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L’uomo invisibile

Se volete leggere questa recensione impaginata meglio e con un voto in fondo, la trovate su IGN Italia. Se preferite ascoltarmi parlare del film in podcast, lo trovate su Outcast.

È bastata qualche settimana nelle sale per L’uomo invisibile di Leigh Whannell a far dimenticare il disastro del Dark Universe che Universal aveva provato lanciare con La mummia di Tom Cruise. Abbandonato quel clamoroso caso di passo più lungo della gamba, all’interno del quale l’uomo invisibile sarebbe dovuto essere Johnny Depp, ecco subentrare Jason Blum, Re Mida dell’horror contemporaneo, che ancora una volta centra il bersaglio applicando la sua formula: budget ristretto, idee forti , libertà creativa. Il successo è stato immediato, perlomeno nei paesi che hanno fatto in tempo a vederlo nei cinema prima della chiusura, ed è stato anche parecchio meritato, perché Whannell ci ha messo idee, un approccio a modo suo originale e quell’equilibrio che gli era sfuggito con la sua opera precedente. Il risultato, da qualche giorno disponibile anche in Italia grazie alla distribuzione tramite video on demand, si infila nel sempre più nutrito gruppo dei grandi horror recenti e potrebbe davvero porre le basi per un rilancio in grande stile dei mostri classici targati Universal, anche e soprattutto perché non si è sforzato (quasi) minimamente di farlo.

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Upgrade

Cose da dire su Leigh Whannell:
1. “nasce” artisticamente come compagno di viaggio di James Wan,  per il quale scrive il primo Saw e un paio di seguiti, ma anche Dead Silence e i quattro Insidious, il terzo dei quali segna il suo esordio da regista;
2. ha anche una specie di carriera da attore, ma è veramente poco più che una comparsa;
3. ora che ha provato l’ebbrezza della macchina da presa, pare essersi messo in testa di voler dirigere tutto quello che scrive;
4. ha scritto Upgrade in tempi non sospetti, anni fa, immaginandosi un blockbusterone di fantascienza modello Christopher Nolan, e ha solo in un secondo tempo abbassato il tiro, quando si è reso conto che, se voleva dirigerlo lui, la via della piccola produzione modello Blumhouse era l’unica credibile. E ha comunque dovuto convincere Jason Blum che fosse possibile mettere in scena una storia del genere coi suoi soliti budget. Non è stato semplice, pare;
5. è un taglio. No, sul serio, fa schiantare dal ridere. Vi metto qua sotto il podcast che ha registrato per Empire, interessantissimo e allo stesso tempo da ammazzarsi dal ridere. Stavo lavando i piatti e c’avevo le lacrime agli occhi.

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