Locarno e Venezia 2007

Sarà il fatto che con gli anni sono diventato cintura nera nella sacra arte della censura preventiva, ma quest’edizione della rassegna mi ha messo davanti davvero pochi film da mani nei capelli. Vero anche che non posso più fare (per limiti fisici oltre che logistici) otto giorni di full immersion come un tempo e che quindi, dovendo scegliere non più di un film al giorno, ci ho messo più attenzione. Ma resta il fatto che la classica fuga di metà film con la coda fra le gambe si è manifestata poco, a fronte di una qualità media senza dubbio discreta. In compenso vale anche la pena dire che fra tante belle pellicole non si è mai andati “oltre”, con neanche un film in grado di esaltarmi sul serio. Dovessi dire qual è stato il migliore, così, di getto, farei un po’ fatica. Comunque, questo è quel che ho visto.

Locarno – Piazza Grande
Waitress (USA)
di Adrienne Shelley
con Keri Russell, Nathan Fillion, Jeremy Sisto, Cheryl Hines, Adrienne Shelley, Andy Griffith

La classica commediola che prende spunto da un’idea simpatica (la protagonista che sfoga i propri sentimenti ideando torte a tema) e la porta avanti per tutto il film. L’idea, però, è buona per davvero, anche perché fa venir voglia di tuffarsi su un bancale intasato da quelle lussuriosissime pie, e il film è supportato da ottime interpretazioni (Nathan Fillion adorabile e ipercarismatico come al solito), da una regia non banale e da una fotografia deliziosa. Ottima anche la sceneggiatura, strapiena di battute memorabili, peccato solo che come al solito si parta all’insegna dello spirito graffiante e si scivoli pian piano nel buonismo spinto e prevedibile.

Locarno – Concorso
Ai no yokan (The Rebirth) (Giappone)
di Masahiro Kobayash
con Masahiro Kobayashi, Makiko Watanabe
Pardo d’oro
Menzione speciale arte & essai CICAE

Film molto particolare, sperimentale, che si ispira a un fatto di cronaca giapponese (l’uccisione a coltellate di una quattordicenne da parte di una sua compagna di classe). Si apre su una doppia intervista, alla madre dell’assassina e al padre della vittima, interpretato dal regista, per poi fare un balzo in avanti di un anno. Passiamo così a osservare da vicino la vita delle due persone, trasformatasi in un anonimo, alienante, abulico agonizzare stancamente in preda alla routine. Ogni giorno lui va a lavorare in fabbrica, torna nell’albergo in cui vive e mangia sempre le stesse cose, lo stesso ovetto versato sul riso, lo stesso vassoietto da mensa. Lei lavora proprio in quella mensa e gli prepara tutti i giorni gli stessi pasti. Il film segue le “vicende” in tono spento e smorto, calando perfettamente lo spettatore in quell’atmosfera di stanca, monotona e assurda depressione. Ripetitivo e snervante, Ai no yokan è forse un filo troppo lungo, ma funziona incredibilmente bene nel gettare un occhio indiscreto sull’angosciante e silenziosa disperazione che colpisce la vita di queste due persone. Purtroppo, non è il film più adatto a una serata in cui sei colto da atroce mal di testa.

Venezia – Concorso
In questo mondo libero (It’s a Free World…) (GB)
di Ken Loach
con Kierston Wareing, Juliet Ellis
Premio per la migliore sceneggiatura

Il solito Ken Loach, con le sue indagini sul sociale e le sue denunce. Qua si parla di lavoro nero, di immigrazione e delle difficoltà nel barcamenarsi fra la voglia di rispettare le regole e le necessità del quotidiano. Solido, ben scritto, con una protagonista sconosciuta ma molto brava, è il classico film in cui si fatica a trovare personaggi nettamente positivi o negativi, mentre tutti quanti navigano nel mezzo. Non sono un fan di Loach, ma questo film mi è piaciuto più di altri, anche se ho fatto davvero fatica ad appassionarmi alle vicende, perché la protagonista mi è stata sulle palle fin dall’inizio e non è che con le sue azioni facesse molto per diventarmi simpatica.

Locarno – Piazza Grande
Funeral Party (Death at a Funeral) (USA, GB)
di Frank Oz
con Matthew Macfadyen, Keeley Hawes, Andy Nyman, Ewen Bremner, Daisy Donovan, Alan Tudyk
Premio del pubblico

Altra divertente commedia che si tinge di scorrettezza giocando sullo humor nero, ma alla fin fine non può fare a meno di chiudere all’insegna dei buoni sentimenti. Siamo a un funerale e, molto semplicemente, fra equivoci, antipatie, vecchi amori sopiti e incomprensioni ne succedono davvero di tutti i colori. I fan della fantascienza televisiva riconosceranno il simpatico Alan Tudyk (Wash nel mai troppo rimpianto Firefly), qui delirante vittima di un potente allucinogeno inghiottito per errore.

Venezia – Concorso
L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (USA)
di Andrew Dominik
con Brad Pitt, Casey Affleck, Sam Rockwell, Mary-Louise Parker, Sam Shepard
Coppa Volpi per il miglior attore a Brad Pitt

A leggere “Brad Pitt” vicino a “Jesse James” ti aspetti un western tutto azione e sparatorie e forse anche per questo in molti sono rimasti delusi e annoiati di fronte all’ambiziosa opera seconda di Andrew Dominik. Io non mi aspettavo nulla e ho trovato un film dalle immagini forti, intense, splendido da guardare, affascinante da seguire nelle sue particolari vicende, con almeno un paio di sequenze bellissime (la rapina al treno e l’assassinio del titolo). L’assassinio di bla bla bla è un film fatto di atmosfera, che gioca sul senso di paranoia dei suoi protagonisti, sul dubbio e l’incertezza costantemente vissuti da James e dai membri della sua banda. Un drammone psicologico che forse qua e là andrebbe sforbiciato (eppure io non mi sono annoiato un secondo) ma che nei suoi momenti migliori riesce davvero ad ammaliare e che dipinge in maniera non so quanto realistica, ma certo interessante, lo stile di vita, i rapporti, le personalità di quei banditacci. Bravi un po’ tutti gli attori, anche se il premio a Pitt è quasi delirante, un po’ perché lo stesso Casey Affleck mi sembra più meritevole, un po’ perché comunque in altri film della rassegna si è visto di meglio. Avran voluto premiare il ragazzo stupido che si impegna.

Venezia – Concorso
Io non sono qui (I’m not There) (USA)
di Todd Haynes
con Christian Bale, Cate Blanchett, Marcus Carl Franklin, Heath Ledger, Richard Gere, Ben Winshaw, Charlotte Gainsbourg, Julianne Moore, Michelle Williams
Premio speciale della giuria
Coppa Volpi per la miglior attrice a Cate Blanchett

Il regista di Velvet Goldmine torna a lavorare sulla musica, con un film bello e assurdo. Sei episodi diversi, che raccontano brani della vita di Bob Dylan e delle sue canzoni. In tutto il film non c’è un solo personaggio che si chiami Bob Dylan e addirittura uno dei “riccioli”, nella versione Heath Ledger, fa l’attore invece che il cantante. Eppure sono comunque tutti Bob Dylan, compreso quello intrepretato da una strepitosa Cate Blanchett, che ovviamente è il più Bob Dylan di tutti. Assurdo, straniante, accompagnato da una colonna sonora meravigliosa (ovviamente tutta a firma Dylan), divertentissimo nella parentesi londinese coi Beatles, affascinante nel raccontare di un vecchio Billy the Kid, I’m not there è davvero un gran bel film per me che di Bob Dylan so poco o nulla. Figuriamoci per un fan.

Venezia – Concorso
Lust, Caution (Se, Jie) (Cina)
di Ang Lee
con Tang Wei, Tony Leung, Joan Chen
Leone d’oro
Osella per la migliore fotografia a Rodrigo Prieto

Praticamente la stessa storia del Black Book di Verhoeven (Venezia 2006), infilata nella Cina occupata dai giapponesi in piena Seconda Guerra Mondiale e raccontata con la diversissima sensibilità di Ang Lee. Anche qui c’è una donna tirata più o meno a forza nel gorgo della resistenza e anche questa donna si ritrova ad ammaliare sotto mentite spoglie il super generalissimo cattivissimo. Seguono storia d’amore passionale, momenti di thrilling e indecisione, dubbi ancestrali e tragiche conseguenze. Ma mentre Verhoeven punta sostanzialmente sul (fallimentare) filmone di genere, tutto manicheismo, azione e divertimento, Ang Lee sceglie la via del melodrammone intenso e leccato. Splendide immagini, ritmi lancinanti, personaggi sfumati e difficili da identificare e una malinconica, struggente, disperata atmosfera di oppressione. Crudo e crudele, anche nel concedere ben poca speranza nei minuti finali, Lust, Caution è il classico filmone strappalacrime che vince ai festival. Tremendamente già visto, ma comunque un gran bel vedere.

Venezia – Concorso
Gli amori di Astrea e Celadon (Francia)
di Eric Rohmer
con Andy Gillet, Stéphanie de Crayencour
Premio Manoel De Oliveira assegnato direttamente da me

Prima o poi doveva succedere: abbiamo perso anche Rohmer. Non che mi lamenti, in fondo rincoglionirsi a ottantasette anni è comunque un buon risultato. E poi mi sento di dargli comunque ancora il beneficio del dubbio. Sta di fatto che questa roba, non me ne voglia chi l’ha adorata, è davvero inguardabile. Già La nobildonna e il duca (Venezia 2001) era discutibile, ma quantomeno era affascinante per le scenografie sperimentali. Qui, invece, la messa in scena è da sagra paesana. L’intenzione è di rievocare la “faccia” e lo spirito di una rappresentazione teatrale del diciassettesimo secolo e non posso ovviamente dire quanto Rohmer abbia colto nel segno. Posso al limite apprezzare il tentativo, ma non i risultati, che hanno fra l’altro generato, nella parte centrale, una bella dormita del sottoscritto.

Venezia – Fuori concorso
Il diario di una tata (The Nanny Diaries) (USA)
di Shari Springer Berman e Robert Pulcini
con Scarlett Johansson, Laura Linney, Nicholas Art, Paul Giamatti, Donna Murphy, Alicia Keys, Chris Evans

Scarlett Johansson, non ci posso fare niente, per me ha il sex appeal di un panettone. Non di quelli coi canditi, eh, di quelli cementati che stanno in giro per le strade, i “dissuasori di sosta”. Certo, un panettone non ha le tette, ma a sua discolpa posso dire che non ha neanche quella voce insostenibile e che recita più o meno allo stesso modo. Comunque, il fatto che quando sale in bicicletta sembra una polpetta, tutto sommato in questo film aiuta, visto che il ruolo non è proprio quello della femme fatale. Una studentessa scoglionata dall’obbligo di successo scolastico che le impone la madre decide di prendersi un anno sabbatico lavorando da tata per una ricca e disfunzionale famiglia di New York. Nel giro di un’ora e mezza abbondante riporta amore e fantasia nel focolaio domestico, ritrova se stessa, decide il suo futuro e si innamora di un figone pieno di soldi. La solita commediola spensierata, con qualche passaggio in cui si ride di gusto e qualche passaggio in cui si storce il naso per le sdolcinatezze. Laura Linney è deliziosa come sempre, Paul Giamatti sta diventando una lumaca, Chris Evans è brillantissimo anche quando appare solo pochi minuti.

Venezia – Fuori concorso
The Hunting Party (USA)
di Richard Shepard
con Terrence Howard, Richard Gere, Jesse Eisenberg, James Brolin

The Hunting Party mette le cose in chiaro fin da subito, perché non ci siano equivoci: “Solo le parti più evidentemente ridicole di questo film sono vere” (o qualcosa del genere). E Richard Shepard ci tiene a ribadirlo per tutta la durata, che gli eventi del suo film non si prendono e non vanno presi sul serio, infarcendo le sue vicende di situazioni oltre il limite dello stereotipo e dell’assurdo, buttando lì continuamente immagini di Chuck Norris scatenato e puntando esageratamente sull’aspetto comico. Mette le mani avanti, insomma, cercando di far capire che questa storia di giornalisti vendicatori, che si infiltrano in Bosnia per eliminare il supercattivo da fumetto, è solo un’iperbole, messa lì per dire qualcosa d’altro. Oppure non ho capito niente, e Shepard si prende invece sul serio ed è convinto che una storia di questo tipo, così tremendamente anni Ottanta, così mostruosamente Sylvester Stallone, possa avere senso ancora oggi. Il problema di The Hunting Party, forse, è proprio in questo voler stare nel mezzo. Non si capisce se vuole essere The Bourne Identity o Three Kings e in ogni caso non sembra funzionare fino in fondo come nessuno dei due. Comunque, finché dura, ci si diverte.

Venezia – Giornate degli autori
Non pensarci (Italia)
di Gianni Zanasi
con Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston, Anita Caprioli

Stefano, rockettaro mezzo fallito che vede la sua vita andare improvvisamente a rotoli, decide di tornarsene a casa, da mamma e papà, ma anche dal fratello incatenato all’azienda di famiglia e dalla sorella innamorata dei delfini. Ne viene fuori una commedia deliziosa, agrodolce, leggera ma a modo suo molto realistica e verace. Un bel film italiano fino al midollo, simpatico e intelligente, capace oltretutto di non scivolare nel lieto fine a tutti i costi. Molto bravo Mastandrea e bravo pure il regista Zanasi, anche se nella parte finale tende un po’ a scivolare nel poetismo forzato stile Cameron Crowe.

Venezia – Settimana della critica
La maggiore distanza possibile (Zui yao yuan de ju li) (Taiwan)
di Jing Jie-Lin
con Lun-mei Guey, Siao-guo Jia, Kwai Lun-mei

Uno strano film che collega assieme più storie, trovando punti di contatto azzardati che vanno a chiudere un immaginario cerchio. Una donna confessa a uno psicologo che suo marito la tradisce. Lo psicologo incontra un tecnico del suono che spedisce alla sua ex dei pacchetti conteneti registrazioni ambientali del mondo che lo circonda. Ma la ex non vive più lì e i pacchetti vengono ricevuti dalla nuova inquilina. Che è l’amante del proprio capufficio, marito della donna di cui sopra. Aggiungere varie ed eventuali e miscelare con le classiche atmosfere stranianti e sognanti dei film dagli occhi a mandorla. Un po’ barboso, ma interessante e a modo suo anche poetico.

Venezia – Concorso
In the Valley of Elah (USA)
di Paul Haggis
con Tommy Lee Jones, Charlize Theron, Jason Patric, Susan Sarandon

L’ufficiale in ritiro Hank Deerfield (uno straordinario Tommy Lee Jones) indaga per i fatti suoi sulla scomparsa del figlio, avvenuta subito dopo il suo ritorno dalla querra in Iraq. Nel farlo trova l’aiuto di una detective di polizia con la faccia imbrunita di Charlize Theron e, ovviamente, finisce per scoperchiare un brutto pentolone. Un drammone sociale e impegnato, che parte come giallo ma finisce a raccontare l’impatto che la guerra in Iraq ha avuto sulla vita dei giovani soldati americani. Bello e intenso, appassiona per il mistero che nasconde e colpisce per i fatti che racconta. Molto brava anche la Sarandon, come sempre quando non interpreta la vecchia mamma rincoglionita col monologo intenso. Annie Lennox che canta sulla bandiera ce la potevano risparmiare.

Venezia – Giornate degli autori
Continental. Un film sans fusil (Canada)
di Stéphane LaFleur
con Réal Bossé, Marie-Ginette Guay, Fanny Mallette, Pauline Martin, Gilbert Sicotte

Un film corale su cinque personaggi insopportabili e sulle loro tristi e misere vite. Piatto, prevedibile, spento e sciatto. Un film francese da festival, insomma. Con l’aggravante di essere canadese.

Venezia – Fuori concorso
Beyond the Years (Chun nyun hack) (Corea del sud)
di Kwon-taek Im
con Hyeon-jae Jo, Jung-hae Oh, Seung-eun Oh, Seung-yong Ryoo

Iperdrammatica storia d’amore fra un uomo e una donna cresciuti come fratelli pur non avendo legami di sangue. Ad allevarli c’è un padre frustrato per i suoi fallimenti come interprete del pansori (un genere musicale tradizionale coreano) e intenzionato a farli diventare dei musicisti d’elite a colpi di frusta. La mia totale ignoranza sull’argomento mi ha portato ad osservare i “numeri” musicali con interesse, ma sono stato respinto a forza dallo stucchevole manierismo del racconto e dall’invadenza della colonna sonora.

Venezia – Concorso
Espiazione (Atonement) (GB)
di Joe Wright
con James McAvoy, Keira Knightley, Saoirse Ronan, Romola Garai, Vanessa Redgrave

Classico melodrammone a sfondo guerresco, con lui che si arruola e lei che rimane a casa a piangere. Parte come una leggera commedia e piano piano si trasforma in una valle di lacrime, prima di sciogliersi in un finale un po’ impacciato, con un’interminabile spiega che ha il solo valore di farci ammirare una bravissima Vanessa Redgrave. La messa in scena è sontuosa, la parte iniziale col montaggio che mostra i diversi punti di vista è azzeccata e molto ben fatta, la colonna sonora a colpi di macchina da scrivere è un’idea davvero simpatica e il piano sequenza sulla spiaggia invasa dall’esercito è da mozzare il fiato.

Venezia – Fuori concorso
Tim Burton’s The Nightmare Before Christmas 3D (USA)
di Henry Selick
con le voci di Chris Sarandon, Danny Elfman, Catherine O’Hara
Leone d’oro alla carriera a Tim Burton

Rivista quattordici anni dopo, la favoletta gotica di Tim Burton è divertente, magica, deliziosamente cupa come allora e il bonus della lingua originale le fa guadagnare parecchi punti su alcuni numeri musicali. L’effetto 3D è notevole, anche se si vede un po’ che il film non è stato pensato per quello, e più in generale alla lunga si stancano gli occhi. Comunque un bel modo per chiudere la rassegna in allegria.

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2 pensieri su “Locarno e Venezia 2007”

  1. Ho visto Jess James a milano e sono d’accordo è un film stupendo,non sono d’accordo però sulla valutazione di Pitt che nel film è straordinario,più bravo del pur grande Affleck e non diciamo sciocchezze per favore il premio gli è stato dato perchè è il più bravo ,dire che Pitt è stupido è una cavolata ,basta vedere i risultati che sta ottenendo con la sua casa di produzione e quello che dicono di lui i colleghi e poi sta pure con la Jolie…gli stupidi sono altri….

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  2. Hahahaha, vabbé, dai, “stupido” era una battuta, mica penso sia davvero limitato di testa, al limite come interprete.Resta il fatto che, Affleck a parte e nonostante Pitt mi sia piaciuto molto in questo film, anche solo nella rassegna ho visto interpretazioni per me più meritevoli (per esempio Tommy Lee Jones).

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