Archivi categoria: Rassegne

Big Fish & Begonia

Il terzo e ultimo film che ho visto al festival del cinema cinese di Parigi nel 2017 è un oggetto forse un po’ bizzarro (ma, del resto, a modo loro, lo erano anche l’action movie storico patriottico e l’adattamento monocromatico di un racconto breve del grande autore). Big Fish & Begonia è una produzione ad alto budget, che ha richiesto oltre dieci anni di lavoro (!), mira a lanciare una nuova era per il cinema d’animazione cinese e va a sfidare apertamente i pesi massimi mondiali… senza vincere lo scontro ma, tutto sommato, senza uscirne con le ossa rotte. La sua forza sta tutta nella surreale follia del mondo che racconta, vagamente ispirato a leggende e proverbi del folklore cinese, fresco e intrigante nella concezione, seppur non particolarmente originale nel suo mettere in scena il classico mondo parallelo a quello umano e una storia d’amore impossibile a cavallo fra le due dimensioni.

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Mr. No Problem

Un mese (ormai abbondante) fa, ho seguito quel che potevo dell’annuale rassegna dedicata al cinema cinese che si tiene qua a Parigi. E, come mio solito, mi sono messo in testa di scrivere dei vari film visti. In questo caso erano solo tre, quindi, insomma, l’impresa era sicuramente più gestibile rispetto ad altre volte. Poi, però, il tempo passa, gli impegni si accavallano, la voglia sfuma nell’umidità estiva e, per l’appunto, oltre un mese dopo mi sono reso conto di aver scritto solo uno dei tre post previsti. E oltretutto la vecchiaia avanza e non mi ricordo più quasi una fava dei film in questione. Eppure ci tengo, quindi ci provo. Tanto più che, con questo preambolo, intanto, un po’ del post odierno è andato. Bene così, no?

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Operation Mekong

La scorsa settimana, mi sono scavato dei ritagliucci di tempo per andare a recuperare tre film del festival del cinema cinese che ogni anno si tiene fra Parigi e altri luoghi bizzarri del paese chiamato Francia. Avrei voluto guardarne di più, tipo almeno quattro, ma il destino è beffardo, la vita pone paletti e, insomma, che ci dobbiamo fare? Comunque, il primo su cui ho posato gli occhi è Operation Mekong di Dante Lam, racconto in chiave super propagandista dei fatti avvenuti nel 2011 lungo il fiume Mekong, quando due navi da trasporto cinesi vennero attaccate nel tratto di fiume che scorre fra Birmania e Thailandia. Ci furono chiaramente conseguenze, fra cui un accordo che coinvolse Cina, Birmania, Thailandia e Laos per portare avanti in maniera più convinta la guerra alla droga nella regione, e c’è sicuramente del materiale per tirar fuori un film interessante. Prevedibilmente, l’approccio di Lam è quello del classico filmone action/thriller super melodrammatico e altrettanto super patriottico alla cinese. Una di quelle robe che incassano una valanga di soldi in patria ma poi tu, ingenuo spettatore occidentale, guardi sopportando a fatica nell’attesa delle scene d’azione.

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Safe Neighborhood

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Un festival del fantastico è sempre bene chiuderlo con un “crowd pleaser”, quel tipo di film che scatena l’applauso, la risata, il divertimento, il coinvolgimento. Già solo a scrivere queste righe mi torna in mente quella volta in cui a Monaco si chiuse con quella meraviglia di You’re Next e fu tripudio intestinale. Qua non siamo a quei livelli, ma Safe Neighborhood è un film adorabile ed è sicuramente un ottima scelta per la serata di chiusura del Paris International Fantastic Film Festival. È però anche un film di cui è bene non raccontare molto, così come del resto lo era You’re Next, ed è per questo che, casomai non si fosse capito, sto cazzeggiando sulla fascia per chiudere il primo paragrafo senza aver detto troppo. Mi limito a dire che è divertente, è natalizio, è un po’ retrò nel suo taglio giovanile, non è particolarmente horror, anche se c’è gente che muore malissimo, e la butta parecchio sul ridere, anche se poi quel che succede è abbastanza inquietante. È una specie di Mamma ho perso l’aereo con le coltellate, se vogliamo.

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Sam Was Here

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Il messaggio più forte comunicato da Sam Was Here è che fare il venditore porta a porta nel deserto californiano è una palla indescrivibile quando va bene, pure abbastanza pericoloso quando va male. Il film racconta infatti di tale Sam, inviato dal suo capo a proporre prodotti fra le abitazioni sparse in giro per il mojave. Siamo nel 1998, quindi il povero Sam non ha neanche uno smartphone con cui passare il tempo postando selfie coi cactus su Facebook, e si deve orientare pasticciando coi pennarelli sulle mappe di carta. Aggiungiamoci che non gli dà retta nessuno, quando prova a bussare alle porte non ottiene risposta e quando si aggrappa ai telefoni pubblici per chiamare i clienti gli mettono tutti giù. Per altro, col telefono gli dice proprio sfiga: quando prova a chiamare il suo capo e la sua famiglia, risponde sempre la segreteria telefonica. Non basta? C’è una strana luce rossa all’orizzonte che lo tormenta e nei dintorni sembra esserci un serial killer in attività. Non basta? Certo che non basta, che domande!

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Realive

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Realive ha un po’ quel cipiglio lì da fantascienza canadese tutta glaciale, elegante, inquadrata, ma sotto sotto romantica e voluttuosa. E invece il regista, Mateo Gil, è nato alle Canarie ed è sostanzialmente di formazione spagnola, con alle spalle soprattutto una carriera da sceneggiatore di fiducia di Alejandro Amenábar e già qualche film da regista. Ma tutto sommato, via, ci sta anche inquadrarlo come fantascienza canadese. Il problema è che puoi inquadrarlo come ti pare ma alla fin fine è più una questione di temi e aspirazioni che di risultato finale, perché Proyecto Lázaro (splendido titolo per il mercato spagnolo) propone begli spunti, idee affascinanti e un bel taglio incentrato sulla ricerca di emozioni forti, malinconia, romanticismo, ma casca sul traguardo della realizzazione. Non è un disastro, anzi, ma ti lascia addosso quella sensazione di “Ah, se fosse stato un film di David Cronenberg!” Ah!

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K-Shop

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K-Shop è il classico film horror che prende spunto da fatti di cronaca e cerca di sfruttare l’elemento trucido per parlare d’altro. L’horror impegnato, diciamo, con il bonus del protagonista vigilante, dalla moralità deviata ma che il film ti spinge ad apprezzare per mezzo del contesto, delle condizioni in cui si trova, del fatto di essere circondato da gente forse peggiore di lui. Che forse se lo merita, di finire infilata su uno spiedo. Forse. O forse stai parteggiando per un pazzo criminale. Vai a sapere. Il pazzo criminale in questione, comunque, è Salah, uno studente universitario britannico, ma di origini turche, che si ritrova a gestire il locale di famiglia in seguito alla morte del padre, ucciso da teppisti sbronzi durante quella che, nel contesto raccontato dal film, è la norma delle notti inglesi: tutti ubriachi e strafatti, in giro per le strade a rendersi ridicoli, spaccare tutto, trattare di merda il prossimo ed estrarre lampi di razzismo non proprio nascosto.

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The Mermaid

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The Mermaid è il nuovo film di Stephen Chow, attore, produttore, regista, sceneggiatore, [inserire a piacere] hongkonghese noto dalle nostre parti soprattutto per Shaolin Soccer e, in misura minore, Kung Fu Hustle (o come cacchio l’hanno intitolato in Italia mentre lo doppiavano a caso). E quel che ho da dire al riguardo potrebbe finire qui: è il nuovo film scritto e diretto da Stephen Chow, che altro bisogna aggiungere? Ma, insomma, aggiungiamo cose. Per esempio, banalmente, il fatto che The Mermaid ripropone il solito (per Chow) mix surreale di risate demenziali, melodramma spinto, azione sfrenata, satira sociale, fantasia sparata a mille e talento altrettanto surreale nella composizione dell’immagine. E diciamo che ne viene fuori una bomba, un film divertentissimo, pieno di idee, scemo oltre ogni limite eppure capace di far emozionare quando decide di provarci. È una delizia, sul serio.

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The Greasy Strangler

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The Greasy Strangler è una roba (quasi) completamente assurda. È una commedia horror, o forse una satira disgustosa, o magari un film surreale in cui c’è un tizio ricoperto di grasso che va in giro ad ammazzare gente. È una fra le cose più fuori di testa che abbia visto negli ultimi anni e non so se mi sentirei di dire che si tratta di un film divertente, riuscito, bello. Mi sentirei però di dire che va visto, perché cose del genere quando mai capita di poterle vedere? L’unico vero avviso, magari, consiste in un facile “lasciate perdere se vi stomacate facilmente”. Non perché ci siano elementi particolarmente splatter, anzi, le uccisioni sono per lo più caste e in un paio di casi anche abbastanza buffe. Però ci sono un sacco di elementi onestamente disgustosi, per lo più relativi all’ingerire roba immersa nel grasso, al ricoprirsi di grasso, al fare cose col grasso, e sono in generale i personaggi stessi e l’estetica generale del film a puntare sul disagio.

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I Am Not a Serial Killer

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I Am Not a Serial Killer si iscrive per direttissima al gruppo dei film di genere che provano a mescolare assieme stili e approcci diversi per tirare fuori qualcosa di bizzarro, magari anche geniale (non è questo il caso), che va a tanto così dall’essere un pasticcio ma tutto sommato funziona, seppur non fino in fondo. L’intreccio è roba tipica da horror adolescenziale anni Ottanta, in zona Ammazzavampiri (ma, per carità, poi si torna sempre a La finestra sul cortile): c’è un serial killer che miete vittime nella cittadina di provincia, c’è un adolescente fancazzaro incuriosito dalla cosa e c’è qualcuno che vivacchia in zona e sembrerebbe proprio poter essere il serial killer in questione. Il twist sta nel modo in cui viene raccontata la storia.

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