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L’uomo che uccise Don Chisciotte

Roba da matti. Ieri è uscito nei cinema italiani L’uomo che uccise Don Chisciotte. Quasi trent’anni dopo l’avvio del progetto originale, con nel mezzo la girandola quasi farsesca di false partenze, abbandoni, nuovi tentativi, disperazioni e, ovviamente, perfino un contenzioso a livello di proprietà e diritti di distribuzione, che ne ha reso l’arrivo nelle sale ancora più scalcagnato di quanto già ci si potesse attendere per un film del genere. Un film che, per altro, nel suo essere stato concepito tre decenni fa e pur avendo cambiato volto, forma ed essenza nel tempo, profetizzava già in partenza il disastro produttivo che sarebbe stato. Del resto, racconta di come la realizzazione di un film su Don Chisciotte abbia rovinato la vita a tutti i coinvolti, che ancora ne portano addosso segni pesantissimi dieci anni dopo, e diventa velocemente un continuo tuffo metacinematografico da film nel film nel film, in cui è complicato mantenere il contatto con la realtà, capire dove Gilliam stia raccontando i suoi personaggi, quando questi diventino quelli di Cervantes e quando invece la storia sia quella di Gilliam stesso.

In questo delirio,  ci si soprende a sorprendersi del fatto che la cosa più sorprendente non sia la sorpresa dell’uscita, infine, nelle sale, ma quella per un film sorprendentemente riuscito.

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Gli Incredibili 2

Il primo Gli incredibili era, nel 2004, il miglior film di supereroi sulla piazza ed era anche un omaggio a Watchmen intelligente, passionale, delicato e con una personalità ben più forte, o comunque interessante, rispetto al gradevole ma pasticciato, inerte e fondamentalmente sbagliato adattamento ufficiale di Zack Snyder che sarebbe arrivato cinque anni dopo. Gli incredibili 2, nel 2018, affronta una concorrenza forse più agguerrita, sicuramente più numerosa, ma è ancora una volta, se non necessariamente il migliore, senza dubbio uno fra i migliori film di supereroi sulla piazza e/o di sempre. E lo è grazie alla maniera in cui di nuovo Brad Bird riesce a sintetizzare al meglio la doppia anima Pixar, trovando una comunione fra spettacolo, dramma, temi famigliari, commedia esilarante e mirata a tutte le età, azione pazzesca, che un po’ tutti i film illuminati da Luxo jr. cercano ma spesso non trovano fino in fondo. Insomma, è splendido.

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Mission: Impossible – Fallout

Nella chiacchiera online immediatamente successiva all’uscita internazionale di Mission: Impossible – Fallout, mi è capitata una discussione su quanto avesse rotto le palle la spinta di marketing relativa a Tom Cruise che esegue i propri stunt e si spacca le ossa saltando dai tetti. Veramente non si può parlare di questo film senza parlare di questa cosa? Ed è comprensibile: il marketing, alla lunga, spacca sempre le palle. Ma il problema è che, nonostante il nuovo, clamoroso, film di Christopher McQuarrie e Tom Cruise (necessario considerarli autori assieme, considerando quanto anche il secondo mette sul piatto dal punto di vista creativo) abbia parecchi altri meriti, l’approccio fisico e sconsiderato all’azione è inevitabilmente un suo punto fermo. E lo è anche perché non fine a se stesso, anzi, sfruttato col preciso fine di offrire qualcosa che si può trovare solo qui e valorizzato da un regista dal tocco e dallo sguardo strepitosi, capace di costruire immagini splendide e scene incredibili anche – ma non solo – attorno allo spunto innegabilmente spettacolare offerto dal poter utilizzare una stella di quel calibro nelle situazioni più spericolate.

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Ocean’s 8

Fa una certa impressione scoprire quanto le operazioni di “gender swap” viste nell’ultimo Ghostbusters e in questo Ocean’s 8 siano simili per modalità e risultati. Partendo dall’assunto che, per quanto mi riguarda, non c’è nulla di male nell’operazione in sé e, anzi, è sempre interessante vedere come si riesca a rielaborare qualcosa di già esistente, il problema, ancora una volta, è che la rielaborazione lascia a desiderare, vuoi perché troppo timida e ossequiosa nei confronti dell’originale, vuoi proprio per i risultati complessivamente modesti, non all’altezza di un cast invece davvero ottimo, in forma, che esprime voglia da tutti i pori. Insomma, ancora una volta, è un po’ un peccato.

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Thelma

In un universo parallelo, ma neanche troppo distante, Thelma potrebbe tranquillamente essere un film Fox legato all’universo cinematografico degli X-Men. Voglio dire, dopo i due DeadpoolLogan, con (quello che ci hanno promesso essere) I nuovi mutanti in arrivo, ci sarebbe da stupirsene? Il film d’autore europeo su una mutante che assume consapevolezza dei propri poteri lanciandosi in un tripudio di inquietudini, follia surreale ed esplorazione sessuale… perfetto. Poi, per carità, magari è un po’ una deformazione mentale mia a farmi vedere gli X-Men in qualsiasi film racconti di ragazzi e ragazzini che si scoprono paranormali (li ho visti anche nell’ultimo di Tim Burton, nonostante lui neghi con tutte le forze), ma che  ci dobbiamo fare? Fatto sta che Thelma non è un film di supereroi e non è un film dedicato ai mutanti Marvel, ma poco ci manca. In un certo senso, è come se Joachim Trier avesse girato un film inserito nell’universo degli X-Men senza doversi sucare tutte le menate che derivano dal girare un film inserito nell’universo degli X-Men.

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La truffa dei Logan

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, Steven Soderbergh disse di volersi ritirare. Magari ci credeva anche, ma sappiamo com’è andata a finire. In quei giorni bui, gli capitò fra le mani la sceneggiatura di La truffa dei Logan. «Oh, mica puoi consigliarci un regista adatto?», gli dissero. Lui si lesse la sceneggiatura, si divertì come un matto, si rese conto che era un film molto nelle sue corde e, oltretutto, parecchio adatto a quell’idea di produzione e distribuzione cinematografica completamente indipendente nella quale voleva lanciarsi. Rispose «Mi sa che lo faccio io.» Oltre alle ragioni di opportunità, ad attirarlo fu anche il fatto che La truffa dei Logan era (o poteva da lui essere trasformato in) una sorta di Ocean’s Eleven del discount. Non solo perché richiedeva valori di produzione ben inferiori, ma anche e soprattutto per una questione tematica.

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A Beautiful Day

A Beautiful Day, in reltà, si intitola You Were Never Really Here. O forse no. Ho smesso di provare a capirci qualcosa, con questa faccenda dei titoli originali, titoli internazionali, titoli in inglese usati in Italia quando avrebbe troppo più senso tradurli, varie e derivati. Facciamo che si può scegliere a piacere, oppure anche non usare nessuno di quei titoli, tanto che ce ne frega, è un film talmente storto che in Italia uscirà in quattro sale, non andrà a vederlo nessuno e faremo tutti finta di niente. E sarà un peccato, perché è un gran bel film, ma lo capisco anche, perché è un film stortissimo, lento, difficile, e che fai, vuoi davvero intitolarlo, boh, Io vi stempierò, così poi la gente si aspetta Liam Neeson che pesta tutti grazie al montaggio e si ritrova con Joaquin Phoenix molliccio che pesta tutti fuori campo? Perché alla fin fine Lynne Ramsay ha fatto un po’ quella cosa lì: il Taken da festival con l’appeal del film russo sottotitolato in cecoslovacco. Oppure un Man on Fire con il PTSD al posto della tamarraggine. Ed è bellissimo, ma come fai a venderlo?

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Molly’s Game

Per il suo esordio alla regia, Aaron Sorkin non cambia particolarmente musica rispetto alla propria carriera recente, continuando a cercare soluzioni creative per raccontare, ma soprattutto plasmare a proprio uso e consumo, la vita di figure pubbliche della storia (nord)americana più o meno recente. Nel caso di Molly’s Game, prende i tempi delle vicende di Molly Bloom e li dilata e restringe per fare in modo che la voce narrante di Jessica Chastain possa raccontare e commentare eventi che, nel momento in cui la sentiamo parlare, non dovrebbe avere ancora vissuto. Alla fin fine è un cambiamento da poco e, tutto sommato, nelle versioni cinematografiche “romanzate” delle storie reali, si sono visti ben altri stravolgimenti, ma è una trovata significativa, che permette a Sorkin di commentare in maniera più approfondita ciò che racconta. E poi glì dà l’occasione per dipingersi come una sorta di dio in grado di correggere gli errori della realtà e concedersi pure una pacca sulla spalla quando fa meta-commentare la cosa a un suo personaggio.

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Il prigioniero coreano

Il titolo originale de Il prigioniero coreano è Geumul, rete, ed è in fondo una dichiarazione d’intenti piuttosto netta. Sì, certo, il protagonista è un pescatore, usa una rete, ma la sua è la storia di una persona che si ritrova intrappolata in una tragica rete fatta di incomprensioni, burocrazia, ideologie portate all’estremo e assurda contrapposizione tra i due volti della Corea, entrambi capaci di spingersi ben oltre il lecito e l’umano, seppur in maniere e con intenzioni diverse. Si tratta di un approccio semplice, diretto, asciutto, magari anche semplicistico, per un film che del resto si spoglia quasi completamente di estetismi e soluzioni visive originali, inseguendo una narrazione asciutta, senza complicazioni o svolte particolari.

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Free Fire

Con estrema calma rispetto all’uscita originale (o anche rispetto a quella in altre parti del mondo… io l’ho visto qua in  Francia a giugno), Free Fire è arrivato anche in Italia la scorsa settimana, con tutto il suo carico di pallottole, violenza, scelte sbagliate, sbroccate di Sharlto Copley, peli della barba di Armie Hammer e sguardi intensi di Brie Larson. Merita? Merita. Se si apprezzano le sparatorie coreografate come si deve, le sceneggiature scritte con criterio e voglia di raccontare tramite l’azione, il prendere sul serio un genere senza prendersi necessariamente troppo sul serio, qua si va a colpo sicuro. È senza dubbio il film più accessibile e “dritto” girato da Ben Wheatley fino a qui, ma non è certamente un compitino tirato via, anzi, esprime passione, rispetto e voglia di fare da tutti i pori. Ed è un’ora e mezza (quasi solo di) sparatorie. Anzi, una, singola, lunga, complessa, articolata, tentacolare sparatoria che dura un’ora e mezza. Io non so bene cosa si possa chiedere di più a un film.

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