The Wolf of Wall Street

The Wolf of Wall Street (USA, 2013)
di Martin Scorsese
con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie e un sacco di altra gente

Forse è bizzarro o forse no, ma i due personaggi che più mi tornano in mente se, a distanza di qualche settimana dalla visione, ripenso a The Wolf of Wall Street, sono, per motivi completamente diversi, due fra quelli che hanno meno minuti a disposizione in un film dalla durata totalmente fuori misura. Da una parte c’è il monumentale Matthew McConaughey, che ha ormai quasi completato il suo fulminante percorso di redenzione e illuminazione lungo la via dell’Academy e trasformato in propria missione di vita il magnarsi qualunque attore gli passi vicino e, incidentalmente, qualunque film a cui partecipi. Anche qui appare, prende tutti a calci nelle gengive, si tira dei pugnetti sul petto canticchiando e se ne va immerso nella luce del tramonto. Per gli altri, la polvere. Dall’altra parte c’è Kyle Chandler, interprete comunque sempre molto bravo, ma alle prese con un personaggio di gran lunga meno incisivo, simbolo perfetto della logorrea di cui è preda Scorsese. Il suo ruolo in The Wolf of Wall Street è marginale, quasi del tutto fuori dal cono visivo e d’interesse del protagonista Jordan Belfort, quindi a modo suo anche coerente con lo spirito del film, ma mi ha lasciato addosso una sensazione di squilibrio, di tirato via. E forse, la stessa identica presenza, all’interno di un film più asciutto e misurato, mi sarebbe parsa meglio bilanciata.

O forse no. Il problema di The Wolf of Wall Street, l’unico problema che riesco a trovare in un film altrimenti splendido e che rimane comunque il migliore dello Scorsese più recente, forse l’apice del suo sodalizio con Leonardo DiCaprio, è intrinsecamente legato alla natura stessa del film. Lo dice il titolo: Scorsese, qui, non parla strettamente di Wall Street o delle manipolazioni affaristiche che hanno portato alla crisi figlia di quel mondo tutto matto, si concentra invece sul delirio di onnipotenza, sesso, droga, soldi in cui era immersa la vita di un gruppo di persone e, sembra suggerire, s’immergerebbe la vita di chiunque, se posto di fronte a simili condizioni e tentazioni, perché siamo bestie fragili e cedevoli. Si viaggia insomma ben lontani da un film (bellissimo) come Margin Call, c’è invece un tuffo esagerato – ma mai fuori controllo – nel delirio d’onnipotenza, nel totale menefreghismo e nell’insaziabilità, un percorso interminabile attraverso ogni forma d’eccesso, in un mondo in cui non esistono rapporti umani ma solo persone da fottere, poco importa se si tratti di clienti inconsapevoli, bionde da competizione o presunti amici dimenticati cinque minuti dopo la loro morte brutale, da ricordare solo nel caso in cui le loro azioni possano rovinarti la vita.

Scorsese racconta quindi, in un certo senso, le cause della crisi, ma lo fa non indagandone i meccanismi, semplicemente mettendo in scena la disgustosa depravazione delle persone che l’hanno provocata e mostrando come, di fatto, a loro per prime fregasse poco o nulla dei meccanismi in questione. Non c’è un singolo personaggio del film, se non magari gente di passaggio, che appare e scompare nel giro di un attimo e su cui comunque vengono alimentati dubbi, per cui sia possibile provare simpatia o affetto. C’è solo un lungo carosello di insopportabili pezzi di merda, costantemente impegnati a ricordarti, ogni singola volta che hai l’impressione di stare iniziando ad apprezzare qualcuno, quanto invece sappiano essere disgustosi. E anche per questo, oltre che per la mostruosa orgia audiovisiva, è affascinante guardare The Wolf of Wall Street in sala e renderti conto che, non si scappa, le reazioni del pubblico sono quelle: si ride, si prova fastidio, si ride, si sfiora il disgusto, si ride, si odia, tutti assieme, inorriditi di fronte a cattivi che hanno osato toccarci il portafogli, ben consapevoli del fatto che quando Scorsese raccontava invece di maledetti mafiosi assassini, beh, tutto sommato, il disgusto era minore. Anzi, via, erano simpatici.

Poi, intendiamoci, “disgusto” è un termine relativo.

Ma sto divagando e mi sto facendo prendere dalla logorrea. Probabilmente, quando si ha a che fare con Jordan Belfort, è inevitabile. E magari è anche giusto, coerente col tema trattato. Ciò non toglie che un film bellissimo, potente, travolgente, mai stanco o noioso, divertente fino all’ultimo, pieno di eccellenti prove attoriali, m’abbia dato la forte impressione di non riuscire ad agguantare in pieno il suo potenziale, proprio per colpa di questa sua natura così fuori scala. Mi è difficile puntare davvero il dito e dire cosa avrei stagliuzzato, dove avrei accorciato, non saprei proprio indicare gli elementi di troppo, ma del resto non è il mio mestiere e c’è chi invece scrive per le immagini di mestiere e si sente molto più sicuro al riguardo. Quel che mi sento di dire (anch’io) con sicurezza è che The Wolf of Wall Street parte con una carica pazzesca, fortissima, e per un paio d’ore tiene stretta in mano quella carica assieme alle palle dello spettatore, un po’ come Jonah Hill si tiene stretta in mano la protesi in salotto, ma poi le droghe pesanti hanno la meglio sul film e si scioglie un po’ tutto, la carica s’ammoscia, si rotola sbavando fino alla fine, provando comunque forti sussulti qua e là. Fosse stato un po’ più asciutto, un po’ più misurato, forse, sarebbe stato un film migliore. O forse no. Forse non avrebbe avuto senso, perché in fondo, di nuovo, è giusto che The Wolf of Wall Street sia questo smisurato delirio d’onnipotenza registica e produttiva. Sicuramente, se fosse stato sforbiciato e ridotto a misura più precisa, pulita e perfetta, sarebbe stato un altro film. Magari un film peggiore. In fondo,  la perfezione è antipatica, noiosa, poco affascinante.

L’ho visto qua a Parigi, al cinema, in lingua originale, tre settimane fa. Come al solito, in un film così carico di attori che danno il massimo, non ascoltare la loro voce sarebbe un po’ un peccato e bla bla bla. E poi ci si perde Margot Robbie che parla e si agita in maniera identica a quella di Scarlett Johansson in Don Jon. In Italia esce dopodomani.

3 pensieri riguardo “The Wolf of Wall Street”

  1. che palle i sodalizzi infiniti attore/regista(Scorsese/di caprio, burton/deep) dato che i registi hanno uno stile personale inconfondibile si perde la magia a vedere sempre la stessa faccia.

    ps robocop in Francia è uscito? Mi sembra una cagata fotonica dal trailer

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