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Watchmen

Watchmen (USA, 1986/1987)
di Alan Moore, Dave Gibbons e John Higgins
Unica edizione degna di essere letta: la Absolute americana

Ho letto Watchmen per la prima volta da qualche parte all’inizio degli anni novanta. Era l’edizione italiana in volume, probabilmente pubblicata da RCS. Dico “probabilmente” perché non so dove sia finita. Credo di averla prestata a qualcuno che non me l’ha mai ridata (ho giusto in mente un paio di nomi). Non l’ho più riletto e ne ricordavo pochissimo, se non che indubbiamente mi era piaciuto molto, anche se magari all’epoca non avevo esattamente gli strumenti per comprenderne la portata. Di sicuro ricordo che mi annoiavo un po’ a leggere gli intermezzi fra un episodio e l’altro. Anzi, probabilmente qualcuno l’avevo anche saltato.

Son passati tanti anni e se ce la facciamo fra qualche giorno vado a vedermi il film. Film che non ho atteso con la bava alla bocca, perché in un modo o nell’altro, forse per averlo letto troppo presto, forse per il non averlo mai riletto, forse perché chi lo sa, non mi sono mai affezionato più di tanto a Watchmen. E anche perché, diciamocelo, dal trailer sembra 300 con la gente in costume da supereroe invece che da bagno. E a me 300 non è che sia piaciuto molto.

Però, mi dicevo, almeno vado a vedermelo vergine, senza ricordarmi nulla del fumetto, così evito le seghe mentali. E invece, un paio di giorni fa ho deciso che era ora di rileggermelo, ‘sto Watchmen. E di far fruttare i 75 dollari spesi per comprare la Absolute Edition a San Francisco due anni fa. Anche perché, ok, anche solo avercela è bello, fa arredamento, fa colore quando si parla e si può dire “io ho la Absolute Edition, mica cazzi”, però a me le cose che compro piace usarle e consumarle. Anche se magari non sembra.

E così mi sono finalmente riletto Watchmen, in due sessioni a cavallo fra sabato notte e domenica mattina, fermandomi solo perché stavo crollando dal sonno, ma non certo quando mi sono messo a mangiare o a cacare. E fare colazione o sedersi sulla tazza sfogliando quell’incredibile mattone non è per niente facile. Ma è sicuramente più facile che staccarsi dalla lettura di quell’incredibile capolavoro. Perché la cosa più incredibile di tutte, poi, alla fine, è questa: una volta tanto le impressionanti aspettative non mi hanno fregato e in Watchmen ho trovato tutto quello che speravo e credevo di poter trovare. E se anche il film di Zack Snyder fosse una merda mostruosa, cosa che non penso sia, avrebbe comunque il merito di avermi fatto (ri)leggere questo mastodonte.

Un mastodonte che oltre vent’anni dopo magari non conserva lo stesso impatto corrosivo e di totale destrutturazione del fumetto americano, non sfoggia la stessa carica di analisi sociale e politica, non sembra più completamente “nuovo”, folle, eversivo, rivoluzionario. Ma in fondo ha anche addosso vent’anni di narrativa mondiale influenzata e pervasa a più livelli, continua a spingere ed esprimere riflessioni profonde, importanti, commoventi sulla natura stessa della vita, dell’universo, di tutto quanto e, diciamocelo, nella sua analisi del sociale, della politica, del mondo demmerda in cui si vive, non è poi così invecchiato, nonostante Richard Nixon sia ormai poco più che Frank Langella.

E d’altra parte, con tutto quello che sta capitando in ‘sti anni, non mi pare che una possibile fine del mondo autogestita da noi stessi sia meno probabile rispetto a quando Alan Moore s’immaginò il polipone. Certo, dopo l’undici settembre il polipone sembra molto meno assurdo e scioccante, ma in fondo funziona ancora, magari in maniera diversa, nella maniera in cui ti porta alla memoria devastanti spettri di qualcosa che dopotutto è ancora bello limpido nel ricordo.

Limpido come è limpida, scintillante, cristallina, la maestria con cui in Watchmen ogni cosa, ogni singola cosa, ogni cazzo di virgola, di vignetta, di nuvoletta, di tavola, di riga, parola, sfumatura di colore sia perfetta, immutabile esattamente dove deve stare. Tutto è lì, al suo posto, incredibile, meraviglioso nel singolo momento e nel suo intrecciarsi con ogni elemento che gli sta attorno, a formare un mosaico spaventoso, avvolgente, agghiacciante.

Il lavoro sul linguaggio, la perfezione nel costruire ogni anche minimo snodo narrativo, la splendida caratterizzazione di tutti personaggi, il ritmo letargico, compassato, trascinante, in continua crescita, che monta tutta la tensione possibile un pezzo alla volta e ti stronca con quello splendido negarti qualsiasi soddisfazione bassa nel finale. La devastante bellezza con cui ognuno dei dodici episodi ha una sua precisa e distinta struttura narrativa che si incastona a meraviglia con tutto il resto. La lancinante poesia di un uomo nudo e blu che passeggia su Marte riflettendo sul senso della vita. La tragica e malinconica disperazione di un folle che filtra il suo malessere attraverso l’inchiostro sparso sul volto. La tenerezza di uno sfigato panzone sognatore, ingenuo, dolce, innamorato. La tragedia e il miracolo del semplice essere umani e del vivere mostrati in ogni anche minimo personaggio di contorno. La bellezza di un capolavoro senza tempo, che non sono in grado di raccontare come vorrei. Ne ha scritto mezzo mondo, l’hanno fatto sicuramente meglio di me. Una sola cosa conta: leggerlo.