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Doom


Doom (USA/Repubblica Ceca, 2005)
di Andrzej Bartkowiak
con The Rock, Karl Urban, Rosamund Pike

Doom è un ottimo esempio di “budda budda movie”. Una colossale fesseria, certo, ma confezionata con del mestiere, senza scivolare nello sgrammaticato dilettantismo di un Uwe Boll o concedersi più di tanto al “videoclipparismo”. Doom si limita solo ad essere estremamente banale e prevedibile, oltre che a mettere in scena un buon numero di ammiccamenti per il conoscitore del videogioco.

Il film di Bartkowiak, in sostanza, fa il suo dovere. Racconta di personaggi piatti il giusto e che hanno il solo compito di essere carne da macello. Li prende, li arma, li piazza in corridoi angusti e li mette di fronte a una serie di creature demoniache da (cui farsi) massacrare. Fa, insomma, tutto ciò che è lecito attendersi dal film basato sullo sparatutto per antonomasia e oltretutto lo fa appoggiandosi sulle spalle di The Rock, che si conferma ancora una volta come ottimo Arnold Schwarzenegger del nuovo millennio.

Ogni singolo elemento di Doom, dai personaggi, ai dialoghi, alle svolte del plot, è tagliato con l’accetta. Ma i tagli sono precisi, non mancano mai il bersaglio. Nessun dialogo memorabile, ma anche nessuna battuta da far cadere le palle. Nessuna sequenza d’azione particolarmente degna di nota, ma anche nessun netto tonfo. Delude forse un po’ il design dei mostri, per lo più poco ispirato, ma di sicuro centrano il bersaglio almeno un paio di idee (per esempio le nano-porte).

Insomma, stiamo parlando di una scemenza media, che non eccelle e non sorprende, ma alla fin fine scorre via tranquilla. Certo, va presa con lo spirito giusto, ma con quale altro spirito si può trovare il coraggio di mettersi a guardare un film del genere? E certo, buona parte del gusto sta nel conoscere le citazioni e i meccanismi di gioco con cui gli sceneggiatori si sono divertiti. Ma tutto questo, alla fin fine, permette a chi sa di cosa si sta parlando di divertirsi con il BFG, il mostro pseudo-canino e le mille altre citazioni, compresa la sequenza FPS.

Sì, perché c’è anche quella, ed è l’unico momento davvero genuino del film. Han trovato perfino il modo di darle una giustificazione narrativa, e l’hanno piazzata lì, verso la fine: cinque minuti abbondanti di soggettiva, splendida, perfetta, che riproduce incredibilmente bene il feeling di un vero sparatutto in prima persona, e viene perfino accompagnata dal tema musicale del primo Doom. E il cerchio fatto di citazioni e gomitate sul fianco dello spettatore si chiude poi con un bel deathmatch e con Trent Reznor tutto impegnato a urlare “Don’t you fucking know what you are?” sui titoli di coda.

Insomma, Resident Evil aveva forse alle spalle qualche idea (anche di cinema) in più, ma Doom riesce comunque nel – facile, va detto – compito di guardare dall’alto verso il basso qualsiasi altra pellicola tratta da un videogioco. In attesa del promettente Silent Hill.

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