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Friday Night Lights – Stagione 3

Friday Night Lights – Season 3 (USA, 2008/2009)
creato da Peter Berg, Brian Grazer, Jason Katims
con Kyle Chandler, Connie Britton, Taylor Kitsch, Minka Kelly, Zach Gilford, Aimee Teegarden, Jesse Plemons, Adrianne Palicki, Scott Porter, Jeremy Sumpter

C’è qualcosa che mi ha turbato, infastidito, mentre guardavo la terza stagione di Friday Night Lights. Sulle prime non riuscivo a capire di che si trattasse, ma poi finalmente sono riuscito a puntare il dito: è una stagione di passaggio, di mezzo, d’interludio, nella quale non si fa molto altro che chiudere i conti col passato e preparare il campo per il futuro. E in mezzo a tutto questo, vista anche la scelta di passare definitivamente alla dozzina di puntate, si perde un po’ l’esigenza di raccontare qualcosa che sia davvero identificabile come “il terzo anno di Friday Night Lights“.

Detto che il povero Santiago scompare nel gorgo del maledetto sciopero degli sceneggiatori senza che se ne faccia menzione, e un po’ dispiace, la prima manciata di episodi si concentra soprattutto sulle dipartite eccellenti di Smash e Street. Ma anche altri in odor di fuga da Dillon (Riggins, Saracen, Tyra, Lyla) dominano la scena con il loro destino e lasciano poco spazio ai nuovi fili narrativi. Nuovi fili narrativi che, come detto, più che storie dotate di loro dignità “attuale” sembrano solo mattoncini messi in pila per costruire quel che verrà l’anno successivo.

A salvar la situazione, come al solito e come già visto nella stagione precedente, ci pensa la solidità delle sceneggiature. Se a volte ho l’impressione che questa serie avrebbe bisogno di soggettisti con un filo di fantasia in più, sempre ho la certezza che non manchino sceneggiatori dagli attributi fumanti. Anche dall’idea più banale e dalla situazione più contorta, ‘sta gente tira fuori pezzi di scrittura da manuale e continua, di anno in anno, a tratteggiare personaggi dall’umanità pazzesca.

Gli addii della prima parte mozzano il fiato senza scivolare mai nel patetismo, e sa il cielo quanto entrambi rischiassero di farlo. E del resto, il citato fastidio per la scomparsa di Santiago, personaggio banale se ce n’era uno, testimonia la bravura nel farti innamorare anche della peggior (apparente) macchietta. L’evolversi di personaggi nuovi e vecchi appassiona come meglio non si potrebbe fare. Lo sviluppo “sportivo” fa ritorcere le budella pur essendo messo in disparte per ampi tratti. Il finale di stagione regala – finalmente! – una gran bella idea e fa venire una voglia matta matta matta da legare di affondare i denti nel quarto anno. Insomma, wow.

La serie l’ho guardata grazie al mio bel cofanettino in DVD Zona 1. Texas o morte. A quanto mi risulta continuano a non essere usciti cofanetti successivi al primo in Europa. Ma insomma, siamo nel 2010, via. In ogni caso non, e ribadisco non guardate questa roba su Rai 4. Dai, per favore.

La settimana a fumetti di giopep – 19/10/2010

Legs Weaver #50 **
Ho smesso di comprare Legs Weaver praticamente subito, limitandomi giusto a qualche singolo albo disegnato da autori che apprezzavo molto e smettendo in fretta anche di acquistare quelli. Non mi diceva niente, ed era comunque un periodo in cui stavo cominciando a disamorarmi nei confronti delle produzioni bonelliane. All’uscita del numero 50, però, lessi in giro per l’internette tanti commenti carichi d’entusiasmo e decisi di comprarlo… e metterlo nella sacra pila della polvere. Dieci anni dopo, finalmente l’ho letto. E ho scoperto che questo presunto gioiellino carico di amore e simpatiche citazioni nei confronti di mille e più mille capolavori del fumetto è sostanzialmente una puttanata, per quanto immagino realizzata con sincerità e affetto. Un omaggio organizzato nella maniera più banale possibile, con la protagonista che si vede proporre le sue avventure in diverse versioni “ispirate” a varie scuole fumettistiche, e fondamentalmente moscio, moscio, moscio, moscio. Moscio. L’unico lampo di vita sta nella manciata di pagine a firma Leo Ortolani. Oh, poi magari sono io che non l’ho capito.

Littlegreyman ***
Mah. Altro giro, altro omaggio, questa volta ai film di serie B dei bei vecchi tempi e in generale alla cultura pop, con un bel girotondo di continue citazioni. E anche qui mi sembra un’operazione piuttosto sterile, che salvo più che altro per il taglio leggero, simpatico, e per il bello stile dei disegni.

Non mi sei mai piaciuto ****
Uah! Bellissimo fumetto autobiografico, in cui Chester Brown si mette a nudo raccontando la sua adolescenza, la sua incapacità comunicativa, lo sforzo inutile di provare e mostrare emozioni forti, l’impossibilità di avere a che fare col mondo che gli ruota attorno. E al primo che dice che i disegni sono brutti ci tiro una centra.

Il sistema ****
Splendido, vivo, pulsante intrecciarsi di piccole storie che si inseguono fra loro, ingranaggi del meccanismo su cui si basa l’ecosistema di una metropoli e che procede nel suo tragico e coloratissimo cammino, incurante del destino cui vanno incontro i suoi figli. Raccontato solo per immagini, senza neanche mezza parola, un gioiello dalla devastante potenza evocativa.

True Faith ***
True Faith è uno dei primissimi fumetti pubblicati a firma Garth Ennis ed è più che altro una curiosità, una roba che fa piacere poter dire di aver letto. Acerbissima satira a sfondo religioso, talmente scomoda da essere ritirata e ripubblicata solo nel 1997 sotto etichetta Vertigo, True Faith non è neanche malissimo, ma ma ha lasciato addosso quella insoddisfazione che provo sempre davanti al Garth Ennis più cazzaro e privo di controllo. Del resto, lo suggerisce pure lui nell’introduzione che si tratta di una mezza minchiata.

La pila polverosa continua a sfornare materiale per questa rubrica e per le mie allergie. Avanti così!

Alien Breed Evolution

Alien Breed Evolution (Team 17, 2009)
sviluppato da Team 17

A suo tempo Alien Breed non l’ho giocato. Oddio, scandalo, distruzione, omicidio, terremoto, smarrimento, non hai giocato Alien Breed, ucciditi. Eh, sì, che devo dire, sarà arrivato nel momento sbagliato, sarà arrivato quando pensavo ad altro, sarà quel che sarà, ma, pur avendoci messo mano, avrò fatto giusto una manciata di partite. Quindi, se volete, insultatemi per questa mia grave lacuna, ma non venitemi a spaccare le palle col fatto che Alien Breed Evolution mi è piaciuto perché sono un nostalgico. Sì, è vero, sono un nostalgico, ma certo non posso essere un nostalgico di Alien Breed, ok?

E allora come ha fatto a piacermi un gioco così lineare, monotono e facile, in cui non è richiesto approccio tattico, in cui metà delle armi non serve a nulla, in cui sei sempre pieno di munizioni e medikit? Semplice, è successo che una vocina (il tizio di Team 17 che mi ha passato il gioco) mi ha suggerito di giocarlo a livello di difficoltà Elite, perché solo così me lo sarei goduto davvero. E, guarda un po’, aveva ragione. La struttura dei livelli non cambia, quindi non è che vengano meno linearità e monotonia degli ambienti e delle situazioni, ma cambia completamente l’esperienza. Ci si ritrova a misurare ogni passo, a controllare tutti gli angoli, ad esplorare luoghi nascosti per cercare quelle munizioni che sembrano non bastare mai e ad aggiungere quindi tensione alla tensione, perché stai mettendo piede in posti pericolosi che non saresti neanche costretto ad esplorare.

Una tensione certo non figlia di una direzione artistica e di un motore grafico sì pregevoli, ma ampiamente sopra le righe e davvero poco sottili, quanto piuttosto di un gameplay che sa tenere sulla corda. Non frustrante, come all’inizio temevo, perché a conti fatti l’ho finito morendo giusto un paio di volte, entrambe per il modo disattento con cui avevo affrontato situazioni toste, ma senza dubbio impegnativo. Perché ti costringe a imparare a usare le armi, tutte le armi, a studiare la conformazione dei livelli per sfruttarla contro il nemico, usando le porte come colli di bottiglia, nascondendoti dietro gli angoli per ricaricare, sopravvivendo a una situazione ostile per davvero.

Ha comunque i suoi difetti e sì, l’ho detto, rimane un gioco lineare e almeno un tot ripetitivo, ma si sente davvero poco, se lo giochi nel modo giusto. Al che, uno si chiede, ma perché non te lo scrivono da qualche parte, che la right way è quella Elite? Perché sono storditi. E continuano ad esserlo anche col secondo episodio, che ho recensito qui.

E dopo quasi tre settimane, torno a postare. Il trasloco è finito, anche se ci sono ancora tre o quattro code impazzite da sistemare, quindi dovrei trovare il tempo di tornare a scrivere qua dentro, se non fosse che ho otto milioni di cose da fare accumulate. E per fare la maggior parte di queste cose mi pagano, quindi non è che possa cazzeggiare più di tanto. Infatti questo post l’ho scritto solo perché colto da fuoco sacro nel recensire il seguito su Next, come da link sopraesposto. Insomma, vediamo. Ah, Alien Breed Evolution l’ho giocato in inglese, bla bla bla.

Adventureland

Adventureland (USA, 2009)
di Greg Mottola
con Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Ryan Reynolds

Ho guardato Adventureland verso metà luglio, quindi in fondo non è neanche passato troppo tempo rispetto ad altre cose, ma il tag quasimenedimenticavo ci sta comunque tutto. L’ho guardato su Sky, anzi su MySky, una sera in cui non avevo nulla da fare (occasione rarissima) e il giorno dopo sono andato a vedere se il mondo dell’Internet mi offriva un’offerta degna di nota per il Blu-Ray. Me l’ha offerta. L’ho comprato. Perché? Perché è un film della madonna? No, dai. Però è un filmetto bello e gradevole, che non fa le cose che temevo facesse e ne fa invece altre.

Per dirne una, è una commedia americana in cui l’amico un po’ strano e il comprimario un po’ folle non sembrano personaggi totalmente sopra le righe, impossibili, ma hanno tutto sommato una loro adorabile credibilità. È una commedia americana che punta sui toni malinconici, ma senza sconfinare nel patetismo ansiogeno e senza mostrarci mai gente che urla sotto la pioggia con della musica emozionante di sottofondo. E addirittura non ci sono neanche monologhi di Susan Sarandon!

Detto che, casomai ci fosse il dubbio, le mancanze elencate fino a qui sono aspetti positivi, uno dei pregi più grossi di Adventureland sta nel suo essere un film ambientato negli anni ottanta che non ti rompe le palle urlandoti in faccia dall’inizio alla fine “oh, guarda che figata, sono ambientato negli anni Ottanta, prova tanta nostalgia, ridi assieme a noi, commuoviti e fatti pure venire un’erezione pensando alle tette di Sabrina Salerno”. Una cosa tipo Donnie Darko, o magari Notte prima degli esami, per capirci. No. Semplicemente Adventureland se ne sta lì, negli anni ottanta, e si fa gli affari suoi.

Sì, ok, ma a parte le cose pessime che non fa, quali sarebbero le cose ottime che fa, ‘sto Adventureland? Beh, intanto conferma la rinascita cinematografica della carriera di Greg Mottola, ché fra The Daytrippers (non l’ho visto, pare sia buono, voglio recuperare) e l’ottimo Superbad erano passati dieci anni. E insomma, mi sembra una cosa positiva, visto che due film suoi su tre mi son piaciuti e il prossimo, essendo scritto da Nick Frost e Simon Pegg, tanto pessimo non potrà mica essere. Poi riesce a raccontare un po’ le stesse cose di Superbad (crescita, abbandono, ritorno alla realtà postadolescenziale, inseguimento della patata) rinunciando al modello tutto sbocco e parolacce di Apatow.

Ed è insomma un bel filmetto divertente, delicato, malinconico, con interpreti che convincono (sì, pure la tavola da surf nana e un po’ tamarra che però quando le fanno un primo piano dici “ah!”) e con quella adorabile capacità di raccontare e far ricordare momenti in cui, bene o male, siamo passati un po’ tutti. Certo, non tutti poi abbiamo finito per bombarci Kristen Stewart. Ops, spoiler.

Il film l’ho visto in lingua originale e sinceramente non ricordo se e quanto possa essere importante farlo. Comunque, trattandosi di una commedia, do per scontato che l’adattamento italiano faccia completamente schifo.

Halo 3

Halo 3 (Microsoft Game Studios, 2007)
sviluppato da Bungie Studios

Halo 3 riparte più o meno da dove si era fermato Halo 2: con uno squallido tuffo nel pantano della narrazione spicciola, putrida, priva di nerbo e di senso, mirata al rincretinito pubblico di adolescenti (anagrafici o mentali, poco cambia) che domina il mercato dei videogiochi. Il turbinio di minchiate stellari che tocca sopportare nei filmati d’intermezzo è talmente al di là del bene e del male che ho passato praticamente tutto il tempo a ridere di quel che osservavo. Umorismo da quattro soldi, pomposità ingiustificata, totale indecisione stilistica, con quei toni a metà fra una commedia che fa piangere e un dramma di cui non si può che sghignazzare. Verrebbe da chiedersi se sia fatto apposta, se invece che essere un “vorrei ma non posso” sia un “voglio proprio questo, lo schifo, perché faccio satira”. Poi però ti guardi le interviste ai serissimi e convintissimi sceneggiatori in allegato a Halo Legends e decidi di metterci una bella pietra sopra. Sopra a loro, proprio.

Ma mica finisce qui, la tristezza, perché Halo 3 m’è parso, francamente, il gioco d’alto profilo più brutto da vedere su cui abbia mai posato gli occhi. Sì sì, ha dei begli effetti di luce, e sì, come no, chi gioca ad Halo non lo gioca per la grafica, ci mancherebbe. Ma è brutto, di un brutto che davvero non si può quasi commentare. È brutto stilisticamente, anche perché pure qui torna quell’indecisione di cui sopra. E, boh, sarà che non me ne intendo, ma a me è parso brutto forte anche tecnicamente. Poi, insomma, gli interni son vuoti, noiosi, monotoni corridoi ripetuti all’infinito fin dal primo episodio, ma Halo 3 mi ha agghiacciato anche (soprattutto) con gli esterni, in cui di solito Bungie riesce a iniettare un bel senso epico, evocativo, di scala che ti seppellisce con le sue dimensioni. Qui, invece, passi la maggior parte del tempo a camminare verso una sagoma lontana che sembra uscita da King Kong. Quello del 1933.

Poi ci sarebbe anche il problema che la monotonia, la ripetitività stilistica, come al solito si spalma anche sulle situazioni di gioco, che ti portano ancora una volta avanti e indietro due o tre volte per le stesse ambientazioni e che affogano nel pantano del riciclo anche le cose migliori. Perché la prima volta che incontri uno Scarab, questo robo enorme che ti cammina sopra e sembra invincibile, è un momento semplicemente splendido. Ma al terzo combattimento contro lo stesso tipo di robo enorme mi sono rotolati i coglioni sotto il tavolino. Ed è un peccato, perché sotto altri punti di vista la cosa funziona molto bene, con un bel senso di progressione nella sensazione di potenza, nel passare dal primo, terrorizzante incontro con una roba abnorme e invincibile, inquadrata da sotto, sovrastante, fino al terzo appuntamento, in cui si combatte ad armi pari contro non uno, ma due di quei cosi, visti dall’alto, da lontano, minuscoli, quasi fosse uno shoot em’up di vent’anni fa. Insomma, c’è perfino del buono in termini di regia, di narrazione, quando i personaggi non parlano.

Eppure, nonostante tutto questo, Halo 3 mi è piaciuto e mi ha divertito. Lo ha fatto perché l’ho giocato in cooperativa, col solito Holly, a livello Leggendario, e mi ha offerto una sfida sempre appassionante e varia negli scontri coi nemici. Anche se, insomma, in un gioco tanto lodato – e a ragione – per l’intelligenza artificiale, mi ha fatto un po’ tristezza vedere nemici che si fermano durante uno scontro e se ne stanno lì in mezzo a farsi sparare, o magari ti danno le spalle e se ne vanno camminando, o si limitano a una zona ben precisa e non ti inseguono se ti allontani anche solo di un filo. Per non parlare delle “sporche” tipo il respawn infinito in coop, che del resto è un classico della serie (se non sbaglio assente solo in Halo 2 a Leggendario) o il bug sul boss finale, che ha passato tutto il tempo ad accanirsi sul mio cadavere mentre Holly lo seppelliva di razzi.

Ma, ripeto, nonostante i bug, nonostante l’I.A. che passa dall’essere stupefacente al far ridere i polli, nonostante una componente narrativa e “artistica” che, sempre gradevoli musiche a parte, fa violentemente schifo, nonostante (ed è un nonostante non da poco) non lo giochi in multiplayer, rimane una roba che mi ha divertito parecchio, soprattutto per le singole sfide che mano a mano ha saputo propormi, costringendomi spesso a un lavoro di cooperazione e di studio approfondito della situazione per poterne uscire vivi a malapena. E alla fine, diciamocelo, conta quello.

L’ho giocato, come ho detto, in cooperativa (due giocatori) e a livello Leggendario. A cavallo fra autunno e inverno dell’anno scorso, se non ricordo male. E l’ho giocato in inglese, nell’edizione speciale acquistata a due soldi grazie alle offerte di Play.com. Il doppiaggio del secondo episodio e la partecipazione di Linus a questo mi hanno convinto che fosse veramente il caso di comportarsi così. Resta il fatto che quando quei personaggi aprono bocca dicono solo minchiate, quindi non è che cambi poi molto.

Quantum Of Solace

Con questo post inauguro un nuovo tag, dal fantastico nome “Quasi me ne dimenticavo”. A che serve, questo tag? Serve a indicare che ciò di cui parlo nel post l’ho visto/letto/giocato/sarcazzato un po’ tanto tempo fa. Tipo mesi, ma magari anche più di un anno. Che senso ha? Ha il senso che io creo le bozze qua su Blogger e poi mollo lì i post a marcire e la cosa mi dà sinceramente fastidio. Solo che poi mi spiace cancellarli senza aver mai scritto niente sull’argomento. Quindi proviamo a fare ‘sto esperimento, quando mi viene voglia, e vediamo cosa ne viene fuori.

Quantum Of Solace l’ho visto, come mio solito, piuttosto in ritardo, nel solito ciclo di film in lingua originale che frequento a Milano City. Diciamo qualche mese dopo l’uscita, così, a spanne. Mi ci sono quindi avvicinato con ben chiari in testa i commenti di tante persone che lo bollavano come minchiata. E come sempre accade in questi casi, mi è piaciuto. Certo, non è Casino Royale, non ha il fascino della prima volta e neanche quello di essere un film in cui la scena d’azione decisiva è una partita a carte, però non sono proprio riuscito a capire cosa abbia di tanto sbagliato.

Riprende le vicende da dove si erano interrotte, questo penso ce lo aspettassimo un po’ tutti, e le porta più o meno a conclusione, mantenendosi su binari stilistici, visivi, di racconto molto coerenti con quelli del primo episodio. Regala un paio di gnocche fuori scala. Conserva il savoir faire da parcheggiatore albanese di questo nuovo Bond. E in un paio di momenti offre anche bei pezzi di regia, in particolare nella parte ambientata a teatro, con quel Daniel Craig che saltella da un corrimano all’altro.

Certo, non dice nulla di nuovo, la tira un po’ troppo per lunghe e ha una scena d’azione conclusiva che davvero non finisce mai, però mi sembra perlomeno in linea con quel che ricordo del secondo Bond con Pierce Brosnan (anzi, questo è meno noioso, dai). Insomma, siamo negli standard. Il che, se vogliamo, mette addosso un po’ di tristezza, pensando a che porcherie arrivarono dopo, con Pierce Brosnan.

Beh, dai, non è andata male. Ah, il film, come dicevo, l’ho visto in lingua originale al cinema Arcobaleno di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Oh, dai, è James Bond, son tutti inglesi, o comunque fanno finta di esserlo, essù. Fra l’altro io con l’inglese “non americano” ho sempre qualche problema. Tipo che ci metto una mezz’ora buona prima di abituarmi e iniziare davvero a capire che caspita stiano dicendo.

Gli ultimi sei mesi a fumetti di giopep

Come era prevedibile, dopo aver fatto preparare il rettangolino là in alto da Fotone non ho più scritto La settimana a fumetti. Eh, oh, son fatto così, son pieno di buoni propositi e di bozze mai completate nel manager di Blogger. Ma del resto uno deve anche avere la voglia, il tempo e l’ispirazione, no? Comunque, questa è una rassegna veloce e disordinata dei fumetti che ho letto negli ultimi (quasi) sei mesi.

Kick-Ass ***
Ho comprato Kick-Ass durante le mie peregrinazioni lavorative all’estero, me lo sono messo in saccoccia tutto contento, magari dopo aver sfogliato un po’ le – come al solito splendide – tavole di John Romita Jr., e appena ho avuto tempo di mettermi a leggerlo ho eseguito con piacere. E sono rimasto parecchio deluso, nonostante le – come al solito splendide – tavole di John Romita Jr.
Ok, le aspettative create dalla spettacolare serie di trailer realizzati per il film erano forse un tantino esagerate, come del resto lo sono sempre. Se gli americani facessero unicamente trailer, invece che film, produrrebbero solo capolavori. Invece poi arrivano i film, spesso deludenti. E invece poi uno legge il fumetto aspettandosi una roba divertente e sorprendente e trova il solito fumettino di Mark Millar (ma graziato dalle – come al solito splendide – tavole di John Romita Jr.). Quindi scorrevole, bello, ben scritto, sboccato & violento, piacevolissimo, con qualche idea simpatica, con però nulla in grado di farmi urlare “uah, figata” (certo, anche perché ormai le idee migliori me le ero bruciate guardando quei trailer) e con quell’aria da “ti decostruisco il fumetto di supereroi facendo le cose che decostruiscono il fumetto di supereroi e che ormai fanno tutti quelli che se la vogliono tirare da grandi autori dirompenti che decostruiscono il fumetto di supereroi”. Sbadiglio, nonostante le – come al solito splendide – tavole di John Romita Jr.

The Walking Dead #10: What We Become ****
The Walking Dead #11: Fear The Hunters *****
Invincible #11: “Happy Days” ****
Che ve lo dico a fare. The Walking Dead, dopo il pazzesco finale del nono volume, ha ovviamente un attimo di relax. In parte perché non è che sia facile dare subito un seguito all’altezza di quella roba, in parte perché What We Become è il classico momento di transizione in cui bisogna presentare nuovi personaggi e situazioni. In compenso Fear the Hunters ricorda a tutti che tornare su livelli di eccellenza pura è veramente un attimo. E quelle ultime pagine, mamma mia, sono l’emblema di quanto questa serie sia uno spettacolo e di quanto la presenza degli zombie sia allo stesso tempo un elemento fondamentale e un puro accessorio di sfondo. Questa è la miglior roba morta vivente che si sia mai vista, e tanti saluti a Romero. E poi c’è Invincible, che magari fa meno scena perché di fumetti di supereroi è pieno il mondo, ma trovami un’altra serie con questo ritmo, questa capacità di orchestrare storie a lunga gittata senza spaccare i maroni, questa abilità nel mescolare dramma e umorismo. Robert Kirkman, sei un grandissimo. Però lascia perdere i fumetti Marvel, che su quelli non sei capace. Se non ti danno la possibilità di ammazzare tutti i protagonisti ogni venti numeri, non riesci a esprimerti.

The Waiting Place *****
Uno splendido, splendido, splendido volume da diciotto miliardi e mezzo di pagine che racconta, per l’ennesima volta, di quanto possa essere brutta, pallosa, deprimente e sfortunata la vita nella bassa provincia americana. Pieno di gente disperata, che sogna di andarsene, sogna di conquistare qualcosa, sogna di avere una vita, ma è per lo più destinata al fallimento, proprio e di chi sta attorno. Praticamente è Friday Night Lights senza il football. Quindi Friday Night Lights dopo la prima stagione.

A God somewhere ****
Ennesimo esponente del “genere” facciamo i supereroi realistici, A God Somewhere racconta di un tizio che si becca una stella cadente in faccia e diventa una specie di Superman. Il problema è che dai grandi poteri, oltre a grandi responsabilità, in questo caso deriva anche una grande psicosi, che manda velocemente tutto a puttane, in un turbine di violenza e dramma raccontato in maniera cruda e appassionante attraverso lo sguardo del migliore amico di turno.

Powers #12: “The 25 Coolest Dead Superheroes of All Time” ****
Dopo quasi dieci anni si conclude la storia iniziata nel primissimo numero di Powers. Quasi tutti i nodi vengono al pettine e molti discorsi finiscono per essere risolti in un racconto che per quanto mi riguarda potrebbe porre fine alla serie. Sarebbe davvero un bel finale. E invece si va avanti. E va bene, tanto di Bendis ci fidiamo.

The Authority: Un uomo chiamato Kev ***
The Authority: Il magnifico Kevin ***
Garth Ennis, parolacce, sangue, morti, esplosioni, sesso, battute sul sesso, gente che fa sesso, gente che fa sesso con animali, qualche risata, un po’ di machismo/malinconia/romantico senso dell’onore, divertimento.

Gantz #25/26 ***
Ok, stiamo entrando pericolosamente in quella fase “ma ancora? altra gente da far fuori? mabbasta!” che prima o poi arriva in tutti i manga d’azione. Però ‘sta cosa della guerra imminente sembra simpatica. Vediamo.

Ultimate Spider-Man #71: “Requiem” ***
Brian Michael Bendis, il solito salvagente nella tempesta di palta

Marvel Noir (X-Men, Wolverine) ***
Meno convincenti dell’ummeragno nuàr.

Uno zoo d’inverno ****
Jiro Taniguchi è sempre figo.

Marvel Zombi #4: “Figli della mezzanotte” *
Figli della merda, altroché.

Katsu! #9/10, Cross Game #12/14, Worst #19, Pluto #5/7, Berserk #67/68, l’immortale #25, Vagabond #46, Naruto #46/, Homunculus #10, Il grande sogno di Maya #43 (No, dai, le stelline no)
Solita roba, solita routine, cose belle, cose medie e cose molto molto belle, Adachi ti voglio bene, Miura hai rotto il cazzo.

Altro
5 è il numero perfetto *****
Fables #12: The Dark Ages *****
Jack Of Fables #6: The Big Book of War ***
Fables: 1001 Nights of Snowfall ****
The Surrogates: Flesh and Bone ***
Silverfish ***
Jinx ****
Questi mi ricordo che sono tutti fra il bello, il molto bello e addirittura il bellissimo, ma non ricordo nient’altro. Le stelline me le ero appuntate. Ve li consiglio, comunque. 😀

Dominion ***
Zombie Tales **
Questi ricordo di averli letti e ricordo che mi hanno deluso, ma insomma, finita lì.

Guyver 38 *
Finalmente mi sono ricordato di cancellare l’abbonamento.

Ok, l’ho fatto, ho ceduto: mi sono abbonato ai Digital Comics su Marvel.com. Sono un debole. In neanche una settimana ho già letto circa duecento milioni di albi. Ma ne parliamo in un altro momento.