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Revolutionary Road

Revolutionary Road (USA, 2008)
di Sam Mendes
con Leonardo Di Caprio, Kate Winslet, Michael Shannon

L’angoscia della normalità, del sentirsi inadeguati a un ambiente che non riteniamo adeguato a noi, del volere altro, di più, del non capire la vita che ci scivola tragicamente addosso, del pagare errori che neanche ci rendiamo conto di aver commesso, del non voler, poter, dover. La fame, insaziabile, insopprimibile di raggiungere un sogno lontano, il cui pensiero per un attimo ti fa tornare la gioia di vivere anche le semplici sciocchezze. Il caso, il destino, il costruirlo con le proprie mani senza rendersene conto, il piangersi addosso e nascondersi nel vittimismo, il panico del tempo che scorre e non perdona, l’ansia del non saper dare un senso alla propria vita. La morte, che improvvisamente comincia a sembrare uno spettro tangibile, che si avvicina attraverso il parabrezza mentre nello specchietto ormai non vedi più l’immortalità dell’adolescenza. La mediocrità, l’incapacità di vedere il bello fra le sue maglie, la predestinazione all’angosciosa autodistruzione. Il male, fatto, puro e finito, nascosto, annidato in tutto il bene che non si riesce a vedere. L’ansia e la putrefazione dello spirito, la pattumiera emozionale, il vortice della merda. “This film is so good it is devastating.”

Film sorprendentemente asciutto, pulito, privo di sacchetti di plastica che svolazzano e pozzi di petrolio in fiamme, non si capisce bene se per maturazione del Mendes o per il di lui rispetto nei confronti del mastodontico romanzo di Richard Yates. Mendes che, fra l’altro, dipinge immagini incredibili, racconta scene dalla potenza assurda, anche senza bisogno di strizzare troppo l’occhio. E almeno tre grandi attori. E un signor adattamento cinematografico. E un film che ti cresce dentro, che passa un’oretta a sventolare spore in giro e poi, implacabile, un’altra oretta a far esplodere la mostruosità dell’angoscia, del panico, del malessere. Filmone, nonostante i bambini con l’accento romano e la voglia di ascoltare Di Caprio e Kate Winslet, invece di Francesco Pezzulli e Chiara Colizzi. Anche se Pierfrancesco Favino fa un bel lavoro con un ruolo difficile. Ma cazzo, basta, non mi fregano più, lo prometto.

Revolutionary Road

Revolutionary Road (USA, 1961)
di Richard Yates

April e Frank Wheeler sono una giovane coppia sposata che vive coi due figli a Revolutionary Hill, Connecticut. Siamo in pieno 1955 e la vita di queste persone sta per essere sconvolta da avvenimenti tragici e travolgenti nella loro banale semplicità. Entrambi sono insoddisfatti e desiderano qualcosa di più, qualcosa di diverso. Da qui nasce la voglia di cambiare, di rilanciarsi, di seguire sogni e progetti da tempo accantonati, di nascondere sotto un tappeto di pensieri e speranze l’evidente crisi in cui versa il loro matrimonio.

Revolutionary Road racconta una storia che potrebbe tranquillamente svolgersi oggi, in una qualsiasi città del mondo occidentale. Fa impressione rendersi conto di quanto un romanzo vecchio di oltre cinquant’anni sappia essere attuale e moderno, nel linguaggio come nei temi trattati e nel descrivere una società che, in fondo, non è cambiata poi tanto. Certo, l’età del libro è evidente nel contesto, nel modo in cui si parla di tecnologie che oggi diamo per scontate, nell'(ab)uso un po’ differente da quello odierno che i protagonisti fanno di alcool e fumo, ma nella sostanza sembra davvero di leggere un testo scritto l’altro ieri.

Un bellissimo testo, fra l’altro, un romanzo appassionante e coinvolgente, i cui due protagonisti sono dipinti con un’intensità e una profondità incredibili. Persone vere, vive, dai sentimenti forti e credibili. Esseri tristi e ingrigiti, che probabilmente incontriamo tutti i giorni in metropolitana, o magari la mattina guardandoci allo specchio. Revolutionary Road è un libro fantastico, per il mediocre fascino dei suoi personaggi, per il travolgente realismo dei suoi dialoghi e per la semplice, pura, strepitosa bellezza dello stile con cui è scritto. Vola via senza quasi farsi notare, e ti lascia addosso una maliconia e un’ansia palpabili, pari solo all’agghiacciante angoscia che provo al pensiero di Sam Mendes che ne sta dirigendo il film.