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Che ne sarà di noi


“VAFFANCULO CAZZO PUTTANA TROIA MERDA PERCHÉ DEVI CAPIRE MI DEVI ASCOLTARE ASCOLTAMI CAZZO VAFFANCULO PUTTANA TROIA MERDA PERCHÉ CAZZO VAFFANCULO CAZZO PUTTANA TROIA”

Che ne sarà di noi (Italia, 2004)
di
Giovanni Veronesi
con
Silvio Muccino, Giuseppe Sanfelice, Elio Germano, Violante Placido

Il trio di stronzi che ne L’ultimo bacio voleva fuggire ha finalmente l’occasione di fuggire. E noi abbiamo l’occasione di scoprire quali fantastiche persone essi siano: un cretino completo a cui piace riempirsi la bocca di cazzate “importanti”, uno stronzetto presuntuoso che alla fine raggiungerà la catarsi mistica e un povero sfigato che ha bisogno di crescere e sembra il figlio illegittimo di Massimo Conti de I ragazzi della terza C.

In realtà non è proprio lo stesso trio di personaggi, ma spiritualmente ci andiamo molto vicino, così come vicino è il tipo di film: un racconto urlato, biascicato, impacciato, delle emozioni e dei turbamenti “veri” dell’italiano medio. Anzi, in questo caso, del ragazzo italiano medio. Rispetto alle pellicole di Gabriele Muccino, comunque, c’è un’altra grossa differenza, ed è da far cadere le palle. Il dilettantismo di Veronesi – e dei suoi collaboratori, immagino – è ammorbante, con una messa in scena a dir poco raffazzonata e una cronica incapacità di fare con la macchina da presa qualsiasi cosa che non sia la svolazzata poetica verso l’orizzonte o il movimento circolare su un monologo di Muccino.

Non Gabriele, però, ma Silvio, co-autore della sceneggiatura, che sembra essere rimasto quello di sette anni fa: in bocca ai personaggi di Che ne sarà di noi mette le stesse parole di Come te nessuno mai, ma i cinque anni di differenza nell’età di chi le pronuncia fanno un effetto un po’ diverso. Ma fosse solo quello si sopporterebbe anche, se non altro perché la sceneggiatura – pur banale e stereotipatissima – è comunque scorrevole e a tratti divertente. Il problema vero è la mania di protagonismo del Muccino, che si mette al centro dell’azione per tutto il film, ingombrando la scena ogni cinque minuti con un fantastico monologo in cui urla solo banalità e scemenze a raffica.

E non bastasse tutto questo, c’è anche la voglia di fare il film d’autore, di non limitarsi alla simpatica commedia, ma di buttarci dentro lo sbroffo di poesia. E allora vai con un motivetto azzeccato come tema musicale, da tirare fuori ogni tanto a caso per smuovere il sentimento. E vai con la voce interiore dei protagonisti, con tanto di pausa drammatica a metà di una frase quando uno di loro – Muccino, of course – recita il titolo del film. E vai di inutile, insignificante sciacquetta che segue a margine gli eventi, ammorbandoci con le sue considerazioni, ancora, poetiche e filosofiche.

Non orrendo, solo disarmante.

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