World War Z

World War Z (USA, 2013)
di Marc Forster
con Brad Pitt e un po’ di gente sullo sfondo

Nella parte iniziale di World War Z, subito dopo il riuscito avvio cittadino, succede una cosa importante, che non è esattamente la norma nei film di zombi “seri” e fino ad oggi mi sembra di aver visto relegata solo alle commedie (a praticamente tutte le commedie sui non morti, ora che ci penso): scopriamo che nel mondo raccontato dal film di Marc Forster esistono i film di zombi. La gente li ha visti, conosce questa mostruosa icona pop e si esibisce in tutta una serie di scambi a base di “Ma saranno mica… “, “Hanno usato la parola z… ” e “Oh, questi sono zombi”. Un piccolo passo per l’umanità, un grande passo per i film di zombi, che finalmente entrano nel territorio di vampiri e lupi mannari, possono permettersi di dare per scontata l’esistenza del proprio babau nell’immaginario collettivo e smetterla di ambientare le loro storie in un mondo parallelo in cui George Romero ha passato la vita a dirigere commedie romantiche. Quando sono partiti quegli scambi, ho avuto un momento di epifania, ero lì che mi agitavo sul seggiolino e stringevo i pugnetti ululando nella mente per la gioia, circondato da tedeschi che non capivano. Cinque alto a chiunque, fra i centododici che han firmato la sceneggiatura di World War Z, abbia deciso questa cosa. E un grazie, magari, al successo fuori scala di The Walking Dead, che forse un ruolo ce l’ha.

Un’altra cosa abbastanza distintiva che fa World War Z è l’infilare a calci un film sui morti viventi nella classificazione PG-13, trasformandolo da inquietante storia di mostri cannibali a thrill ride quasi per famiglie. La violenza è al 99% fuori campo, non si vede praticamente una singola goccia di sangue e la cosa, a tratti, risulta davvero straniante. Finché Forster segue il taglio epico del racconto, mostrando gli sciami di zombi che s’ammassano per le strade, fra le mura, sui palazzi, fino a quando ci si concentra insomma sulla guerra globale, in realtà, le cose funzionano: non è una storia intimista su un uomo alle prese con quattro mostri che lo inseguono, è il racconto globale dell’apocalisse. E in generale, la tensione c’è, il divertimento in senso ampio pure, un paio di “buh” funzionano e certi passaggi riescono comunque a risultare forti grazie al suggerito. Ma ogni tanto, quando il racconto torna un po’ sui binari classici da zombata, il gioco si rompe in maniera abbastanza netta. C’è una scena, in particolare, in cui Brad Pitt ha appena fatto fuori uno zombi con un’accettata in fronte e sta cercando di recuperare l’arma, incastrata fra i lobi della sua vittima, mentre un altro non morto s’avvicina minaccioso. È una scena lunga, insistita, di grande tensione, eppure io non ero minimamente teso, l’ho trascorsa tutta chiedendomi cosa cacchio ci fosse che non funzionava. E poi mi ha colpito: mi sembrava di stare guardando la pubblicità di una chat line erotica su una rete locale italiana, con l’inquadratura che interrompe il movimento sempre quell’attimo prima di arrivare al dunque e lo stacco di montaggio piazzato ad arte. Insomma, la cosa mi risultava posticcia, forzata: se l’accetta fosse stata incastrata nel muro, ce l’avrebbero mostrata, ma siccome era piantata in faccia a un morto non potevano. Era ridicolo, mi ha fatto uscire dal film.

E intendiamoci, non è una questione di volere per forza la classica inquadratura sul non morto che mastica un intestino, talmente standard da essere ormai banale e risultare altrettanto posticcia, è che proprio a tratti la cosa mi è sembrata limitante per la forza espressiva del film. Senza contare che, forse, un po’ di splatter, mostrarli che masticano, far quantomeno sentire il rumore del morso e vedere uno schizzo di sangue dalla giugulare, è necessario per non disinnescare completamente la potenza brutale dei morti viventi. Altrimenti li trasformi in morti resuscitati che saltano in giro come le mummie di Stephen Sommers, il film diventa una cosa diversa e va a finire che la zomba di colore e quello nel laboratorio, quando sbattono i denti e provano a farti senso, generano ilarità in sala. Perché di fondo, a parte saltare in giro, fare la piramide come le cheerleader dei Dillon Panthers e sbattere i denti, che fanno? Tanto più che passiamo l’intero film a seguire un Brad Pitt eroe solitario che fa tutto da solo circondato da sagome di cartone, allora a ‘sto punto mettiamoci Nicolas Cage e trasformiamolo nel terzo episodio di National Treasure.

Dammi una D… dammi una I… dammi una L… 

Ma al contrario di quanto possa magari sembrare leggendo tutto ‘sto papagno qua sopra, in realtà, World War Z non mi è dispiaciuto. Non ricordo a sufficienza il libro per discutere di adattamento, ma a occhio direi che ne prende lo spunto e magari qualche elemento qua e là da utilizzare come background per la storia di Brad Pitt. Che è poi la storia della famiglia del Mulino Bianco improvvisamente gettata in mezzo a un’epidemia di zombi corridori e salterini, con una prima mezz’ora, ripeto, veramente molto efficace, per poi passare a inquadrare la lotta per la sopravvivenza umana su scala globale, con grandi inquadrature su questo enorme esercito di morti che ha prima o poi inevitabilmente la meglio su tutti, anche su quelli ganzi che han capito come difendersi ma talmente scemi da non aver capito che [SPOILER]. La natura globale del racconto si manifesta adorabilmente anche nelle scelte di casting, con una serie di personaggi di contorno (e di cartone) pescati un po’ da tutto il mondo che appaiono, fanno ciao ciao con la manina e poi si levano di torno. Nella parte finale, i tre italiani seduti dietro di me hanno avuto un sussulto indicando col ditino “Oh, guarda chi c’è, coso, non mi ricordo come si chiama”. Subito dopo, l’intera sala attorno a me s’è esibita in un risolino all’apparizione del bavarese Moritz Bleibtreu. Gli amici sudafricani mi hanno poi detto di aver riconosciuto il tale attore loro compatriota. Insomma, tutto un tripudio di globalizzazione, in un film in cui il mondo intero viene messo sotto dai morti e collabora per rispedirli nella tomba, l’unico gentile a Philadelphia è un uomo di colore e l’unico che aiuta Brad Pitt è un messicano, ma, ci mancherebbe, a gestire le operazioni sono per lo più americani biondi, l’unico con accento britannico fa una fine da Benny Hill e l’universo viene salvato da Brad Pitt. Che è poi un po’ l’altro problema.

Con un solo protagonista a fare tutto, per quanto caratterizzato assolutamente come umano e per nulla infrangibile, e il nulla sotto vuoto spinto a girargli attorno, la tensione, il timore, la passione per quel che accade svaniscono abbastanza in fretta. Lo vede anche un cieco che il caro Brad la farà sempre franca e anche quando succede quel che succede alla fine, beh, non ci crede nessuno. Altri personaggi ce ne sono e due o tre ci lasciano le penne, ma sono tutti figurine di passaggio, senza alcuna sostanza. Vittime collaterali di un conflitto globale, certo, la cosa è sicuramente in larga parte anche voluta, ma l’effetto rimane quello. Però così sto tornando a parlarne male, e invece vorrei dire che in fondo è un disaster movie gradevole, divertente, realizzato in maniera competente, con un paio di spunti interessanti e che ha la saggezza di non abusare della sua unica bella idea. Peccato solo che ne abbia abusato in campagna promozionale e quindi, quando lo sciame di zombi si manifesta, l’effetto sia ormai perso. E peccato anche per un finale un po’ impacciato e sfiatato, che sembra davvero appiccicato lì (e del suo cambiamento a posteriori ho letto solo poi) e pare più che altro il trailer della seconda stagione di un telefilm. Per non parlare del product placement firmato Pepsi, pure simpatico per l’idea, ma veramente infilato in maniera pacchiana e brutale, al punto che sembra proprio l’interruzione pubblicitaria in un episodio di The Walking Dead. E poi… e poi ecco, uffa, ho ricominciato a parlarne male, non ci riesco proprio. Eppure, davvero, mentre lo guardavo mi divertivo. Moderatamente, ma mi divertivo. È a posteriori, che mi fa incazzare.

Il film l’ho visto al cinema qua a Monaco, in lingua originale e in 3D. La lingua originale è sfiziosa per tutti gli accenti dai mille angoli del globo e perché Brad Pitt rimane pur sempre The Original Man With a Patata in the Mouth, però vi avviso che i tre italiani seduti dietro di me, per ampi tratti, non ci capivano nulla. Per quanto riguarda il 3D, siamo in quella zona a metà fra il neanche me ne sono accorto e il certo però che è faticoso, ‘sto 3D, quando partono le scene girate dall’operatore che soffre pesantemente di parkinson. Pierfrancesco Favino parla un ottimo inglese.

11 pensieri riguardo “World War Z”

  1. Scusa, sono io che sono rincoglionito, l'avevo pure letto il trafiletto del “Doppiaggio Suca”, comunque ci tenevo a dirti che sei diventato il mio critico cinematografico di riferimento. Non sei sexy col fascino maturo come Gianni Canova ma ci puoi lavorare 😀

    Mi piace

  2. robetta, io passo aspetto pacifc rimm(sperando non sia una boiata e che al panzone non abbiano messo il collare) Blade 2 era molto splatter e ha avuto rogne così come i labirinto del fauno.

    Mi piace

  3. Ottima recensione e posso dire la mia riguardo il libro, di cui sono un fan sfegatato (e dello stesso autore consiglierei la lettura per direttissima di Manuale per sopravvivere agli zombi).
    In un intervista di tempo fa Max Brooks, l'autore, ha detto esplicitamente di non esser stato coinvolto nella produzione del film nè invitato e avvisava i fan che del suo libro, il film in questione, ne ha comunque solo il titolo.

    Mi piace

  4. Eh, io il libro me lo ricordo pochissimo. Però, domanda: non è stato usato neanche per tratteggiare la situazione? Nel senso, le cose che si vedono nel film, i posti, gli ambienti, le situazioni, le navi, il muro, la Corea e i denti, la natura del virus, sono totalmente inventate da zero o traggono almeno spunto dai raccontini del libro?

    Mi piace

  5. Sto leggendo ora il libro (+- a metà) e da quello che deduco dalla tua recensione e da quello che sento in giro, mi sa che il film si ispira solo… il libro è una raccolata di articoli e interviste (abastanza asettiche) di vari personagi in giro per il mondo. Inoltre è ambientato DOPO il cataclisma. Onestamente il libro lo sto apprezzando, come avevo apprezzato il precendete libro dello stesso autore. Consigliato.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.