Lone Survivor

Lone Survivor (USA, 2013)
di Peter Berg
con Mark Wahlberg, Taylor Kitsch, Ben Foster, Emile Hirsch

Mentre guardavo Lone Survivor, mentre lo guardavo – inutile negarlo – con in testa il filtro di benevolenza dato dal fatto che tanto Peter Berg quanto Taylor Kitsch mi stanno simpatici per mille e più motivi, continuava a tornarmi in mente Black Hawk Down. Sarà che sui manifesti in giro per la metropolitana veniva citato all’insegna del “Il film più [quaccheccosa] dai tempi di”, sarà che l’avevo rivisto poco tempo prima, trovandolo per altro invecchiato non benissimo, ma mi sembrava davvero di essere davanti, per molti versi, a una riedizione della stessa “cosa”, un decennio dopo o giù di lì. Poi, certo, il tocco di Berg è diverso da quello di Scott, ma lo spirito del film mi pareva molto simile, per il modo in cui prendeva fatti reali e relativamente recenti e li raccontava attraverso un filtro da film d’azione, inseguendo comunque un forte realismo in molti aspetti, ma anche abbracciando senza vergogna un certo modo di celebrare l’eroismo e lo spirito di sacrificio, infilandoci tutto quel che un buon action deve avere, compresi il cattivone macchietta borderline e la scena d’azione finale superflua, completamente inventata e catartica.

Il problema è che, giustamente o meno, quando stai guardando, per l’appunto, un film che prova a – o comunque sostiene di – stare raccontandoti la realtà, un approccio del genere finisce sempre per stonare un po’. Dove stia il limite, immagino, è anche un po’ una questione personale, però quel limite c’è e, non ci posso fare nulla, di fronte a certe trovate, a certe morti al rallentatore, al fatto che i “cattivi” cascan tutti per terra al primo colpo mentre i “buoni” continuano a sudare e lottare anche dopo aver preso in corpo svariati proiettili ed esser rotolati giù per due o tre scarpate, un po’ mi stranisco. Non lo farei se stessi guardando un Rambo, ma qui sì. Non è un problema di mancata aderenza ai fatti reali, tanto più che – leggo – molto di quel che si vede è effettivamente basato perfino sulle autopsie, ma forse di coerenza interna del film. O magari è un problema mio. Vai a sapere. Fatto sta che si tratta di un limite che m’impedisce di apprezzare Lone Survivor fino in fondo, pur ritenendolo comunque un ottimo film.

E che ha, di ottimo? Beh, innanzitutto è un film che emana da ogni poro lo spirito, la personalità che evidentemente Berg voleva infondervi e in questo trova una sua identità forte e distinta. C’è alle spalle un forte senso di gratitudine nei confronti delle persone che vanno a morire in guerra e il desiderio di raccontarle in quanto tali, in quanto persone. Fra gli aspetti più riusciti del film non c’è solo la strepitosa messa in scena dell’azione, c’è anche tutta la parte iniziale, che a quella sparatoria ci conduce. C’è il modo in cui racconta lo spirito cameratesco, la fratellanza che esiste in quel contesto e la natura di uomini qualunque, seppur addestrati come macchine per uccidere, di quei soldati. Anche in questo si vede l’essenza di progetto estremamente personale per Berg, che ha scritto di sua mano la sceneggiatura basata sul libro di Marcus Luttrell ed è riuscito a tirar fuori dai personaggi quelle cose semplici, naturali, che tratteggiano un essere umano. Lo si vede in quell’avvio al campo base, ma anche e soprattutto nella scena migliore del film, quella più forte nella sua efficacia nascosta.

La squadra arriva a destinazione, si stabilisce e, tramite una lenta costruzione, Berg ce ne mostra il posizionamento tattico, la distribuzione nell’area, lo studio dell’obiettivo, mentre allo stesso tempo continua ad approfondire i personaggi. Conduce per mano lo spettatore lungo una manciata di minuti nei quali riesce a dare una definitiva e ultima caratterizzazione ai suoi personaggi, dà l’impressione di stare mostrando in maniera dettagliata il comportamento sul campo e, senza neanche fartene accorgere, orchestra un lento, ma nettissimo, cambio d’atmosfera e situazione. Si arriva sul posto in situazione di totale padronanza e consapevolezza, con il bersaglio nel mirino e totale convinzione in quel che si sta facendo. Poi, pian piano, mentre le chiacchiere spicciole che “fanno i personaggi” allontanano da loro la tensione trasferendola brutalmente sullo spettatore, perché ovviamente in consapevole attesa di quel che accadrà, le cose cambiano e all’improvviso quella che era una posizione di controllo e superiorità tattica è diventata una trappola mortale.

Finto Vs. Vero.

Qui emerge brevemente un animo del film che Berg non sviluppa mai a fondo, che pure è presente ma rimane quasi sottopelle, nel criticare l’assurda inadeguatezza tattica e d’equipaggiamento con cui questi uomini – e chissà quanti altri – sono stati mandati a morire. È un tema che si percepisce nel corso del film ma non viene sviluppato in maniera particolarmente forte e lo stesso vale per la breve discussione dei soldati sul da farsi, che va anche al di là del semplice lato umano e sfiora discorsi politici e d’opportunità. Da un lato è bello che Berg non voglia sottolineare troppo, andare di pennarellone e didascalia, dall’altro si ha un po’ il senso dell’occasione sprecata. Ma non c’è poi troppo tempo per preoccuparsene, perché a quel punto parte quella bomba assoluta che è la sparatoria centrale del film.

Realistica? Credibile? Aderente ai fatti? Chi se ne frega. Il punto è che, da quando i quattro si accucciano in posizione difensiva fino al crollo di Mark Wahlberg in quella pozza d’acqua, Lone Survivor ti prende, ti frulla e non ti molla un attimo. No, non è vero, nel mezzo ci sono quel paio di morti un po’ troppo “poetiche” che ho menzionato prima e che spezzano la magia, ma insomma, non sottilizziamo. Il punto è che la sparatoria è pazzesca per la sua capacità di restituire un senso di realismo, di credibilità, anche magari negli aspetti che realistici non sono. L’attenzione all’organizzazione tattica, la splendida fotografia, l’utilizzo lancinante del suono, che ti fa pesare sullo stomaco ogni ossicino frantumato, la brutalità dei dettagli, l’insistenza con cui l’ambiente s’accanisce sui corpi dei soldati coinvolti, l’attenzione alla fisicità del tutto, con tanto di (eroici, pazzi) stuntman che si sono letteralmente gettati giù dalle scarpate  per farci sentire le loro ossa rotte… è tutto semplicemente pazzesco e ti lascia addosso un senso di disagio fortissimo, che è poi, assieme a quella caratterizzazione così umana dei personaggi e allo spirito onesto e di sincera ammirazione che Berg riesce a infondere al suo film, il motivo per cui Lone Survivor se ne rimane lì, nel mezzo, a metà fra un action puro e un qualcosa di un po’ diverso e particolare.

Dove, purtroppo, il film crolla abbastanza è nella parte conclusiva, che mostra come si sono risolte le vicende di Luttrell, salvatosi grazie all’aiuto degli abitanti di un villaggio locale, a una cultura che pone l’ospitalità sopra a tutto e alla conseguente opposizione nei confronti dei talebani. Sarebbe stato interessante vedere approfondito l’incontro fra l’unico sopravvissuto e i locali, anche per mostrare un aspetto del conflitto in Afghanistan che non è esattamente molto noto e trattato al cinema, ma la cosa viene invece gestita in maniera semplice e sbrigativa. C’è del buono, in questa parte, in un semplice gioco di sguardi, nella potenza del dare aiuto quando non hai nulla da guadagnarci, ma viene affogato nel superfluo di quella dramatization che, in fondo, non è neanche strettamente colpa di Berg, è solo figlia della lingua cinematografica che lui parla. E allora ci ritroviamo ad assistere a un arresto cardiaco mai avvenuto, a un ultimo conflitto armato inventato di sana pianta, perché l’arrivo della cavalleria ci vuole sempre. E il problema non sta tanto in queste “regole” del cinema americano, che per esempio in Argo non mi hanno infastidito, ma nel modo in cui levano spazio a qualcosa che sarebbe stato molto più interessante e a un’eventuale parte conclusiva più trattenuta e riflessiva che, forse, avrebbe dato vita a un film migliore. O forse no. Vai a sapere.

Ho visto Lone Survivor in lingua originale, al cinema, qua a Parigi, circa un mese fa, abbastanza gasato dalle abbaiate di Bill Simmons al riguardo e dalla mia simpatia nei confronti di parte del cast. Ne scrivo solo adesso perché in Italia esce questa settimana e il mio consiglio è di andarlo a vedere al cinema, perché, doppiaggio o non doppiaggio, i momenti forti di questo film vanno visti in una maniera che permetta di farsene travolgere.

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