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Watchmen

Watchmen (USA, 2009)
di Zack Snyder
con Jackie Earl Haley, Patrick Wilson, Malin Akerman, Billy Crudup, Matthew Goode, Jeffrey Dean Morgan

I primi, boh, dieci o quindici minuti del Watchmen di Zack Snyder rappresentano una splendida dichiarazione d’intenti, che mostra fin da subito tutto quel che arriverà dopo. C’è la fedeltà al fumetto maniacale, riverente, se vogliamo anche un po’ pacchiana, fatta di inquadrature identiche, dialoghi ricalcati in copia carbone, gesti e sguardi. C’è la spettacolarizzazione di una morte, con un combattimento plastico, violento, vibrante, che in realtà nel fumetto non si vede nemmeno per sbaglio. C’è quello splendido collage dei titoli di testa, così pieno di tanti piccoli dettagli che funzionano per i fatti loro, ma assumono tutt’altro significato se hai letto il fumetto (o già visto il film). C’è la colonna sonora che spara fin da subito le cartucce pesanti, con un Bob Dylan da brividi. C’è tutta la poetica di Snyder, messa lì, fin da subito, che dice: “Oh, io l’ho fatto così, spero vi vada bene”. E a me va bene, via.

Poteva, il Watchmen cinematografico, rappresentare qualcosa della stessa portata di quanto fatto vent’anni fa da Alan Moore e Dave Gibbons? No che non poteva, per mille motivi, a cominciare dal fatto che il cinema di genere non ha certo bisogno dello sverginamento che serviva al fumetto di supereroi negli anni ottanta. Certo, magari mettendo Watchmen in mano a un Kubrick, a un regista geniale e poco interessato all’adattamento timoroso e fedele, ne sarebbe venuto fuori qualcosa di totalmente clamoroso e che, ovviamente, avrebbe fatto incazzare a morte i fan del fumetto. Ma tanto quelli si incazzano comunque, anche se non lo sanno. Anche se dicono che in fondo Snyder ha lavorato bene, loro sono incazzati lo stesso.

Epperò, bisogna dirlo, Snyder ha lavorato bene. Perché Watchmen alla fin fine è un bel film, che in qualche modo fa comunque compiere un ulteriore passo in avanti nel cammino fatto percorrere di recente da Iron Man e Il cavaliere oscuro a questa sottospecie di “genere” dei supereroi cinematografici. Un cammino in cui prova a scrollarsi di dosso l’adolescenza e ad ammantarsi di toni adulti, cercando un riconoscimento “alto” che non è neanche detto debba necessariamente spettargli.

Watchmen è un film di supereroi che non rinuncia totalmente alle convenzioni note, ma allo stesso tempo se ne distacca con sottolineata insistenza. Un film placido e maestoso, in cui i personaggi si perdono in conversazioni infinite e ogni tanto spezzano il ritmo tirando ceffoni al rallentatore. Un film estremamente bello da osservare, sviscerare in ogni sua inquadratura, non solo per chi ha voglia di fare il paragone allo stop motion, ma proprio per un’indiscutibile, violentissima carica visiva.

Un film che molti hanno trovato freddo, poco passionale, ma che al contrario a me di emozioni ne ha date molte. Non so bene cosa sia che mi fa entrare in sintonia con Snyder a film alterni, ma tanto guardando 300 non sono riuscito a farmi prendere neanche un attimo, quanto Watchmen mi ha accalappiato nelle budella, con questo suo modo viscerale e sboccato di riprodurre la malinconia, la disillusione, la profonda tristezza del racconto di Moore. E questo Watchmen è, ne sono sicuro, un’esperienza vibrante, potente, travolgente, tutta da gustarsi, specie poi sulla tovagliona dell’IMAX.

Ma il paragone con il fumetto? Il paragone con il fumetto mi è impossibile non tirarlo fuori, avendo ancora belli freschi in testa entrambi. Non è mai una roba che m’interessi più di tanto o che possa rovinarmi il film “a prescindere”, però certo è interessante notare le scelte fatte da Hayter, Snyder e Tse. L’impressione è che i tagli siano abbastanza accettabili e non vadano a danneggiare il film, anche se certo gli impediscono di vantare la stessa ricchezza e profondità dell’opera originale.

I vari piccoli personaggi di contorno, per esempio. Nel fumetto di Moore, pur non andando poi troppo oltre lo status di macchiette, donano all’affresco una vita incredibilmente più forte, ma nel film appaiono appena, stanno lì sullo sfondo, inutili ma non dannosi per chi non li conosce, semplici strizzatine d’occhio per i fan che “sanno”. Ma c’è altro, che è cambiato, e che un pochino il naso te lo fa storcere per forza.

C’è la morte di un personaggio minore, evento a dir poco fondamentale nella crescita di Nite Owl, che nel film è stata tagliata. C’è il didascalismo di inquadrarti Rorschach per bene mentre regge il cartello, apposta per farti capire che è lui. C’è la maniera indecente in cui il gufaccio, ancora lui, viene fatto partecipare, urlare, sfogare nel finale, banalizzando in maniera tremenda uno fra i momenti più intensi di Watchmen. Che alla fine, diciamocelo, sticazzi del polipone, la vera cosa fastidiosa del finale di Snyder è proprio quella, quell’urlo, quel paio di cazzotti, quel mezzo stupro di un momento in origine molto più raffinato e toccante.

C’è anche però una scelta impressionante degli attori, tutti mostruosamente in parte. Pure Ozymandias, che in foto faceva sicuramente schifo al cazzo, e che fra tutti è quello che meno ricorda il personaggio a fumetti, è interpretato in maniera molto azzeccata (occhio, l’ho visto in originale, non so come sia il doppiaggio). E Manhattan e Rorschach sono favolosi. E le due scene madri del rosso sono da brividi, nonostante il gufaccio.

Insomma, a conti fatti, visti anche certi scempi fatti in passato sulle creature di Alan Moore, mi sembra ingeneroso criticare un adattamento che sì, spettacolarizza, enfatizza ed esagera, ma allo stesso tempo in qualche modo prova a mantenersi rispettosamente fedele a uno spirito certo diluito e semplificato, ma sempre presente. Anche perché poi non ci ho trovato molto di fuori posto. Le poche scene d’azione mi sono stranamente piaciute (ben più che in 300) e in qualche modo il taglio crudo mi è parso estremamente adeguato.

Davvero è un problema se in un film in cui dei criminali vengono pestati come fabbri si vede qualche osso spezzato e un po’ di sangue (in parte, fra l’altro, preso di peso dal fumetto, senza dimenticare che nel finalone di sangue se ne vede molto meno rispetto alle vignette di Gibbons)? Davvero è un problema se i supereroi al cinema si permettono di scopare (e quella scena, suvvia, è volutamente esagerata, sopra le righe, buffa, anche se magari non proprio di buonissimo gusto)? E mica ci si sconvolgerà per l’uccellone circonciso del Doc Manhattan, no? No, dai.

Watchmen

Watchmen (USA, 1986/1987)
di Alan Moore, Dave Gibbons e John Higgins
Unica edizione degna di essere letta: la Absolute americana

Ho letto Watchmen per la prima volta da qualche parte all’inizio degli anni novanta. Era l’edizione italiana in volume, probabilmente pubblicata da RCS. Dico “probabilmente” perché non so dove sia finita. Credo di averla prestata a qualcuno che non me l’ha mai ridata (ho giusto in mente un paio di nomi). Non l’ho più riletto e ne ricordavo pochissimo, se non che indubbiamente mi era piaciuto molto, anche se magari all’epoca non avevo esattamente gli strumenti per comprenderne la portata. Di sicuro ricordo che mi annoiavo un po’ a leggere gli intermezzi fra un episodio e l’altro. Anzi, probabilmente qualcuno l’avevo anche saltato.

Son passati tanti anni e se ce la facciamo fra qualche giorno vado a vedermi il film. Film che non ho atteso con la bava alla bocca, perché in un modo o nell’altro, forse per averlo letto troppo presto, forse per il non averlo mai riletto, forse perché chi lo sa, non mi sono mai affezionato più di tanto a Watchmen. E anche perché, diciamocelo, dal trailer sembra 300 con la gente in costume da supereroe invece che da bagno. E a me 300 non è che sia piaciuto molto.

Però, mi dicevo, almeno vado a vedermelo vergine, senza ricordarmi nulla del fumetto, così evito le seghe mentali. E invece, un paio di giorni fa ho deciso che era ora di rileggermelo, ‘sto Watchmen. E di far fruttare i 75 dollari spesi per comprare la Absolute Edition a San Francisco due anni fa. Anche perché, ok, anche solo avercela è bello, fa arredamento, fa colore quando si parla e si può dire “io ho la Absolute Edition, mica cazzi”, però a me le cose che compro piace usarle e consumarle. Anche se magari non sembra.

E così mi sono finalmente riletto Watchmen, in due sessioni a cavallo fra sabato notte e domenica mattina, fermandomi solo perché stavo crollando dal sonno, ma non certo quando mi sono messo a mangiare o a cacare. E fare colazione o sedersi sulla tazza sfogliando quell’incredibile mattone non è per niente facile. Ma è sicuramente più facile che staccarsi dalla lettura di quell’incredibile capolavoro. Perché la cosa più incredibile di tutte, poi, alla fine, è questa: una volta tanto le impressionanti aspettative non mi hanno fregato e in Watchmen ho trovato tutto quello che speravo e credevo di poter trovare. E se anche il film di Zack Snyder fosse una merda mostruosa, cosa che non penso sia, avrebbe comunque il merito di avermi fatto (ri)leggere questo mastodonte.

Un mastodonte che oltre vent’anni dopo magari non conserva lo stesso impatto corrosivo e di totale destrutturazione del fumetto americano, non sfoggia la stessa carica di analisi sociale e politica, non sembra più completamente “nuovo”, folle, eversivo, rivoluzionario. Ma in fondo ha anche addosso vent’anni di narrativa mondiale influenzata e pervasa a più livelli, continua a spingere ed esprimere riflessioni profonde, importanti, commoventi sulla natura stessa della vita, dell’universo, di tutto quanto e, diciamocelo, nella sua analisi del sociale, della politica, del mondo demmerda in cui si vive, non è poi così invecchiato, nonostante Richard Nixon sia ormai poco più che Frank Langella.

E d’altra parte, con tutto quello che sta capitando in ‘sti anni, non mi pare che una possibile fine del mondo autogestita da noi stessi sia meno probabile rispetto a quando Alan Moore s’immaginò il polipone. Certo, dopo l’undici settembre il polipone sembra molto meno assurdo e scioccante, ma in fondo funziona ancora, magari in maniera diversa, nella maniera in cui ti porta alla memoria devastanti spettri di qualcosa che dopotutto è ancora bello limpido nel ricordo.

Limpido come è limpida, scintillante, cristallina, la maestria con cui in Watchmen ogni cosa, ogni singola cosa, ogni cazzo di virgola, di vignetta, di nuvoletta, di tavola, di riga, parola, sfumatura di colore sia perfetta, immutabile esattamente dove deve stare. Tutto è lì, al suo posto, incredibile, meraviglioso nel singolo momento e nel suo intrecciarsi con ogni elemento che gli sta attorno, a formare un mosaico spaventoso, avvolgente, agghiacciante.

Il lavoro sul linguaggio, la perfezione nel costruire ogni anche minimo snodo narrativo, la splendida caratterizzazione di tutti personaggi, il ritmo letargico, compassato, trascinante, in continua crescita, che monta tutta la tensione possibile un pezzo alla volta e ti stronca con quello splendido negarti qualsiasi soddisfazione bassa nel finale. La devastante bellezza con cui ognuno dei dodici episodi ha una sua precisa e distinta struttura narrativa che si incastona a meraviglia con tutto il resto. La lancinante poesia di un uomo nudo e blu che passeggia su Marte riflettendo sul senso della vita. La tragica e malinconica disperazione di un folle che filtra il suo malessere attraverso l’inchiostro sparso sul volto. La tenerezza di uno sfigato panzone sognatore, ingenuo, dolce, innamorato. La tragedia e il miracolo del semplice essere umani e del vivere mostrati in ogni anche minimo personaggio di contorno. La bellezza di un capolavoro senza tempo, che non sono in grado di raccontare come vorrei. Ne ha scritto mezzo mondo, l’hanno fatto sicuramente meglio di me. Una sola cosa conta: leggerlo.