Cimitero vivente

Pet Sematary (USA, 1989)
di Mary Lambert
con Dale Midkiff, Fred Gwynne, Denise Crosby, Brad Greenquist, Miko Hughes

Come scrivevo l’altro giorno, a novembre mi sono sparato al cinema una maratona notturna dedicata a Stephen King e il terzo film della rassegna era Pet Sematary. Ora, guardarmi per la prima volta al cinema un film che così tante volte avevo visto in televisione da bambino è stato affascinante e surreale, per diversi motivi. Intanto, perché mi sono reso conto che in TV l’avevo sempre visto censurato, dato che ci sono almeno un paio di scene in cui l’edizione integrale si prende il lusso di insistere un po’ su scarnificazioni assortite e, soprattutto, quei pochi secondi d’indugio sulla moglie rendono il finale ancora più forte, rispetto al taglio netto che ricordavo. In secondo luogo perché di fronte agli occhi strabuzzati di Fred Gwynne sono stato colto da epifania e mi sono tornate in mente le sigle di Notte Horror su Italia 1, momento formativo decisivo nella vita di chiunque in quegli anni fosse giovincello e guardasse le cose giuste, che a riguardarle oggi avevano al loro interno un tasso pazzesco di Pet Sematary. Agevolo contributo video da quella che ricordo con maggior piacere e che guardacaso vedi un po’ cosa c’ha come thumbnail.

E poi ci sarebbe l’elemento più evidente, il fatto che, a tanti anni di distanza, ho sì ritrovato il film largamente imperfetto che ricordavo, ma ho anche visto un qualcosa di tremendamente figlio dei suoi anni. Ma non solo, attenzione, in ciò su cui in genere ci si sofferma a chiacchierare quando si parla di anni Ottanta, il suo essere invecchiato per estetica e linguaggio, ma anche e soprattutto in ciò che di buono all’epoca avevano anche gli horror “di cassetta” e oggi neanche per sbaglio. Perché sì, Pet Sematary era allora e oggi ancor di più, con sulle spalle il peso dell’estetica fuori dal tempo, delle musiche così passé, un film pieno di limiti. È una storia di genere semplicissima, dallo sviluppo prevedibile, che ti piazza qua e là qualche “buh” a effetto ed è infestata da attori e personaggi un po’ tirati via, interpretati spesso sopra le righe. Tra Fred Gwynne che parla con in bocca un sacchetto di biglie e Dale Midkiff che urla fortissimo al cielo la sua disperazione, non è proprio uno di quei film che puntano su sottrazione e controllo. Ma in fondo va bene così, è il fascino un po’ camp dell’horror anni Ottanta, che all’epoca andava benissimo e oggi va contestualizzato: impieghi qualche minuto a riabituarti al sapore e poi vai tranquillo. Anche perché poi affondi appunto i denti nei lati positivi del suo essere film d’altri tempi e, beh, è solo un piacere.

Mettiamola subito sul brutale, e scusate per gli spoiler, ma insomma, sarebbero anche passati venticinque anni. Pet Sematary è un film in cui vediamo un bambino di due anni venire (1) investito e ucciso da un camion, SBRAM, senza tante cerimonie, con sorpresa, disperazione, terremoto e smarrimento, poi (2) sepolto, riesumato e riseppellito in un cimitero indiano dalle losche frequentazioni, quindi (3) resuscitato in versione invasata che ammazza la gente e si mette pure a fare l’infame che prende in giro i genitori giocando sul sentimento, infine (4) nuovamente ucciso nonostante stia facendo il furbo e frignando disperatamente per cercare di sfangarla. E tutto questo utilizzando come attori un vero bambino dal visetto inquietante e, giusto in qualche occasione, un pupazzo, senza maledetto computer, movimenti bizzarri, capelli scuri davanti agli occhi e fesserie del genere. È tutto crudo, brutale, fisico, legato al vero, inquietante.

Ecco questo è un genere di cosa che, oggi, neanche per idea. Soprattutto non in un film comunque pensato per la grossa distribuzione, che andrà a incassare cinque volte il suo budget e che poi sarà regolarmente trasmesso in televisione negli anni a venire. Ma neanche per sogno. Son proprio cambiati i tempi. Oggi, nei multisala, bisogna rallegrarsi se ci arriva un film come il remake de La casa, per carità gradevolissimo, ma che alla fin fine ne esci dopo aver visto per un’ora e mezza un tripudio di sangue, gente morta male e belle gnocche che si tagliano la faccia coi cocci di vetro divertendoti. Non ti rimane addosso angoscia, non ti senti sporco, ti sei solo divertito, senza neanche saltare particolarmente sulla sedia per i “buh”. Gradevolissimo, appunto. E invece, con Pet Sematary, passi un’ora e mezza guardando un film che nel suo piccolo ti parla di amore, famiglia, egoismo, incapacità di accettare il senso di perdita e scendere a patti col proprio tormento interiore, ritrovandosi a commettere atti imperdonabili in piena consapevolezza.

Poi, certo, tutto questo viene raccontato attraverso un film scritto con addosso i guanti da forno. È tutto di grana grossa, si sviluppa praticamente solo all’insegna dei cliché e, sebbene sia apprezzabile il modo in cui vengono messe in scena alcune situazioni tipicamente kinghiane (e ci mancherebbe altro, la sceneggiatura l’ha scritta lui), alla fine è difficile non notare i tanti limiti. La verità è che, paradossalmente, Pet Sematary è un film oggi più apprezzabile di allora, per il modo in cui traccia un circoletto rosso attorno all’involuzione cinematografica a stelle e strisce, all’ansia per il PG-13, all’anestetizzazione  della violenza e delle tematiche. Non so cosa metta addosso più tristezza, in questo senso, se riguardare un film dell’epoca, mettersi davanti a roba come il remake di Total Recall o pensare che Wolverine debba trascorrere tutto un film stagliuzzando gente senza che schizzi una goccia di sangue e potendosi permettere di esclamare un solo “fuck!”. Oh, io a dieci anni andavo a vedermi al cinema Predator e Robocop, ma che scherziamo? Così si forma il carattere! Altro che la violenza dissanguata di World War Z.

Mi rendo conto che ho divagato, ma che volete che vi dica? Pet Sematary è un film horror “medio” degli anni Ottanta, nel bene e nel male, non dei più belli, non dei più brutti, con alcuni elementi che lo rendono particolarmente moscio e altri che ti fanno dire “apperò!”. C’è di peggio, c’è di meglio, comunque un po’ ne sento nostalgia.

2 pensieri riguardo “Cimitero vivente”

  1. Pet Sematary l'avevo visto proprio in una notte horror di Italia 1, e mi era piaciuto. Avevo adorato il libro, letto diverso tempo prima, e già allora mi aveva inquietato il dramma familiare, tema che è presente molto di più nei romanzi di King di quanto si possa pensare (Shining, il libro, ne è un fulgido esempio).
    Ammetto che difficilmente oggi come oggi mi rimetterei a vederlo, non per il film in se, ma per la tematica, ad oggi per me, ovviamente, molto più attuale. Ero angosciato con Heavy Rain, figuriamoci.

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  2. Come avevo scritto nei commenti del tuo post precedente, Pet Sematary è uno dei film kinghiani che adoro, con tutte le sue imperfezioni… e l'unico in grado (assieme a It, o meglio, assieme alla prima parte di IT) di tenermi sveglia la notte, sia per la crudeltà delle situazioni sia per quel maledetto, piccolo demonio di Miko Hugues.
    Anzi, quasi quasi stasera me lo riguardo, mi hai messo addosso la voglia pazzesca di immergermi nella nostalgia di Notte Horror!

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