaforoni a colpi di vanga in faccia alle due di notte ha sempre il suo perché.

Terrore dallo spazio profondo

Invasion of the Body Snatchers (USA, 1978)
di Philip Kaufman
con Donald Sutherland, Brooke Adams, Jeff Goldblum, Veronica Cartwright, Leonard Nimoy

Terrore dallo spazio profondo, titolo italiano che sembra quasi voler negare la natura di remake del classico anni Cinquanta di Don Siegel, è il secondo film ispirato al romanzo L’invasione degli ultracorpi, di Jack Finney, in cui si racconta dell’arrivo sul pianeta Terra di forme di vita aliene capaci di sostituirsi agli esseri umani, mentre dormono, tramite delle copie sviluppate all’interno di baccelli. Si tratta di un’idea potente per mille motivi, un’invasione aliena dai metodi superficialmente quasi pacifici, sicuramente “tranquilli”, che ci colpisce nel sonno, quando siamo più indifesi e teoricamente al sicuro, e che fa leva sul dubbio, il sospetto, la paranoia, l’assenza di sicurezza, la completa perdita di fiducia nei confronti di chi si trova al nostro fianco. Di fondo, affronta tematiche e suggestioni non poi così lontane da quelle di La cosa, ed è probabilmente proprio per la potenza dell’idea di base che queste due diverse versioni dell’invasione aliena subdola e mascherata tornano periodicamente a manifestarsi al cinema.

Il romanzo di Jack Finney è stato infatti adattato in quattro film diversi, con oltretutto solo uno, il bruttarello Invasion del 2007, davvero deludente. E d’altra parte, il bello dell’idea di partenza è che si presta benissimo a interpretare le paure, le suggestioni, i temi dominanti in epoche diverse. È difficile, del resto, non leggere nell’allucinata paranoia che serpeggia fra le immagini dello splendido L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel, uscito nel lontano 1956, dei riferimenti al maccartismo, ai timori dell’America postbellica, allo spauracchio del comunismo. Vent’anni dopo, Philip Kaufman sfrutta invece lo stesso racconto per parlare dei magici iuessei in cui sta vivendo, del decennio identificato da Tom Wolfe come “Me decade”. C’è l’ossessione per l’individualismo, ma anche i timori nei confronti della sanità, dell’approccio all’alimentazione, oltre che un timido accenno al modo in cui la vita di coppia finisce per cambiare le persone e trasformarle – letteralmente, in questo caso – in creature completamente diverse. E proprio tramite la difficoltà nel distinguere gli esseri umani dalle copie si finisce chiaramente a parlare di conformismo e di come in fondo, forse, l’umanità vittima dell’invasione non sia poi così diversa da quella “finta” che vuole sostituirla.

Il sottotesto culturale e sociologico fa però da sfondo a una vicenda sci-fi e horror che getta la maschera fin dal primo istante. Kaufman non si gioca, questa volta, la carta del mistero e apre il suo remake dicendolo chiaro fin dai titoli di testa: delle creature aliene stanno arrivando, vogliono fregarci e vogliono farlo in quella maniera tremenda. Nonostante questo, o forse proprio per questo, il senso di paranoia è comunque devastante e il modo in cui la vita di Matthew Bennell si sgretola davanti ai suoi occhi rapisce ancora oggi in maniera incredibile, vuoi per il lavoro pazzesco e innovativo fatto sul suono, vuoi per le belle musiche, vuoi per la sceneggiatura perfettamente calibrata, vuoi perché il viso di Donald Sutherland pare progettato in laboratorio per un ruolo del genere. Al suo fianco, un adorabile e giovanissimo Jeff Goldblum, al massimo del suo splendore da ansia di prestazione, intento a gesticolare e dar spettacolo dal primo all’ultimo secondo, e una serie di attori perfettamente in parte.

Kaufman conduce il tutto mettendo in fila una serie di immagini suggestive, infilando un pezzo di bravura dietro l’altro (qua e là anche a costo di creare una certa mancanza di connessione fra le diverse scene) e dando vita a uno fra i film più sanamente inquietanti e tutto sommato meglio invecchiati di quegli anni. Terrore dallo spazio profondo riesce oltretutto nell’impresa di risultare piuttosto esplicito nel suo orrore, certo più del film originale, soprattutto quando mostra corpi parzialmente formati che escono da baccelli “vaginali”, senza per questo forzare la mano e anzi finendo per mettere addosso disagio, ansia, angoscia soprattutto grazie a quel che non mostra, al dubbio, all’ignoto. Ti ammalia e assorbe fin dal primo minuto, trascinandoti nel suo abisso e chiudendosi su un finale che è una vangata in mezzo ai denti. È un remake come se ne facevano una volta: non un’inutile riproposizione moderna senza nerbo, ma una reinvenzione di forte personalità che vive di vita propria. È un filmone, insomma.

Me lo sono visto per la prima volta al cinema un paio di mesi fa, durante il PIFFF 2014, era il primo film della maratona notturna dedicata alle invasioni aliene (quattro film, dalla tarda serata all’alba, nello splendore della sala grossa, con la struttura del multisala tutta dedicata alla manifestazione: bar aperto, banchetto con panini e provviste assortite, varie ed eventuali). E, caspita, certe immagini funzionano a meraviglia, sul grande schermo.

Spring

Spring (USA, 2014)
di Justin Benson, Aaron Moorhead
con Lou Taylor Pucci, Nadia HilkerSpring è il secondo film degli autori di Resolution, che non ho visto ma che una persona di cui mi fido abbastanza ha consigliato in una maniera della quale mi fido abbastanza. È ambientato in un paesello dell’Italia del sud che ho trovato ritratto in maniera abbastanza credibile, semplicemente normale, non troppo distante da ciò a cui sono abituato quando vado a gironzolare nell’Italia del sud, nonostante, per carità, abbia un paio di elementi curiosi che fanno folklore e sono a due passi dalla macchietta. Anzi, paradossalmente, l’unico vero sprazzo di cliché totale del turismo è un personaggio americano che si manifesta a un certo punto, comportandosi da turista cretino, maleducato e casinista americano. Dopo la proiezione al PIFFF 2014 ho pure preso il coraggio (e il microfono) stretto in mano, ho fatto presente alla platea che sono italiano e in francese non ce la posso fare e ho chiesto in inglese al duo se si erano posti il problema, se ci tenevano a realizzare un film in cui l’Italia non sembrasse uscita da un episodio de I Griffin. E mi hanno risposto di sì, che li ha aiutati il supporto della troupe e che le numerose vacanze zaino in spalla che il Benson s’è fatto dalle nostre parti hanno dato una mano. Insomma, bravi.

Un’altra cosa che ho fatto dopo la proiezione è stata prendere il mio bel bigliettino e dare il voto più alto fra tutti quelli che ho assegnato nel corso del festival, in cui il vincitore del concorso principale viene deciso dal pubblico. E alla fine, guarda un po’, Spring ha vinto, portandosi a casa il premio e gli applausi della folla. A me fa piacere. Benson e Moorhead son simpatici, due bravi regaz. Dopo la proiezione hanno pure invitato tutti ad andare a farsi una birretta con loro nel pub di fronte, ma io dovevo rimanere in sala come un disadattato per spararmi la maratona notturna sui film di alieni. Però si apprezza il gesto, no? E magari chi mi legge apprezzerebbe che parlassi pure un po’ del film. Parliamone. Spring è una romantica storia d’amore fra quello che nel remake di La casa leggeva incautamente il libro e una tizia dalle origini nebulose con nascosto nel cuore un tremendo segreto.

Materiale abbastanza tradizionale, insomma, ma scritto, diretto e interpretato da gente di talento. Spring non si vergogna di raccontare l’ennesima storia d’amore dannato, facendolo però in maniera sincera e per nulla stucchevole, inventandosi una mitologia di fondo intrigante e a modo suo originale, non tirandosi indietro in quel paio di momenti in cui bisogna mettere sul piatto la mostruosità e viaggiando su binari a metà fra l’horror, la commedia romantica e il film indipendente tutto silenzi e protagonisti mogi. E quando si arriva al dunque, incredibile ma vero, i protagonisti non si lasciano andare alla cretinaggine e decidono invece di affrontare la questione di petto, viaggiando verso un finale che funziona proprio per questo, oltre che per la notevole intesa fra i due attori. Insomma, non è che Spring sia il nuovo capolavoro dell’horror indipendente, anzi, però è una bella storia semplice, gradevole e – bonus – messa in scena tirando fuori il sangue dalle rape, con effetti speciali a basso budget che funzionano e un discreto manico dietro alla macchina da presa.

S’è fatto il giro di svariati festival mondiali e, se interpreto bene quanto dicono nella pagina ufficiale su Facebbok, alla fine ha trovato un accordo di distribuzione. IMDB lo dà in uscita in Gran Bretagna ad aprile.

Starry Eyes

Starry Eyes (USA, 2014)
di Kevin Kolsch, Dennis Widmyer
con Alex Essoe

Cinico, brutale, pessimista, senza speranza alcuna e testardamente intenzionato a mandare in vacca qualunque punta di buonismo, anche a costo di risultar ridicolo, Starry Eyes non è esattamente un film di Natale, ma destino vuole che finisca a scriverne proprio sotto Natale. Cose che capitano. È il secondo lungometraggio di Kevin Kolsch e Dennis Widmyer, coppia di registi che da una decina d’anni naviga nel sottobosco hollywoodiano e, forse, racconta qui anche un po’ la propria esperienza nella città degli angeli e dei sogni infranti (o una versione estremizzata della stessa, si spera). Protagonista è la bella, ambiziosa, scoglionata e piuttosto brava Sarah, interpretata da una bella, volenterosa e [che ne so, non la conosco] Alex Essoe, che si dedica anima e core al ruolo passando attraverso una distruzione fisica, estetica e morale devastante.

La storiellina è semplice e prevedibile, potenzialmente quella di chiunque amerebbe mettere in pratica il proprio talento per un lavoro creativo ma si ritrova a sbattere contro il muro della mancanza di opportunità. Racconta di una donna che vuole sfondare nel mondo del cinema e vive non lontano da una certa qual scritta sulla collina, assieme a un gruppo di persone dai desideri simili ma un po’ più rassegnate. La differenza fra lei e loro, scopriremo pian piano, sta soprattutto in quel che si è disposti a fare pur di ottenere il successo, nei livelli a cui si è pronti a spingersi e in quel che si ritiene accettabile, se non addirittura necessario. Circondata da mediocri, con davanti agli occhi il miraggio del successo, Sarah si lascia sedurre da un produttore che le offre il mondo e si ritrova immersa in un delirio di folle autodistruzione. Ed è tutta colpa sua.

A fronte di sviluppi tutto sommato prevedibili e di un metaforone buttato lì un po’ coi guanti da forno, la forza di Starry Eyes sta soprattutto nella mancanza di pietà con cui tratta la sua protagonista, trasformandola da eroina con cui identificarsi a mostro disgustoso. Giunta alla rivelazione su quel che realmente vuole, Sarah incomincia a passeggiare sulle vite di persone magari mediocri, normali, senza ambizioni, ma che quantomeno non ti piglierebbero a coltellate pur di recitare in un filmetto di quart’ordine. E la sua trasformazione in creatura di successo, l’ingresso nell’elite che tando desidera, si manifesta anche e soprattutto sotto forma di espressione fisica, attraverso una mutazione del corpo ipnotica, disgustosa, brutale, che sembra un po’ una versione patinatella del Cronenberg dei tempi belli. Ma di fondo, quel che resta dentro, come nei migliori horror che non si vergonano d’esserlo, è il senso di disagio figlio, certo, della trasformazione subita da Sarah, ma anche e soprattutto della bravura con cui Kolsch e Widmyer spostano mano a mano l’empatia verso il cast di contorno, banda di sfigati che in altri film vorresti solo veder scomparire e qui ti lasciano di sasso mentre vengono travolti dalla furia della protagonista.

L’ho visto al Paris International Fantastic Film Festival 2014 di fine ottobre. Nel frattempo è uscito negli USA, al cinema e in VOD, quindi immagino sia reperibile senza troppa fatica. Fun fact: il film è nato con una campagna di raccolta fondi su Kickstarter.

R100

R100 (Giappone, 2013)
di Hiroshi Matsumoto
con Nao Ōmori e un po’ di pazzi furiosi

Quarta regia di quel pazzo scriteriato di Hiroshi Matsumoto, R100 si intitola così in riferimento al sistema di rating nipponico, in una sorta di meta-tripudio. La storia del protagonista Nao Omori, padre di mezz’età, la cui moglie sopravvive attaccata alle macchine in un letto d’ospedale, che per ritrovare la gioia di vivere si concede al masochismo, è raccontata sotto forma di film nel film, con degli stacchi durante i quali si esce dal racconto e si osservano le discussioni degli addetti all’applicazione del visto censura, sconvolti da quel che stanno osservando, da quanto in là il film si spinga e dall’insensatezza della trama. Nel mentre, in sala, il regista, centenario, se la ride della grossa, convinto che solo persone della sua età siano in grado di comprendere il film. E il whaddafack si sparge a macchia d’olio.

R100, sulle prime, sembra un film quasi normale. Almeno, nei limiti di quanto possa esserlo la storia di un uomo che accetta di subire pestaggi e umiliazioni, così, quando meno se l’aspetta, durante la vita di tutti i giorni, davanti alle reazioni sbalordite della gente, secondo le regole del club a cui si è iscritto. E che trova gioia, espressa attraverso un effetto speciale che gli modifica gli zigomi e gli fa emettere pulsazioni, solo quando viene raggiunto l’apice dei maltrattamenti. Ecco, in questo contesto qua, R100 è un film quasi normale, malinconico e divertente, sparato a schermo con un affascinante uso dei colori, talmente spenti da sfiorare il monocromatico, e raccontato con quella capacità tutta orientale di saltare senza vergogna dal delicato dramma di una moglie in coma al delirio demenziale più spinto offerto dalle dominatrici assurde che attaccano il protagonista.

Verso metà film, dopo la meravigliosa esibizione di Saliva Queen, roba che quasi ci resto secco dal ridere, R100 scollina e svacca definitivamente verso il delirio, trasformandosi in una specie di sconclusionato film d’azione in cui il protagonista e la sua famiglia, a causa di un incidente in cui ci scappa il morto, vengono presi di mira dalle “regine” più pericolose del gruppo. E il bello è che il conseguente tripudio di assurdità non si dimentica di portare avanti i suoi meta-discorsi, per esempio coi continui accenni a un fantomatico terremoto infilati solo perché, a quanto pare, nel cinema giapponese è obbligatorio parlare di questioni d’attualità. E insomma, R100 è sostanzialmente un gran casino, un film assurdo, pieno di invenzioni folli, con un protagonista incredibilmente bravo nel riuscire a veicolare comunque drammatica intensità all’interno di quel delirio. Ha forse un po’ il limite di tirar troppo per le lunghe la parte finale, quando ormai le gag hanno un po’ esaurito la benzina. O forse no. O forse quel concerto d’estasi su cui si chiude tutto è bellissimo. Non ne ho idea.

È uscito in Giappone a ottobre dello scorso anno e si è girato un po’ tutti i festival internazionali, compreso il Paris International Fantastic Film Festival 2014, che è dove l’ho visto io. È uscito in qualche forma negli USA ed esiste un’edizione in DVD cinese, con sottotitoli anche in inglese. Non vorrei comunque dare l’impressione di stare consigliandolo. O sconsigliandolo. Non lo so. Voglio la mamma.

Musarañas

Musarañas (Spagna, 2014)
di Juanfer Andrés, Esteban Roel
con Macarena Gómez, Nadia de Santiago, Hugo Silva

Il film di cui chiacchiero oggi, in giro per l’internet, potreste trovarlo intitolato Shrew’s Nest, ma a me piace il titolo originale. Voglio dire, provate a leggerlo ad alta voce, Musarañas, non ha un suono fantastico? Specie poi se – come me – non avete il benché minimo rapporto con la lingua spagnola e, quindi, lo leggete probabilmente in maniera sbagliata. Musarañas, musarañas, musarañas, musaragnagnagnagnagnas! È fantastico! Comunque, si tratta del film d’esordio di Juanfer Andrés ed Esteban Roel, due autori spagnoli con a curriculum un paio di cortometraggi ciascuno e un decennio di carriera da attore televisivo per il secondo. La loro natura di esordienti è ben esemplificata dalla presenza di un “Alex de la Iglesia presenta” sul manifesto del film, messo bene in alto, con l’evidente impressione che a un certo punto abbiano pensato fosse il caso di scriverlo ancora più grosso del titolo. E del resto, il film nasce come nascono tanti horror di questi tempi: un regista affermato ti nota, decide che gli piaci tanto e ti produce, permettendoti di mettere il nome in locandina e prestandoti anche quella bella gnocca di sua moglie per un ruolo minore. Alla grande.

Il risultato è un film bizzarro, con quell’atmosfera da horror spagnolo tutto strano che ci piace tanto, forse non riuscito fino in fondo, ma che si merita di essere recuperato in qualche maniera, magari sperando che il nome di Alex de la Iglesia scritto bello grosso sul manifesto finisca per farlo arrivare anche in Italia. Racconta di Montse, una donna brutalmente affetta da agorafobia, al punto che il solo tentativo di metter piede fuori dal suo appartamento le fa patire violenti attacchi di panico, vomito, varie ed eventuali. La poveretta, tormentata dai ricordi di un padre non proprio modello, vive con sua sorella minore, a posto con la testa ma frustrata dal pugno di ferro esercitato da Montse. L’atmosfera già non idilliaca che si respira in casa parte per la tangente quando quest’ultima si ritrova alla porta un uomo ferito, lo accoglie controvoglia per curarlo e si riscopre poi novella Kathy Bates, decidendo di bloccarlo a letto, drogarlo, aggravarne l’infortunio e, insomma, tenerselo in casa tutto per sé.

Il bello è che tutto questo viene raccontato con una serie di cambi di registro che levati, con tanto di suggestioni sovrannaturali (ma saranno realmente tali o è tutto nella testa di Montse?) e con un buon lavoro sul rendere la protagonista un personaggio sì folle e sopra le righe, ma allo stesso tempo umano, spinto da cause che te la rendono anche quasi simpatica, perlomeno fino a che non scoppia il delirio della seconda metà di film. Non manca il classico humor nero che ci si aspetta con quel nome là sulla locandina, anche se il tono generale tende a spingere soprattutto sul pedale del dramma e delle esplosioni brutali di violenza che prendono il controllo della situazione nella parte finale. Insomma, Musarañas è un film che sembra partire un po’ confuso e invece, pian piano, unisce con cura tutta la roba sparsa in giro, fa salire la tensione a mille e si scatena quindi alla grande. Ben scritto, diretto con una gran cura per l’immagine e soprattutto interpretato da una Macarena Gómez totalmente fuori di testa, è sostanzialmente uno spacco.

Per il momento si è fatto solo il giro dei vari festival del fantastico mondiali. In Spagna esce a Natale. Del resto, è il classico film di Natale, no? Comunque, secondo me prima o poi in Italia ci arriva. Crediamoci fortissimo. Dai. Mano nella mano.