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Ocean’s 8

Fa una certa impressione scoprire quanto le operazioni di “gender swap” viste nell’ultimo Ghostbusters e in questo Ocean’s 8 siano simili per modalità e risultati. Partendo dall’assunto che, per quanto mi riguarda, non c’è nulla di male nell’operazione in sé e, anzi, è sempre interessante vedere come si riesca a rielaborare qualcosa di già esistente, il problema, ancora una volta, è che la rielaborazione lascia a desiderare, vuoi perché troppo timida e ossequiosa nei confronti dell’originale, vuoi proprio per i risultati complessivamente modesti, non all’altezza di un cast invece davvero ottimo, in forma, che esprime voglia da tutti i pori. Insomma, ancora una volta, è un po’ un peccato.

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Crash – Contatto fisico

Crash (USA, 2004)
di Paul Haggis
con Don Cheadle, Matt Dillon, Terrence Howard, Thandie Newton, Michael Peña, Brendan Fraser, Sandra Bullock, Ryan Phillipe

Con tre anni di ritardo e dopo aver visto il successivo Nella valle di Elah a Venezia, finalmente poso gli occhi sul pluripremiato Crash. E trovo un film ben pensato e costruito, con una di quelle sceneggiature “circolari” in cui tutto torna e nulla viene lasciato al caso. Ogni storia in Crash ha una conclusione, ogni personaggio ha un suo senso, tutto è collegato nel grande gioco del caso. Ma è proprio questa perfezione, forse, a far stonare un po’ il racconto.

Crash parla del razzismo che si insinua e si radica anche nella più insospettabile delle “vittime”, specie in una città come Los Angeles. Parla di società multietnica e di rapporti umani sempre e costantemente sull’orlo dell’esplosione furiosa. E ne parla talmente bene da far sfumare le distinzioni anche per lo spettatore, che spesso, tanto quanto i personaggi del film, fatica a distinguere fra arabo e persiano, fra cinese e tailandese, fra cubano e messicano. Lo fa, però, concentrandosi sul personale, raccontando storie piccole piccole e mescolandole fra di loro in maniera un po’ forzata e tendenziosa.

C’è troppo caso, troppa coincidenza, nel portare avanti vicende che al contrario vengono presentate come terra-terra e realistiche e che sono raccontate con uno stile ben lontano dal pomposo e virtuoso surrealismo di un Magnolia. Haggis viaggia su un confine labile, oscilla fra reale e surreale, racconta la cruda quotidianità ma scivola in un buonismo un po’ patetico, tira tremendi pugni nello stomaco e poi si scioglie in mediocri sviolinate sotto la neve. E, esattamente come nel suo film successivo, sgrattuggia le palle piazzando sulle immagini finali una retorica lagna al femminile.

Crash non è un brutto film, anzi, ha momenti di ottima scrittura, passaggi evocativi, qualche prova di attore davvero notevole, ma a conti fatti sembra vincere (e aver vinto) più per le intenzioni che per i risultati. Gioca su temi attualissimi e importanti, fa leva sul senso di colpa che qualsiasi (nord)americano sotto sotto prova. Ma si limita a solleticare la piaga, a giocherellarci col ditino. Il coltello, Haggis, non ha proprio le palle di affondarlo.