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Nip/Tuck – Stagione 5

Nip/Tuck – Season 5 (USA, 2007/2009)
creato da Ryan Murphy
con Julian McMahon, Dylan Walsh, Joely Richardson, John Hensley, Roma Maffia, Kelly Clarkson, Sharon Gless, AnnaLynne McCord

La quinta stagione di Nip/Tuck aveva il potenziale pieno per essere la più bella. Una nuova situazione da cui ripartire, che si prestava benissimo a fornire tanti spunti interessanti per i personaggi. Un cast agguerrito e in forma come non mai. Un cattivo fra i più pungenti dell’intera serie. Una serie di trovate particolarmente azzeccate. Una svolta drammatica pesante e inattesa per il caro Christian. Poi, però, si è messo in mezzo lo sciopero degli sceneggiatori e bum, è un po’ crollato tutto. O forse non è colpa dello sciopero e sarebbe andata così lo stesso, vai a sapere.

La partenza con i due galletti convinti di conquistare il mondo e che si ritrovano sommersi, tutti i nuovi ed eccellenti personaggi che emergono dal tuffo nel regno di Hollywood, l’inquietante incedere del thriller sempre più spinto che emerge di episodio in episodio, la subdola presenza di Eden e l’apprezzatissimo vagare per lo schermo della madre, l’idiozia di Aidan Queen, con un Bradley Cooper che sembra davvero interpretare se stesso e quel che sarebbe stato senza la botta di culo di The Hangover… è tutto delizioso, divertentissimo e appassionante, davvero. E davvero sembra che Nip/Tuck sia di nuovo in forma, forse in forma come non era mai stato.

E poi arriva quell’episodio di metà stagione, che chiude tutto prima della pausa dovuta allo sciopero degli sceneggiatori. Bellissimo, agghiacciante, con un crescendo finale da palpitazioni e respiro mozzato. Una vera e propria bomba in faccia, che ti lascia di sasso, a boccheggiare chiedendone ancora. Spettacolo. Insomma, lo sciopero degli sceneggiatori ci ha regalato uno fra gli episodi più appassionanti di tutto Nip/Tuck. Figata. Il problema è che nel farlo ha mozzato in due la quinta stagione, imprimendole un taglio da cui non si è più ripresa.

La seconda parte, trasmessa poco meno di un anno dopo, fa una fatica pazzesca a riprendere in mano le questioni, a rimettersi in carreggiata. Non riesce a mantenere lo stesso livello di densità, chiude malamente la maggior parte dei discorsi e finisce per lasciare addosso un forte senso di insoddisfazione e di incompiuto. Non un disastro, certo, perché rimane comunque il solito divertente bel vedere, ma il tonfo rispetto alle premesse poste da quei primi quattordici episodi, beh, sì, è abbastanza disastroso. Peccato, anche se, oh, per uno che ha tirato avanti fino a qui, e che quindi il delirante mondo di Nip/Tuck ce l’ha evidentemente nelle sue corde, va comunque più che bene.

La quinta stagione di Nip/Tuck l’ho vista tutta assieme, senza aspettare un anno fra l’episodio quattordici e l’episodio quindici, qualche mese fa, nello scintillante splendore della lingua originale offerta dal cofanetto DVD. Ne scrivo adesso all’insegna del programma “Quasi me ne dimenticavo”, infoiato dal fatto di stare guardando la sesta.

Splice

Splice (USA, 2009)
di Vincenzo Natali
con Adrien Brody, Sarah Polley, Delphine Chanéac

Cube, il fulminante esordio di Vincenzo Natali che sembrava doverlo lanciare fortissimamente nel firmamento hollywoodiano e invece, a distanza di ben oltre dieci anni, pare non averlo lanciato proprio da nessuna parte, lo vidi al cinema, insieme a Surgo (attuale Vater Nintendo di Outcast) e Ualone (attuale Ibrahimovic di PSMania 2.0). E mi fece quell’impressione strana che tendono a farmi tutte le cose a cui mi avvicino dopo settimane di “no madonna guardalo è una figata allucinante e davvero è innovativo questo è un gran regista farà strada è pazzesco ci sta troppo dentro spacca”. Immagino non ci sia bisogno di specificare l’impressione.

Ma specifichiamola: meh. Soprattutto, a fronte di un’idea davvero figa e di una regia che non si può fare a meno di definire piuttosto efficace, specie se consideriamo il budget da due caciotte e tre peperoni con cui era stato prodotto il film, non ero proprio riuscito ad appassionarmi alle vicende, a causa del modo in cui venivano raccontate. I dialoghi, soprattutto, erano da mani in faccia. In faccia a chi li aveva scritti. E se son sempre pronto a dare il beneficio del dubbio in nome della (bassa) qualità media dei doppiaggi delle opere minori estive, molto meno sono in grado di concedere al personaggio dello scemo, davvero intollerabile per concezione e utilizzo.

Comunque questo post si chiama Splice, e adesso parlo di Splice, ma avevo voglia di riempire un po’, perché su Splice non è che abbia molto da dire. Dopo The Cube, Natali ha diretto una serie di robe talmente riuscite e apprezzate che manco mi ricordo cosa siano. Con Splice è un po’ tornato agli onori della cronaca, anche se non mi è troppo chiaro il motivo. Forse perché si parla di genetica, che ultimamente fa una gran tendenza? Forse perché c’era come protagonista un Adrien Brody già intento a distruggere ogni ombra di credito guadagnato agli Oscar interpretando qualsiasi cosa gli passasse davanti, ma ancora lontano dal completare l’opera? Forse perché ha scelto i protagonisti in base alla canappia? Vai a sapere.

Fatto sta che Splice me lo sono guardato durante il viaggio di andata per l’E3 di quest’anno, sullo schermo del mio laptop. Ed è sempre una bella esperienza, guardare un film del genere in aereo, con la bambina dell’altra fila ferma di fianco a te mentre fa la coda per andare in bagno, incuriosita dalle immagini, che si mette a osservare lo schermo proprio mentre Adrien Brody si sta scopando una tizia tutta ignuda, con la faccia a forma di pene e le ali belle colorate. Ma sto divagando.

L’ho già detto che non ho molto da dire su questo film? È un film coraggioso, se vogliamo, perché affronta temi tutto sommato delicati in maniera magari un po’ banale, ma senza tirarsi particolarmente indietro, dicendo anzi tutto quello che vuole dire e regalando personaggi che non disdegnano una gravidanza figlia dell’illecito genetico. Certo, si poggia sul classico moralismo da film horror, regalando brutte fini a protagonisti dalla dubbia moralità, all’insegna del classico “chi è causa del suo mal… “, ma intanto li usa, quei protagonisti dalla dubbia moralità, senza mettere in scena un singolo essere umano degno di rispetto (oddio, uno ce ne sarebbe, ma appare poco e comunque muore anche lui come un fesso). Ha inoltre il coraggio dello schifo e del disgusto, pure un po’ pruriginoso, ed è tutto sommato piuttosto divertente. Da spararsi in aereo, specie col bonus dello scandalizzare chi ti siede a fianco, va benissimo. Ha lanciato Vincenzo Natali nel firmamento hollywoodiano? Non mi pare.

L’ho visto per l’appunto circa un mese fa, in lingua originale, senza sottotitoli. Non è esattamente una pellicola dalla scrittura sopraffina e dalla recitazione imperdibile, anche se mi sembra comunque scritto in maniera molto meno fastidiosa di The Cube, ma d’altra parte è proprio il classico film che tende a giungere in Italia adattato a cazzo di cane. In aereo, di fianco a me, c’era Fotone, che aveva già visto il film e nonostante questo, quando gli cadeva l’occhio sul mio schermo, provava schifo. Magari era colpa dello schermo.

Buffy l’ammazzavampiri – Stagione 3

Buffy the Vampire Slayer – Season 3 (1998/1999)
creato da Joss Whedon
con Sarah Michelle Gellar, Nicholas Brendon, Alyson Hannigan, Anthony Head, Charisma Carpenter, David Boreanaz, Seth Green, Eliza Dushku, Harry Groener

La terza stagione di Buffy è quella che mette forse più palesemente in scena la metafora di fondo dell’intera serie, su cui un po’ tutto il racconto, dall’inizio alla fine, si basa. Le difficoltà della crescita, del cercare il proprio ruolo nel mondo, di sconfiggere il destino infame e di sbocciare, novelle e meravigliose farfalle, scavandosi il proprio cammino al di fuori dal tristo bozzolo che circonda la nostra adolescenza. Insomma, roba da ragazzetti, che del resto erano il target principale della serie. Non che ci volesse un genio, a decidere di puntare forte su quest’aspetto nell’anno in cui i protagonisti delle storie si devono diplomare, ma tant’è.

Un anno di cambiamenti, insomma, che proietta tutta la serie in una seconda fase più adulta (si fa per dire), da cui nasce il serial parallelo dedicato ad Angel, e dove si fa un po’ piazza pulita di molte faccende messe sul piatto in precedenza, senza ovviamente rinunciare a porre le basi per gli sviluppi futuri. Chiaramente la presenza della gemella malvagia Faith – altra metafora di quelle sottiline – è il massimo emblema di questa attenzione al tema della crescita, delle scelte, della ricerca di una propria identità. Per quanto – o forse proprio grazie al fatto che è – interpretata dall’insopportabile Eliza Dushku, Faith è un personaggio che funziona a meraviglia e si infila perfettamente nel cast della serie.

Rispetto all’anno precedente, si spinge con meno forza sul pedale del melodrammatico romanticismo, ma pregi e difetti sono molto simili, a cominciare dalla struttura a episodi autoconclusivi, che per lunghi tratti impedisce alla serie di decollare davvero, soprattutto per manifesta assenza di un cattivo carismatico. Il Sindaco Mengacci è un gran personaggio, e anche a rivederlo in azione continua a farmi schiantare dal ridere, ma rimane in disparte troppo a lungo e solo nella seconda metà di stagione inizia davvero a mostrare il suo potenziale.

Rimane però costante anche il bello spirito trash e dissacrante (tanto quanto la seconda stagione, questa terza si apre sostanzialmente liquidando in due mosse tutto il DRAMMA COLOSSALE della precedente), cui si accompagna la voglia di sperimentare con singoli episodi fuori dagli schemi e ricchi di idee particolari. Comincia poi a prendere definitivamente piede quel meccanismo adorabile in base al quale sono spesso gli episodi più scemi, bizzarri, demenziali a scatenare conseguenze anche fortissime e in grado di ripercuotersi molto a lungo sulla continuity della serie.

Per esempio l’assurdo Band Candy, oppure Lovers Walk, che fra l’altro mette bene in mostra, col temporaneo ritorno di Spike, quanto in quella prima metà manchi davvero un cattivo di carisma, o ancora i due malinconici episodi dedicati alla Willow vampira e la divertentissima The Zeppo. E se alcune svolte narrative appaiono forse un po’ forzate, magari obbligate dal dover preparare i cambiamenti dell’anno successivo, ancora una volta il crescendo finale è da antologia, con una serie di episodi che si collegano l’un l’altro in una maniera splendida, fino a giungere a quell’emozionante scena del ballo di fine anno e alla spettacolare doppia puntata conclusiva, che chiude tutto con una fiammata. Termina una fase nella vita dei protagonisti, se ne apre una tutta nuova, frizzante, sbirulina e piena di robe fantastiche in arrivo.

La serie l’ho vista tanti begli anni fa e rivista verso la fine dell’anno scorso, entrambe le volte grazie al fetido cofanetto DVD. La visione in lingua originale è giusto un attimino consigliata, vuoi per il livello medio bassino di doppiaggi e adattamenti per ‘sto telefilm, vuoi perché comunque le sceneggiature sono un florilegio di battute, doppi sensi e riferimenti pop che sarebbero andati in larga parte persi anche se ad occuparsene fosse stata gente in grado di farlo. Five by five.

La famiglia Savage

The Savages (USA, 2007)
di Tamara Jenkins
con Laura Linney, Philip Seymour Hoffman, Philip Bosco

Appena un paio di giorni fa ho scritto di un piccolo film che racconta di piccole cose mettendo in scena personaggi semplici e realistici. Ecco, questo piccolo film qui fa le stesse cose, meglio, con due attori pazzeschi per cui stravedo e senza tirare in ballo amori dannati e melodrammi esistenziali esasperati. La famiglia Savage è una semplice semplice commedia drammatica che parla di esseri umani alle prese con la morte, i sensi di colpa, il rancore represso, il difficoltoso rapporto con la famiglia.

Lo spunto di partenza è quanto di più semplice e banale possa capitare nella vita di un fratello e una sorella, che si ritrovano alle prese con un padre vecchio, stanco, rompicoglioni e rincoglionito, costretti ad accudirlo e per questo a confrontarsi con i fantasmi del passato. Dietro la facciata di due persone intelligenti, colte, di successo, si nascondono infatti due bambini che ancora portano addosso i segni del difficile rapporto col loro padre. E che ne vivono le conseguenze tutti i giorni, in ogni ambito della loro vita, a cominciare dalla maniera disastrosa in cui si risolvono le loro relazioni sentimentali.

Da questo materiale, Tamara Jenkins (che il film se l’è pure scritto, e bene) tira fuori un racconto piacevolissimo, intenso, divertente, che non sfocia mai nel dramma forzato e che si ciba a pieni bocconi dei suoi strepitosi interpreti. Una di quelle robe che passano inosservate e che dopo due anni non si ricorda praticamente più nessuno, a parte io che ce l’avevo fra le bozze di Blogger. Ed è un peccato!

Anche questo l’ho visto circa quattrocento anni fa, durante un viaggio in areo per andare chissà dove. Sta cominciando a divertirmi, questa cosa di scrivere di film guardati nel pleistocene. Ah, lingua originale, attori bravi, blablabla.

Two Lovers

Two Lovers (USA, 2008)
di James Gray
con Joaquin Phoenix, Gwyneth Paltrow, Vinessa Shaw

I padroni della notte l’ho visto alla rassegna di Cannes del 2007 e mi è parso un film pacchiano, abbastanza deludente, senza nulla di particolarmente interessante da dire e sostanzialmente un po’ sopravvalutato, magari in nome di quel bellissimo – davvero! – inseguimento sotto la pioggia e delle mutande di Eva Mendes, che fanno sempre colore. Era, fra l’altro, il primo film di James Gray con cui avevo a che fare (non che prima ci fosse molto con cui avere a che fare: due film in dieci anni). Due anni dopo, un Gray che evidentemente s’era risentito perché avevo scritto che raccontava sempre di mafia russa, se n’è tornato a Cannes con questo Two Lovers, tutto incentrato su drammi esistenziali, amori impossibili e gente depressa. Senza morti ammazzati, o quasi.

Un morto ammazzato, in Two Lovers, in realtà c’è, ed è il protagonista. Che morto non lo è, ma è come se lo fosse. Two Lovers pare la versione depressa e occidentale di Orange Road, o di un qualsiasi manga romantico per adolescenti. Il triangolo è sostanzialmente lo stesso: un idiota indeciso e affascinato dalla bella un po’ misteriosa, la bella un po’ misteriosa in questione e, a fare da terzo vertice della sfiga, la brava ragazza innamorata e speranzosa che non si arrende mai, anche se rischia seriamente di restare al palo. Certo, qui non ci sono poteri psichici, gente che spruzza sangue dal naso e siparietti demenziali, ma insomma, siamo lì.

E com’è, Two Lovers? Strano. Non ha nulla, ma proprio nulla di anche solo vagamente paragonabile a quell’inseguimento là de I padroni della notte, e ha oltretutto fra i protagonisti una Gwyneth Paltrow non ancora resa sopportabile da Iron Man. Roba che per farci credere a tutto il carosello hanno dovuto mettere come terzo vertice questa un po’ sfatta Vinessa Shaw. Altrimenti chi ci credeva, all’indecisione di Joaquin Phoenix? Ma soprattutto Two Lovers schiva tutto ciò che del precedente film di Gray mi aveva dato fastidio. La banalità, le pacchianerie, gli scivoloni di genere.

Al contrario, questo è un film delicato e controllato, che si concentra sui suoi personaggi cercando di dar loro (e, cosa ancor più rara, a chi ruota loro attorno) un taglio credibile, vivo. Vien quasi da pensare che sia gente – un po’ sfigata – che magari ti abita a fianco. La bionda del quarto piano, o il tipo strano che ogni tanto incroci sul pianerottolo. Non la star del film di Hollywood, ecco. Ed è forse soprattutto per questo che un film così tranquillo, statico, in cui alla fin fine non succede praticamente nulla dall’inizio alla fine e si torna a poco più che il punto di partenza, riesce comunque a funzionare tanto bene.

Il film l’ho visto – in lingua originale ma senza sottotitoli – talmente tanto tempo fa che non mi ricordo neanche più quando, dove e come sia stato. E certo non mi ricordo se e perché possa meritarsi particolarmente una visione in lingua originale, al di là del fatto che i bravi attori come Joaquin Phoenix se la meritano a prescindere. Ne ho scritto adesso perché c’è sempre in corso il programma “quasi me ne dimenticavo”, con cui provo a recuperare post dimenticati nelle polverose pieghe delle bozze di Blogger. E sono quasi agghiacciato da come mi sia venuto fuori tanto liscio un post su una roba guardata così tanto tempo fa. Probabilmente son tutte scemenze sparate a caso.

X-Men: L’inizio

X-Men: First Class (USA, 2011)
di Matthew Vaughn
con James McAvoy, Michael Fassbender, Kevin Bacon, Jennifer Lawrence, Rose Byrne, January Jones

L’ho già scritto altre volte, ma in questo caso particolare è molto d’attualità: tutti, o quasi, i film di supereroi hanno quel momento. Quello con Batman appollaiato per la prima volta sul doccione, nella notte, sotto la pioggia. Quello con Iron Man che sfreccia in cielo tutto bello rosso e luminoso. Quel momento lì, in cui gli anni passati a leggere ‘ste robe tornano prepotentemente fuori e mi rincoglioniscono di violenza. Quel momento in cui anche il peggiore dei film sui supereroi riesce a darmi un brivido di piacere e a mollarmi lì, bocca aperta e occhi lucidi.

Ecco, questo momento, con le avventure degli Isc Men in versione teenager, si era manifestato già ben prima di entrare in sala. Nel momento in cui ho visto la mia pelle inspessirsi di fronte a quei mini trailer dedicati ai singoli poppanti, che mostravano Banshee urlare, Havok lanciare i dischi volanti e così via, beh, ho capito che su ‘sto film sarei stato poco equilibrato. Poi mi sono ritrovato davanti a mezz’ora di Michael Fassbender che regala una performance da uomo più ganzo del pianeta, a una catena enorme che viene arrotolata attorno a uno yacht, a un Kevin Bacon che veramente non puoi non volergli bene e a quelle scene lì, quelle dei trailerini, infilate ottimamente nel film… beh, ero già tutto contento.

E poi. È poi è successo che, di fronte a quella bella scena ambientata nella base segreta, eh, m’è appunto scattata l’estasi suprema che è propria dell’idillio dell’amore. Ma un po’ peggio, perché stavolta è andata avanti ininterrotta fino alla fine del film. Da lì in poi, proprio, ho – consciamente o meno, non lo so – staccato tutto e, semplicemente, era la figata. Punto. Rincoglionimento totale di fronte agli omini in tuta colorata che volano e fanno cose come quando li leggevo sui fumetti. E vittoria.

A questo trionfo della mia pochezza cerebrale ha comunque contribuito il fatto di trovarmi di fronte a un filmetto bello solido e ben fatto, nel suo muoversi bene all’interno dei confini – per carità – limitati che si è scelto. Matthew Vaughn l’è bravino, sa il fatto suo, e se la cava anche in un ambito che un tempo aveva schifato (ricordiamo agli amici in ascolto che aveva mollato il terzo X-Men perché non gli davano abbastanza tempo per farlo, e poi questo l’ha girato in meno tempo ancora). Fassbender e Bacon orinano in testa a tutti quanti per bravura e presenza scenica, ma in linea di massima un po’ tutti fanno il loro dovere in maniera più che egregia, a parte January Jones che non solo è incapace, ma interpreta la gnocca più gnocca e consapevolmente gnocca dell’universo Marvel con l’aria di una appena uscita da una clinica di disintossicazione (e a questo punto mi voglio riguardare la prima stagione di Mad Men, perché lì mi sembrava bellissima, oltre che perché così magari poi mi guardo anche le stagioni successive che sarebbe ora).

Comunque, sto divagando: bel filmetto d’azione, strapieno di riferimenti e cosucce che da fan che se ne sbatte del rispetto dell’opera originale sacra e inviolabile mi divertono un sacco, con tre o quattro momenti davvero emozionanti, un paio di situazioni che in sala hanno scatenato l’applauso (true story!) e un finale che si infila bene nelle tematiche della serie, anche se i missili a singhiozzo fanno un po’ ridere. In più fa più o meno tutto quel che dovrebbe fare un prequel: racconta una storia decente anche per i nuovi arrivati, si riallaccia bene e in maniera ammiccante a quanto verrà dopo, mostra cose che ti fanno rileggere in maniera diversa, o comunque più ricca, i film originali e mantiene poi anche una forte coerenza tematica e stilistica con il resto della serie (il ritorno all’ovile di Bryan Singer, presumibilmente, non ha fatto male).

In particolare, l’impressione è che il terzo film, la pecora nera di Brett Ratner, ne guadagni molto: al di là di Nicholas Hoult (che bravo!) che si impegna a imitare un po’ la cadenza di Kelsey Grammer, tutto il discorso di Bestia e Mystique e del loro rapporto traumatico con la “cura” esce senza dubbio accresciuto dal bel rapporto a tre (io, lei e la siringa) sviluppato qui. Certo, a sviluppare meglio una roba che Ratner aveva appena accennato perché lì il punto era far saltare tutto per aria ci vuole poco. But still.

Comunque, insomma, il succo è che X-Men Poppanti è un gran bel filmetto di supereroi, magari privo della verve di un Iron Man o di quell’aria “guarda quanto me la tiro da film serio” di un Il cavaliere oscuro, ma è proprio bello bello bello. È il più bello della serie, come più di una persona sostiene? Non lo so, anche perché a me X2 era piaciuto davvero tanto tanto tanto. Però non mi sembra un’affermazione priva di fondamento, ecco. E hai detto niente.

Il film l’ho visto a Monaco nel mio bel cinemino che mi fa vedere i film in lingua originale. E Fassbender e Bacon, doppiati, sono molto meno ganzi. Trattasi di legge fisica, a prescindere da chi li abbia doppiati e da quanto bene. Ne avrei voluto scrivere subito, una volta tanto, per dare una parvenza d’attualità al blog, ma non è accaduto. Ne scrivo adesso perché sono in treno e mi annoio. Ma quanto sarebbe comodo avere un robo che ti proietta in un file word la roba che hai nel cervello senza doverti mettere a farlo tu?

Friday Night Lights – Stagione 4

Friday Night Lights – Season 4 (USA, 2009/2010)
creato da Peter Berg, Brian Grazer, Jason Katims
con Kyle Chandler, Connie Britton, Taylor Kitsch, Zach Gilford, Aimee Teegarden, Jesse Plemons, Michael B. Jordan, Junee Smollett, Matt Lauria, Madison Burge

Full disclosure: la quarta stagione di Friday Night Lights mi ha fatto piangere. Solo una volta, su una singola scena. Una singola scena anche facile facile, prevedibile, magari pure furba. E fra l’altro anche un po’ Buffy l’ammazzavampiri, va detto. But still. Anche perché, oh, era dal secondo episodio della prima stagione che non succedeva. Lucciconi a parte, la quarta annata di una fra le più belle robe televisive della storia è un po’ la perfetta esemplificazione di quanto sia un’ottima idea basare una serie TV su un soggetto del genere.

Perché gli anni passano, i personaggi se ne trottano via e, anche se è un attimo trovare una scusa per continuare a tenere in scena i pettorali di Tim Riggins, ecco che si affacciano nuovi, giovani volti impegnati nel duro compito di sostituire chi è venuto prima. Ed è un po’ tutta la faccenda del passaggio di consegne, della gente che va e della gente che viene, ad essere gestita in maniera perfetta, armoniosa, senza quel forte senso d’interludio che si respirava per ampi tratti della pur ottima precedente stagione e anzi con una gran capacità di trasportarti da un quartiere all’altro di Dillon.

Sì, perché poi ci sarebbe pure questa, di faccenda, quella introdotta con quel finalone dell’anno prima, che si gioca anche la carta del ribaltare ruoli e punti di vista, proponendo un contesto nuovo e alieno. Un contesto che punta tutto sul tema degli strasfavoriti pieni d’orgoglio, buttando lì magari anche un lieve eccesso di retorica nelle prime puntate, ma raccontando in maniera fantastica storie che hanno la perdenza dentro e che dalla perdenza, almeno per quest’anno, non riescono proprio a staccarsi.

Si respira un’aria diversa, un po’ più lurida, e ne viene fuori un frullato che da una parte ti tiene sulla corda raccontandoti le vicende di personaggi in procinto di svanire verso la loro vita adulta, mentre dall’altra offre un po’ di freschezza e di novità, rilanciandosi in avanti coi nuovi ragazzetti. Certo, anche questa volta ci sono quelle due o tre cose che lasciano un po’ perplessi, a cominciare dal modo in cui uno dei principali fili narrativi del terzo anno viene mandato al macero perché, oh, Riggins ci vuole. E poi, a guardare il modo frettoloso con cui si risolve il lato “Dillon Panthers” della vicenda, viene di nuovo da pensare che questa sia una di quelle rare serie TV cui stagioni da venti puntate farebbero bene, invece che male.

Ma non importa, perché alla fin fine nella quarta stagione di Friday Night Lights si trovano ancora una volta un lavoro di scrittura dei personaggi fantastico e una capacità di emozionare fuori scala. Ti piazza dentro nuovi protagonisti di cui non vuoi sapere nulla e piano piano te li fa entrare sotto pelle. Ti porta avanti le vicende dei “vecchi” in una maniera che scalda il cuore e poi ti gela con una doccia fredda. Mostra pochissimo football giocato, anche perché i personaggi poco han da mostrare, ma come al solito, quando lo fa, ti torce le budella. Specie poi con quell’ultima, micidiale partita. Sviluppa attraverso gli occhi da forestiero di coach Taylor tematiche sociali che non sembravano appartenere alla serie e che invece le regalano tutta una nuova dimensione, anche decisamente matura nel trattare temi che in televisione, specie poi se si racconta di ragazzini, non vedi esattamente dappertutto. E proprio loro, i ragazzini, il cuore di tutta la faccenda, li mette in scena con la solita, deliziosa, irresistibile, maestria.

E poi chiude con un ultimo episodio che guarda no davvero non ci posso pensare ma madonna mia quanto è bello ho guardato adesso il promo su Youtube e m’è venuta l’ansia. No, dico:


La verità è che, tolte le quisquilie, la quarta stagione di Friday Night Lights ha un unico, enorme, difetto: vista quella, te ne rimane solo una.

Non so quando ho guardato di preciso questa quarta stagione, ma vedo che il post su Blogger l’avevo creato il 28 dicembre 2010, quindi immagino di averla guardata l’anno scorso. M’ha ovviamente punto vaghezza di scriverne ora perché sto – sigh – guardando l’ultima. Cofanetto DVD Zona 1, lingua originale coi sottotitoli in texano, non so a che punto stia la versione italiana ma se guardate quella siete brutti dentro e fuori.

True Blood – Stagione 1

True Blood – Season 1 (USA, 2008)
creato da Alan Ball
con Anna Paquin, Stephen Moyer, Sam Trammell, Ryan Kwanten, Rutina Wesley, Chris Bauer, Nelsan Ellis, Alexander Skarsgård

Basta una fra le sigle più belle della storia per render valida una serie? No, però è già un bel passo nella direzione giusta, anche se quel minuto e mezzo di Louisiana non rende fino in fondo l’idea di che razza di roba sia True Blood, perché è tremendamente serio, cupo, lurido, ma gli manca lo spirito leggiadro e stupidino che aleggia attorno alle gesta di Sookie Stackhouse e che ne caratterizza inevitabilmente le vicende, nel bene e nel male. Ma d’altra parte non si può avere tutto e alla fin fine quel che conta è avere una fra le sigle d’apertura più belle della storia.

Per me, guardare True Blood è stato un po’ particolare, soprattutto nelle prime due o tre puntate: non m’era mai capitato prima di seguire un telefilm tratto da un libro che avevo letto (non è vero, c’è It, ma insomma, ci siamo capiti) e quella sensazione da “oddio, ma so già tutto quello che succederà”, che può dar fastidio su un film da due ore, rischia di diventare francamente devastante su una pur breve serie da una dozzina di puntate. In mio aiuto sono però giunti due aspetti: non mi ricordavo chi fosse l’assassino (del resto, l’aspetto “mistery” era la cosa meno interessante del romanzo) e in True Blood c’è in realtà molto più che una semplice traduzione dalla pagina allo schermo.

Le vicende sono infatti parecchio ampliate, rimescolate, con elementi pescati anzitempo dal secondo romanzo, personaggi a cui viene dato decisamente più corpo e almeno una figura inventata di sana pianta. Bene così: degli adattamenti fedeli alla lettera non me ne faccio nulla e se il risultato sono i meravigliosi trip di Jason Stackhouse (un personaggio che mi fa ammazzare dal ridere) e due elementi riusciti come Tara e Lafayette non mi lamento di certo, anche perché a me piace, essere sorpreso da un adattamento.

Ma, adattamento a parte, com’è True Blood? Beh, è una serie particolare, storta, maleducata, che mescola elementi assai lontani creando un mix probabilmente non facile da digerire e con cui bisogna per forza essere in sintonia. Da un lato c’è questo ritratto umido e unto di una Louisiana di provincia puzzolente, ignorante, razzista e sporca, che ti avvolge col suo tanfo e ti fa venire voglia di farti una bella doccia. Dall’altro c’è il melodrammone della storia d’amore fra l’umana e il vampiro più vecchio di sua nonna, il recupero graduale dell’articolata mitologia che piano piano emerge anche nei libri, quell’atmosfera un po’ Twilight e un po’ Intervista col vampiro. Ci sono anime diverse che cozzano continuamente fra loro, in un continuo alternarsi di truce e buffo, tremendamente serio e mortalmente ridicolo, che sulle prime spiazza anche per la necessità di introdursi e spiegarsi, ma dopo qualche episodio ingrana e, se ti sei fatto prendere, non ti molla più.

Ed è tutto così, un girare e rigirare di contrasti, elementi iper drammatici messi in mano a personaggi che non puoi prendere sul serio, protagonisti talmente ridicoli che quasi sembrano veri, buzzurri campagnoli insopportabili da provincia americana, capitanati da una protagonista che in qualsiasi altro racconto potrebbe al massimo giocare il ruolo dell’amica un po’ scemotta e invece qui sta al centro delle vicende. E alla fine, con tutte le diversità e i cambiamenti, è proprio questo il tratto in cui True Blood ha colto lo spirito del romanzo originale e l’ha anzi ampliato a dismisura: ti prende e ti porta nella palude.

Il problema di True Blood, insomma, è che devi avere il coraggio di calarti nella sua fanghiglia, per apprezzarlo. Immagino sia possibile anche innamorarsene al primo sguardo, e certo l’eccellente produzione, il taglio visivo di gran spessore, il ruvido gusto per sangue sesso e budella e una fra le sigle di apertura più belle della storia aiutano, ma per me c’è voluto un po’. Mi è entrata sotto pelle piano piano, un po’ alla volta, contagiandomi con il suo approccio incerto e imperfetto, col suo essere volutamente stupidino, ridicolo, sopra le righe, ma proprio per questo in qualche modo adorabile.

Forse c’è bisogno di essere un po’ buzzurri dentro, di provare una qual certa sintonia con quei luoghi, quei personaggi, quegli ambienti. O forse bisogna solo essere scemi, perché è da scemi trovare un senso in una roba che ti tira in faccia sangue, sesso, budella, ridicolo, horror, melodramma, comicità, tematiche d’integrazione sociale, religione e puttanate fantasy in questa maniera frullata e caotica. Ma alla fine il suo fascino sta anche in quello, oltre che nel modo in cui ti lascia sempre addosso l’impressione di prendersi tremendamente sul serio mentre non si prende per nulla sul serio. Insomma, non lo so che abbia di tanto bello, True Blood, ma ce l’ha.

La serie l’ho guardata un po’ di mesi fa, in pieno 2010. Immagino mi siano venute voglia e ispirazione per scriverne oggi perché sto guardando la seconda stagione. Visione avvenuta tramite l’eccellente cofanetto in blu-ray, ovviamente seguendo il tutto in lingua originale e notando quanto l’accento di Bon Temps sembri una versione un po’ più putrida di quello di Dillon. Chi segue True Blood in italiano non sa cosa si perde.

Piovono polpette

Cloudy with a Chance of Meatballs (USA, 2009)
di Phil Lord e Chris Miller
con le voci di Bill Hader, Anna Faris, James Caan, Andy Samberg, Bruce Campbell, Mr. T, Neil Patrick Harris

Sarà che non sono mai stato un fan di Shrek, sarà che l’animazione digitale Dreamworks – perlomeno quella su cui ho posato gli occhi – m’è sempre parsa la sorella scema, sarà che faccio parte di quel gran bestiame di polli ammaestrati che si sciolgono di gioia davanti a qualsiasi roba venga partorita dalla Pixar (a parte Cars, quello proprio no), sarà la solita storia delle scelte imbarazzanti per le voci italiane, ma a un certo punto ho smesso di andare al cinema a guardare questi film, pur consapevole del rischio di perdermi, ogni tanto, qualche bella cosa. Come per esempio Piovono polpette, che davvero è una robetta deliziosa e adorabile.

Non spreco parole nel raccontare di una storiella vista mille volte e che non esce di una virgola dai canoni, limitandosi a fare quel che deve in maniera competente. Il punto qui è un altro e sta nel continuo bombardamento di soluzioni visive fuori di cotenna, in buona parte – ma non solo – centrate sul tema “alimentare” del racconto. E se la parte finale è un vero e proprio disastro di mutazioni gastronomiche che sembra uscito da un David Cronenberg in edizione PEGI 3, tutto il film si lascia amare per lo spirito allegro, scanzonato, costantemente sopra le righe, sinceramente e un po’ scioccamente romantico con cui racconta i suoi personaggi. E poi c’è la figura del padre, che davvero ha un paio di trovate da ammazzarsi dal ridere.

L’ho visto in lingua originale, su Sky, un mesetto fa. Credo che l’elenco di attori là sopra sia sufficiente per comprendere lo spirito del film e l’importanza di ascoltarselo come è stato concepito.

Sotto un cielo cremisi/Devil Red

Vanilla Ride (USA, 2009)
Devil Red (USA, 2010)
di Joe R. Lansdale

Mentre iniziavo a scrivere questo post, mi sono passate davanti agli occhi una serie di coincidenze. Anobii mi dice che ho letto Sotto un cielo cremisi a cavallo fra giugno e luglio del 2009. Ero in aereo per un press tour londinese di marca EA, e i miei compagni di viaggio mi chiedevano che caspita ci fosse di tanto da ridere in quel libretto che stavo leggendo. L’archivio di SMS del mio cellulare mi dice che era invece il 9 ottobre 2010 quando, per pura coincidenza, sono entrato da Feltrinelli e mi sono trovato davanti Lansdale che presentava Devil Red. Devil Red che ho letto all’inizio di questa settimana, in aereo per un press tour londinese di marca EA.

Nel 2009, otto anni dopo l’uscita del precedente episodio, ma non troppo incidentalmente poco dopo l’esplosione della Lansdale mania in Italia, Joe R. Lansdale pubblica Sotto un cielo cremisi, settimo romanzo del ciclo di Hap Collins e Leonard Pine. Io lo compro, lo leggo e non ne scrivo qua dentro. Ed è il primo libro di Lansdale che leggo senza poi scriverne qua dentro (non è vero, c’è anche Mucho Mojo, ma non vale: l’ho letto a fine anni novanta, quando ancora questo blog non esisteva. Fra l’altro è uscito in Italia nel 1996, dieci anni esatti prima che io aprissi il blog. Ehi, è un’altra coincidenza!).

Perché non ho scritto di Sotto un cielo cremisi qua dentro? Perché così ha sentenziato il caso, visto che è ormai quello a decidere cosa appaia in questo blog. Ma mi piace pensare che in fondo un po’ me lo sentivo. Cosa? Che Sotto un cielo cremisi era in realtà la prima parte di una storia spezzata in due e conclusa col successivo Devil Red (della cui pubblicazione, intendiamoci, non sapevo nulla e non avrei saputo nulla fino a quel 9 ottobre 2010). Due episodi in due anni, dopo otto anni di silenzio. Una coincidenza? No, è che evidentemente Lansdale si è accorto di poter fare soldi facili riesumando lo smilzo e il negrone e ha scelto di cavalcare l’onda delle reunion cacasoldi già tema portante degli ultimi due/tre anni della scena musicale mondiale. Dagli torto.

Comunque, Sotto un cielo cremisi, lo ammetto, me lo ricordo appena. Me lo ricordo sicuramente piacevole (del resto Anobii mi dice che gli ho affibbiato tre stelle), senza dubbio molto divertente (d’altra parte ridacchiavo come un cretino mentre lo leggevo in aereo) e un po’ deludente nella figura di ‘sto super assassino che si merita il titolo ma, di fatto, rimane proprio poco impresso nella memoria. Ricordo di aver pensato che alla fine non era particolarmente meno riuscito del precedente Capitani oltraggiosi, cui fra l’altro già mancava un po’ quella fantastica scintilla degli episodi precedenti. Insomma, ricordo che, come probabilmente è inevitabile per il settimo episodio di una serie, mi sembrava una roba un po’ solo per i fan.

E Devil Red? Eh, Devil Red, che invece mi ricordo bene perché l’ho letto tre giorni fa, è un po’ la stessa cosa. Solo che fa molto meno ridere e punta molto più sul romantico machismo comunque caratteristica fondamentale di Hap, Leo, Joe e Lansdale. Ed è insomma un polveroso racconto di uomini duri duri duri e un po’ teneri, che fanno rispettare la loro legge nel buzzurro Texas d’oggidì. Prendono tanti cazzotti in testa, combattono un destino avverso, ma si rialzano sempre in piedi e con la battuta pronta. E ancora una volta, oh, non sarà magari il miglior episodio della serie, ma è comunque una roba piacevolissima da leggere e tutto sommato imperdibile per chi ama i suoi due antieroi. Perché in fondo, dopo una ventina di pagine, ti senti subito a casa e non riesci a smettere fino alla fine.

E dopotutto ci sono saghe peggiori a cui appassionarsi. Tipo, che so, quella di Robert Langdon.

Li ho letti in italiano. Perché, boh, così mi andava, e perché quando sono in una libreria e mi trovo davanti un libro che mi interessa, oh, non ce la faccio mica sempre a dirmi “no, fermo, su Internet lo trovi in lingua originale e niente niente lo paghi pure meno”. Faccio fatica a controllarmi, in libreria. Comunque, la traduzione mi sembra buona, scorrevole e leggibile, anche se ogni tanto emerge proprio la fatica di adattare all’italiano espressioni e modi di dire che con l’italiano non hanno nulla a che vedere. Siamo comunque lontani anni luce da certe nefandezze che si leggevano nelle traduzioni dei primi libri della serie (eh, purtroppo Una stagione selvaggia è l’unico che ho letto in lingua originale).