Unfriended

Unfriended (USA, 2015)
di Levan Gabriadze
con Heather Sossaman, Matthew Bohrer, Courtney Halverson

L’aspetto più sorprendente e convincente di Unfriended sta forse nel fatto che, pur nella banalità di un intreccio stra-risaputo e nella semplicità della sua natura di film horror, riesce a funzionare e a coinvolgere nella maniera impeccabile con cui mette in pratica l’idea cinematografica alla base del progetto. Poi, certo, si può discutere di quanto sia effettivamente cinematografico inquadrare lo schermo di un computer per un’ora e mezza scarsa, ma quella è tutta un’altra faccenda. Il punto, come spesso accade, non è tanto il cosa, ma il come. E il come è davvero riuscito, interessante e a modo suo coinvolgente, quantomeno per chi – come il sottoscritto – trascorre le sue giornate preda di ottecentomila programmi, finestre, chat e compiti che s’inseguono sullo schermo. Durante quell’ora e mezza scarsa di film, ho visto il mio mondo quotidiano distorto e invaso dalle dinamiche più classiche dell’orrore cinematografico americano. Non mi ha esattamente fatto paura, ma devo dire che è stato coinvolgente e divertente.

Unfriended racconta la solita storia di ragazzetti che hanno combinato qualcosa di molto discutibile e si ritrovano a pagarne le conseguenze in maniera brutale. Pian piano vengono fuori tutti i segreti, si capisce cosa stia realmente accadendo, il fango sepolto nelle anime dei personaggi si mostra sempre più e la giusta punizione arriva per tutti quelli che se la meritano. Nel mentre, non accade nulla che chiunque abbia visto un certo numero di film horror adolescenziali non si aspetti, ma tutti i cliché vengono filtrati in maniera abbastanza ingegnosa attraverso l’idea di raccontare il film tramite lo schermo della protagonista. Unfriended, infatti, mostra solo quello: uno schermo. Chiaramente, l’azione viene portata avanti soprattutto grazie alle conversazioni in videochat su Skype fra i protagonisti, ma lo schermo è costantemente invaso da un tripudio di multitasking, mentre la protagonista, sempre più in preda al panico, prova a cavarsela utilizzando gli strumenti a portata di mouse e tastiera.

Di fondo, Levan Gabriadze applica il concetto del found footage (anzi, del found log) allo schermo del computer, e non è neanche il primo a farlo, ma è forse il primo a farlo in maniera tanto rigorosa, credibile e intrecciata al racconto senza particolari compromessi. Il motivo per cui i personaggi restano davanti al monitor fino alla fine ha (quasi) senso e l’utilizzo dei vari strumenti è per lo più impeccabile, tanto in termini di coerenza interna, quanto sul senso che assumono nel portare avanti il racconto. Facebook, iMessage, Spotify, YouTube, Google, Gmail, i problemi di connessione, i filmati compressi, le finestre che si sovrappongono l’una sull’altra, i tempi di caricamento, le cose di cui non ti accorgi perché sei concentrato su quell’altra finestra… è tutto utilizzato in maniera talmente azzeccata da fari risultare quasi fresca la maniera assolutamente risaputa in cui si sviluppano gli eventi. E alla fin fine il fascino di Unfriended sta soprattutto lì, in questa specie di azzeccato esercizio di stile tramite cui viene raccontato un horror piuttosto canonico. Anche perché come horror funziona relativamente. Da un lato è notevole la capacità di far salire la tensione con elementi banalmente quotidiani come la rotellina colorata del Mac o l’ansia del riscrivere otto volte un messaggio prima di inviarlo, esitando col puntatore sul tastino. Dall’altro la paura è assente ingiustificata, al di là di qualche “Buh!” generato da Spotify che parte all’improvviso, mentre il disagio si concentra in una sorta di pippone su che razza di brutta gente siano i giovani d’oggi e ai miei tempi qua era tutta campagna.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale, ed è stato un po’ bizzarro perché la parte “visiva”, quindi le varie finestre delle chat, i risultati delle ricerche e cosi via, era invece in francese. E in più le scritte meno importanti, tipo i video suggeriti a lato su YouTube, erano rimasti in inglese. Sembrava che la tizia avesse sballato qualcosa nell’installazione del sistema operativo.

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