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Shut In

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Shut In è basato su una sceneggiatura dell’esordiente Christina Hodson, che se ne stava bella placida nella famigerata Black List hollywoodiana dal 2012. La sceneggiatura, non la Hodson. Il film racconta di una psicologa specializzata in giovincelli che, a seguito di un incidente stradale, si ritrova improvvisamente vedova e con figliastro paralizzato a carico. In più, per maggiore praticità, vive in una casetta semi-isolata nel bosco che, in caso di nevicate forti, finisce quasi tagliata fuori dal resto del mondo. Vogliamo aggiungerci che, a seguito di un altro paio di eventi abbastanza equivoci, inizia a dormire malissimo, viene perseguitata da sogni ambigui e, agevolata dai rumori angoscianti che ogni abitazione di quel tipo emette, teme di avere un fantasma in casa? Aggiungiamocelo e otteniamo, bene o male, quello che Shut In propone e promette.

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Frost/Nixon

Frost/Nixon (USA, 2008)
di Ron Howard
con Frank Langella, Michael Sheen, Sam Rockwell, Matthew Macfadyen, Oliver Platt, Kevin Bacon

A un certo punto della sua carriera, Steven Spielberg ha cominciato ad alternare evidenti puttanatone a film più sentiti e personali. Mentre ti buttava lì un Amistad, uno Schindler’s List, ci infilava in mezzo, girandoli fra l’altro spesso in contemporanea, roba con dinosauri, alieni giganti e donne pelate che prevedono il futuro. Personalmente non me ne sono mai lamentato, visto che comunque anche la peggior cacata di Spielberg mi sembra mantenga sempre una sua bella dignità. Ora mi si vorrebbe far credere che Ron Howard stia facendo lo stesso e che valga la pena di appesantire l’universo con pozze di vomito del livello de Il codice Da Vinci se è il prezzo da pagare per potersi poi gustare una cosa come questo Frost/Nixon. Sarà vero?

Non lo so mica. Se è vero, lo è perché più o meno tutti gli attori in Frost/Nixon sono molto, molto bravi. Non so quanto siano fedeli a ciò che interpretano, e magari Nixon non era così ingolfato nel parlare o Frost non faceva tutte quelle faccette, ma mi son piaciuti proprio tutti, dal primo all’ultimo, dall’Oliver Platt al (sempre ottimo) Sam Rockwell. E insomma, sì, dai, anche solo per gustarsi le interpretazioni, vale ben la pena di vedere ‘sto film. In originale, ché vedere doppiato un attore che imita un personaggio storico non ha davvero alcun senso.

Epperò tutto questo sta incastonato in un film abbastanza ordinario. Il solito film che tende a decontestualizzare l’episodio da quel che gli sta attorno, concentrandosi su un paio di persone e rendendole il centro del mondo, evitando di circostanziare gli eventi non da poco che racconta. Il solito film in cui c’è un protagonista apparentemente un po’ fesso, che viene preso a ceffoni dal “cattivo”, e poi però ha il rigurgito d’orgoglio e senso civico e, insomma, in fondo non è poi così fesso e, grazie a un allenamento con montaggio in stile Rocky, nel combattimento finale va a dominare e vincere.

E insomma, io David Frost non lo conosco, ma da quel che leggo non mi pare sia così fesso. Oh, poi non c’è problema, si sopravvive alla scarsa verosimiglianza, il problema più che altro è che, ripeto, Frost/Nixon è un filmetto ordinario, che ha sicuramente il pregio di rendere estremamente cinematografico del materiale televisivo (e teatrale), ma lo fa anche nella maniera più semplice e banalotta possibile. E mi pare insomma un po’ sopravvalutato, soprattutto in America, sull’onda della materia trattata e delle scintillanti prove d’attore. E sì, certe interpretazioni meritano di essere gustate, ma io mi chiedo: ne vale la pena, se poi ci dobbiamo sorbire la probabile valanga di merda che sarà il prossimo film di Ron Howard tratto da Dan Brown con protagonista Tom Hanks? Senza dinosauri?