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Red Rabbit (USA, 2002)
di Tom Clancy

C’è decisamente qualcosa che non funziona nel mio rapporto con Tom Clancy. I suoi, in potenza, son libri che dovrebbero piacermi molto. C’è il genere puro con cui vado sempre d’accordo, ci sono le affascinanti ambientazioni intrecciate a doppio filo con fatti di storia più o meno recente e c’è in generale l’atmosfera da filmone di spionaggio. Insomma, una figata. Eppure qualcosa proprio non va.

In passato ho letto anche Attentato alla corte d’Inghilterra (1987) e Senza rimorso (1993), avendo quindi l’occasione – involontaria – di provarne uno per decennio. E tutti e tre mi hanno fatto la stessa impressione: non succede una minchia per cinquecento pagine, ma nel finale scoppia il delirio, in questo caso attorno a un attentato alla vita di Giovanni Paolo II.

Ora, va bene preparare le cose con calma, approfondire i personaggi, dare al lettore il tempo di “entrare” nella storia, ma in Red Rabbit non succede veramente un cazzo per almeno duecento pagine. Quanto ai personaggi, c’è davvero tanto da approfondire, in un contesto narrativo come quello di Clancy, talmente manicheo e tagliato nelle caratterizzazioni da sfiorare a tratti quasi il macchiettistico?

Che poi, intendiamoci, alla fine – come nei due precedenti che ho letto – l’intreccio è sfizioso, il crescendo finale è davvero riuscito, ogni tanto ci sono delle belle idee, talmente belle che ti chiedi cosa ci facciano in ‘sto libro, e, insomma, c’è un bel lavoro di costruzione del personaggio (uno, lui, Jack Ryan, gli altri son trascurabili). E poi a me la serialità gusta, e alla fine la voglia di andare avanti un po’ c’è. In teoria – da timeline – il prossimo dovrebbe essere La grande fuga dell’Ottobre Rosso, ma io non lo so se ho la forza di affrontare altre duecento pagine di nulla, seguite da trecento pagine in cui le cose cominciano a girare e a prendermi, con infine cento belle pagine di divertimento. Che faccio, mi riguardo il film?

Nota per il traduttore del libro: chiedere consiglio a qualcuno che conosca gli sport americani non è sbagliato e non dovrebbe farti sentire ferito nel tuo orgoglio di traduttore preparato e competente.