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Copertine


Sul numero di TGM già da un po’ in edicola c’è un mio articolo, in cui parlo del viaggio a Las Vegas e dei giochi che lì ho visto. Purtroppo non è firmato, e certo non per decisione mia. E, lo ammetto, ritrovarmi fra le mani la rivista aperta, con lo sguardo sul mio articolo “anonimizzato”, beh, mi ha deluso un sacco. Ci son rimasto proprio male. TGM è la rivista che leggevo da ragazzetto (assieme a Zzap e Kappa, chiaro) e, sebbene ormai non la segua da anni, ci sono tutto sommato ancora parecchio affezionato. Sarà puerile, sarà infantile ma, insomma, averci finalmente scritto sopra ha rappresentato per me una bella soddisfazione, una delle poche vere soddisfazioni lavorative degli ultimi tempi. E invece pure questa, in qualche modo, me l’hanno un po’ levata.


Questa, invece, è una rivista giapponese. Non mi è chiaro se sia pubblicata direttamente da Konami, o da loro solo sponsorizzata, comunque parla di calcio e di Winning Eleven. Pare folle, eh? E invece, per quel poco che posso capire senza capire praticamente nulla di quel che c’è scritto sopra, è proprio bellina. Sul numero precedente a questo, c’era un reportage sull’evento di Dublino, che quindi in qualche modo parlava anche di me. Ma su questo numero qua, invece, la rivista è diventata ancora più bellina, perché ha esordito una rubrica fissa curata dal sottoscritto. Pensa, l’inviato speciale dall’Italia! Queste sì, che son soddisfazioni.


Questa, invece, è una cosa bellissima che ho letto qualche giorno fa. Una roba che mi ha fatto attanagliare lo stomaco per le emozioni. Ultimamente mi capita spesso, non so se perché sto leggendo tonnellate di roba bellissima o perché sono particolarmente propenso. Probabilmente entrambe le cose. Ad ogni modo, lo consiglio, anche se in realtà prima bisognerebbe leggere Supreme Power, di cui questa roba è la continuazione.


Qua, infine, è dove siamo stati ieri e oggi. Posti in cui vien voglia di rimanere.

Installazione completata


A una settimana dal mio esordio in quel di Via Brescia, mi sento di dire che poteva andare peggio. Il tragitto casalavorolavorocasa, per il momento, è vissuto in totale tranquillità. Le fermate di metropolitana in più non pesano, perché tanto mentre leggo neanche ci faccio caso, e la passeggiata a piedi non è poi così impegnativa, anzi, viene quasi da definirla piacevole (a proposito: ho optato per l’assalto da Villa Fiorita, che a sentire google son 1400 metri invece dei 1700 da Cernusco e che, soprattutto, ha un percorso molto meno trafficato, in tutti i sensi).

Ad ogni modo si tratta comunque di un’oretta in più al giorno dedicata al lavoro, son sempre sei euro in più a settimana di abbonamento e bisogna pure vedere quanto sarà piacevole, la passeggiata, in pieno agosto, nei giorni di pioggia e in quelli di scazzo. Alla lunga, probabilmente, si pagherà pegno, ma insomma, per il momento non ci si lamenta.

L’ufficio, pure, non dispiace, e il mio angolino va più che bene. Un po’ meno bene l’atmosfera da suicidio di massa incombente che traspira dalle pareti, ma ci si può fare poco. A conti fatti, per quanto mi riguarda, i “ma” e i “però” rimangono quelli di via Asiago, che certo hanno poco a che fare con la nuova situazione. E – trasloco a parte – di cambiamenti significativi, sempre per quanto mi riguarda, ancora non se ne sono visti. Vediamo come si evolve tutto quanto, via.

Seguono: il tragitto Villa Fiorita/redazione in cinque immagini, una sventagliata di quattro foto sull’area giochi e altrettanti ritraenti la mia postazione. La qualità è altalenante, ma non ho troppa voglia di perder tempo a fare di meglio. Preme comunque far notare lo splendido panorama che si ammira dalla mia finestra e l’assoluta necessità di un bel poster da piazzarmi davanti agli occhi. Saluti.













Scatole

Ieri ho dato l’addio al posto in cui ho trascorso buona parte degli ultimi sei anni. Future (anzi, Sprea) si sposta, da Via Asiago a Via Brescia. No, non Piazzale Brescia, quello vicino alla casa di Bob, a poche fermate di metro dalla mia. No, Via Brescia, a Cernusco sul Naviglio, a ventisei fermate (sedici di rossa, dieci di verde). In pratica, rispetto al tragitto percorso in questi sei anni, si aggiungono sei fermate, un cambio di linea, il fatto che la verde, passata Udine, va molto più lenta, il terno al lotto di dover prendere un treno su tre che vanno in quella direzione, sei euro di abbonamento interurbano (il doppio). E la distanza fra la metro e la redazione raddoppia. Insomma, ci si diverte.

Si chiude un ciclo, un periodo, se ne apre un altro. E, a pensarci, noto una cosa curiosa. Una puttanata, probabilmente, ma comunque una cosa. Verso la fine del 1997, si è chiuso abbastanza nettamente un periodo della mia vita. Maggiorenne lo ero da un paio d’anni, ma improvvisamente mi ero ritrovato ad aver chiuso con la scuola, a vivere da solo e a cominciare a chiedermi “Ok, adesso che faccio?” A diventare grande, insomma. Da quel momento in avanti, ogni (circa) tre anni si è bene o male chiusa una fase.

Verso la fine del 2000, per esempio, si è decisamente chiusa una fase. In quei tre anni avevo scoperto gioie e dolori della vita da single, ma anche di quella da coinquilino con un po’ di persone diverse. Avevo sperperato una marea di soldi e me ne ero goduti (e ne avevo pagato) i frutti. E in parte, bisogna dirlo, me li godo e me li pago ancora. Avevo gestito l’onere del servizio civile e provato sulla pelle la mia prima esperienza lavorativa, in edicola. Mi ero affacciato sul magico mondo di Internet e, grazie ad esso, avevo conosciuto una marea di gente spettacolare, incontrato la Rumi e iniziato a scrivere di videogiochi, prima per passione, poi addirittura per soldi. E in quella prima estate del nuovo millennio mi ero anche gustato la mia prima vera vacanza all’estero (Irlanda, macchina e B&B) da bimbo totalmente autonomo!

Ma, si diceva, verso la fine del 2000 (diciamo pure a cavallo fra 2000 e 2001), questo periodo tanto folle e simpatico si chiuse. Si chiuse per tre motivi. Uno, abbastanza pratico e materialista: l’assunzione in Future Media Italy. Colloquio praticamente imposto dal Solettone, assunzione quasi automatica. Cominciava l’era delle 39 ore settimanali, delle ferie pagate, della tredicesima, delle scadenze fisse, delle menate da impiegato frustrato e dell’assegno a fine mese. Il secondo, beh, che ve lo dico a fare, una certa persona si stava finalmente cavando dal cazzo, e faceva spazio ad altre due persone ben più piacevoli, una delle quali, fra l’altro, ancora oggi vaga per l’appartamento.

E c’è ovviamente il terzo avvenimento, meno netto e identificato nel tempo, meno pratico, magari più romantico. Stava finendo il gran periodo del Vit. Già, it.fan.studio-vit, quella incredibile comunità di gente che avevo conosciuto a cominciare dai primi mesi del 1998, quella a cui più di tutte sono ancora legato, quella che, per carità, ancora esiste e ancora frequento. Per mille motivi, che non ho neanche troppo voglia di approfondire, stava finendo il periodo dello splendido newsgroup, dei tanti raduni memorabili, delle gioie e dei dolori vissuti grazie a quell’enorme cumulo di caratteri. E, insomma, si chiudeva un ciclo.

Nel biennio 2003/2004, per l’appunto (circa) tre anni dopo, succedevano un altro po’ di cose. Succedeva, per esempio, la scomparsa dalla mia vita di una persona che mi aveva rovinato il fegato per tre anni e per certi versi, tramite le conseguenze delle sue azioni, me l’avrebbe rovinato anche negli anni venire. Una fuga nella quale, modestamente, credo di aver giocato un concreto ruolo. Succedeva, poi, che lo scettro di schiavista dei collaboratori di PSM passasse nelle mie mani. E, beh, era un bel cambiamento, sotto certi aspetti (ma neanche troppi), per quel che riguardava il mio lavoro (ovvero, non dimentichiamocelo, una buona fetta delle ventiquattro ore giornaliere).

Sempre in quel periodo, mi capitava fra le braccia il mio primo press tour, in quel di Grindelwald, a seguire per la prima volta lo European Pro Evolution Soccer Championship. E un mese dopo partivo per quello che considero – non me ne vogliano le splendide Alpi svizzere – il mio primo vero press tour, a San Francisco per Ubisoft, assieme a Cristian Born, Marco Accordi e al Solettone. Più avanti, nel 2004, esplodeva l’insufficienza renale di Schifilide, all’improvviso, giungendo al culmine nel giro di ventiquattro ore. Vendevo la Fiesta, la mia macchinina, che in tante imprese mi aveva accompagnato fin dal lontano ’97. E si mettevano le basi per l’avvento della Rumi in casa Maderna, concretizzatosi a inizio 2005. Insomma, si chiudeva un altro bel ciclo mica da ridere.

Son passati altri tre anni, durante i quali ho sistemato dei problemi che mi trascinavo dietro da troppo tempo e ho viaggiato tanto per lavoro e abbastanza per sfizio. E arriva un altro bel cambiamento, quello descritto in cima. Si chiude davvero una fase, ne inizia una che è ancora da vedere quanto e come sarà diversa. Certo è che, a buttare uno sguardo su questi primi sei anni da lavoratore “serio”, di considerazioni se ne possono trarre parecchie. Ma per più di un motivo non è forse questo il luogo. Mi limito quindi a dire che, come detto, si chiude un’altra fase.

Una fase il cui termine viene sancito dalla vacanza in Giappone che sognavo fin da bambino, dal trasferimento lavorativo a Cernusco, da un inizio anno che di buone notizie ne ha portate pochine, e da un nuovo viaggio a San Francisco. Tre anni fa, proprio da San Francisco, iniziai a vagare fuori dall’Europa a spese altrui. E assieme a me c’era uno dei due capoccia di Nextgame. Oggi, tre anni dopo, sempre a spese altrui, torno a San Francisco. E assieme a me c’è l’altro dei due capoccia di Nextgame. Mi sembra proprio che si stia chiudendo un cerchio, ma posso sbagliarmi.