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Mission: Impossible III


Mission: Impossible III (USA, 2006)
di J. J. Abrams
con Tom Cruise, Ving Rhames, Philip Seymour Hoffman, Michelle Monaghan, Billy Crudup, Jonathan Rhys Meyers, Maggie Q, Laurence Fishburne

I primi due Mission: Impossible cinematografici erano pellicole fortemente caratterizzate, nel bene e nel male, dall’impronta dei rispettivi autori. Nel 1996 si è visto il Mission: Impossible di Brian De Palma, nel 2000 si è visto il Mission: Impossible di John Woo ed entrambi i film avevano una firma tanto evidente e ingombrante da sfiorare a tratti il manierismo. Con questo terzo episodio, al contrario, abbiamo un vero e proprio “film di Mission: Impossible“.

Essendo sostanzialmente a digiuno di Lost e Alias, non sono in grado di riconoscere una magari evidente marca stilistica o degli eventuali vezzi ricorrenti di J. J. Abrams. Senza dubbio la sorta di pre-cliffhanger con cui si apre il film ricorda il modo quasi criminale con cui si chiudono regolarmente le stagioni dei serial televisivi americani, ma nel complesso l’impressione è che in questo caso il regista esordiente abbia scelto di fare un passo indietro e mettersi al servizio del “marchio”.

Da un punto di vista narrativo M:I III riprende i temi già esplorati dal secondo episodio e li espande ulteriormente. Il protagonista Ethan Hunt viene quindi sempre più caratterizzato come grande eroe romantico e il lavoro di squadra delle spie gioca un ruolo da protagonista per buona parte del film. Nel gruppo di quattro elementi capitanato da Hunt, insomma, ogni membro è un ingranaggio fondamentale per la riuscita delle missioni. Questo elemento tanto caratterizzante del serial televisivo era appena accennato nel primo film e si manifestava solo in parte nel secondo, mentre qui domina quasi tutta la pellicola, per la gioia di chi seguiva in TV le avventure di Jim Phelps.

In definitiva, però, Mission: Impossible III convince grazie al ritmo serrato, alla qualità della messa in scena, al mestiere con cui tutto è ben assemblato. L’intreccio si sviluppa furiosamente, non sconvolge con colpi di scena fuori dall’ordinario, ma neanche si fa cogliere da estrema prevedibilità. Non ci sono idee innovative o spunti geniali, ma c’è un cattivo estremamente efficace nel suo non farsi prendere da gigionerie farsesche e c’è un eroe cavalleresco con cui è fin troppo facile empatizzare. C’è, insomma, un gran film d’azione, come tutto sommato se ne vedono pochini. E, a dirla tutta, c’è perfino una bella idea, nel modo in cui viene raccontato l’assalto al palazzo di Shanghai. Serve davvero altro?