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Reign Over Me

Reign Over Me
di Mike Binder
con Adam Sandler, Don Cheadle, Jada Pinkett Smith, Liv Tyler, Saffron Burrows

La metabolizzazione di quanto accaduto l’11 settembre 2001 passa anche per un film come questo, che sfrutta quella tragedia come spunto narrativo, vi costruisce attorno l’essenza stessa di un protagonista, ma evita di immergersi nel melodrammatico patriottismo. Quanto avvenuto all’aereo su cui l’intera famiglia di Charlie Fineman ha perso la vita è un tragico evento come se ne verificano tanti. Se si fosse trattato di uno schianto in macchina o un terremoto, nell’economia di Reign Over Me sarebbe cambiato poco o nulla.

Al centro dell’attenzione nel film di Mike Binder c’è invece la relazione che si crea fra Charlie, un uomo che ha visto la sua vita polverizzarsi fra le proprie mani, e Alan Johnson, un dentista in piena crisi di mezz’età che non riesce a trovare soddisfazione nella sua vita apparentemente perfetta. I due si incontrano per caso e fra diffidenze, incomprensioni, difficoltà, finiscono per aggrapparsi l’uno all’altro e costruire una relazione intensa e bella. Bella non solo per loro, ma anche per chi osserva l’ottima prova di due attori azzeccatissimi e forse un po’ sottovalutati.

Il mio ragazzo Adam Sandler, con quel suo fare sbiasciato e timido, veste a meraviglia i panni di Charlie e trascina di forza all’interno della sua storia. I suoi duetti con Don Cheadle, lo sviluppo del loro rapporto, l’attenzione ai dettagli, alle sfumature, valgono da soli il film. Anche perché nella seconda parte, dopo aver sviluppato per benino il rapporto fra i due, il tutto si instrada su binari un po’ troppo canonici e prevedibili, col processo, i contrasti e l’inevitabile intenso momento di sbrocco umido con la confessione.

Binder, però, mantiene sempre un ottimo senso della misura, sdrammatizza infilando toni più leggeri quando servono e non esagera mai nel cavalcare il patetismo. Ne esce fuori un film piccolo e intenso, che colpisce con momenti davvero strazianti, riesce a infilare un pizzico di delicata e tragica ironia nelle scene più drammatiche e non straccia i maroni quando scivola nel luogo comune, cavandosela anzi alla grande anche nei passaggi più delicati. Se proprio c’è un limite, sta nella sua maggior forza, nei due strepitosi protagonisti che rubano la scena e rendono di fatto marginali quasi tutti gli altri personaggi. Però c’è Vedder che canta Townshend, quindi gli si perdona tutto.