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La banda

Bikur Ha-Tizmoret (Israele, 2007)
di Eran Kolirin
con Sasson Gabai, Ronit Elikabetz, Saleh Bakri, Khalifa Natour

In genere un film come La banda mi capita di vederlo durante le rassegne di Cannes e Venezia. Son lì che vago fra un cinema e l’altro, fra una mattonata curdo-uzbeka e una genialata cino-coreana, mentre cerco di schivare l’ennesima tritatura di palle afghana e punto diretto su una minchiata iuessei per tirare il fiato, e mi imbatto, completamente a caso, semplicemente perché ci si incastrava bene come orario, in un bel filmetto sorprendente.

Perché alla fine, se lo punti alla cieca e non sai cosa aspettarti, La banda ti sorprende anche. Con quella sua riuscita cura per l’immagine, senza risultare per questo patinato o forzato, con le sue intriganti intenzioni, la sua voglia di mostrare – seppur in maniera lieve – il contrasto fra culture diverse, con quel suo bel romanticismo dolce e classicheggiante.

Ecco, sì, in una Cannes un po’ pallosa avrebbe rappresentato una boccata d’aria fresca. Il problema è che se invece vado a vederlo così, fuori contesto, con attorno l’alone mistico di riconoscimenti raccolti un po’ dovunque, con l’impressione di stare per vedere qualcosa di bello per davvero, beh, insomma, eh.

Voglio dire, via, La banda è una commediola o poco più, che non diventa certo migliore solo perché racconta di un gruppo d’egiziani infilato controvoglia in una cittadina israeliana. Anche perché in realtà non fa molto per raccontarli davvero, si limita a puntare su una storiellina romantica e tanto tenera, speziandola con qualche gustoso tocco di surreale, ma non affondando mai davvero il coltello nella piaga dello scontro culturale.

Ci sono un paio di battute azzeccate, c’è qualche personaggio folle e stralunato, c’è un simpatico senso dell’assurdo, ma inizia e finisce tutto lì. Nella commediola malinconica e triste, che prova a sembrare molto più ricca, intensa e intelligente del dovuto con qualche trovata di regia copiata altrove. Però rimane il dubbio: se mi fosse capitato davanti a metà rassegna, con la palpebra pesante e l’alito fetente, avrei parlato di “bella sorpresa”?