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L’anno dell’uragano


The Big Blow (USA, 2000)
di Joe R. Lansdale

C’è stato un tempo in cui Galveston, che sorge su un’isola della costa texana, rivaleggiava con New York per il titolo di città più bella d’America. Poi, nel 1900, giunse la madre di tutte le tempeste, un uragano di potenza devastante, che prese Galveston, la rivoltò come un calzino e se la portò via. In quel contesto Joe R. Lansdale ambienta un breve racconto, che interpreta le ultime ore di Galveston – o, perlomeno, di quella Galveston – attraverso i pensieri, gli atti e le parole di alcuni pittoreschi abitanti. E non solo, perché il personaggio più importante, forse, è il forestiero Jim McBride, antieroe spregevole e sgradevole, incapace di mostrarsi anche solo vagamente simpatico.

Ma a dominare la scena è la furia della tempesta, strabordante e agghiacciante, come mai nessun film catastrofico l’ha dipinta. L’orrore puro dell’impotenza di fronte alla natura incazzata nera. Una roba quasi insopportabile per quanto riesca a creare tensione e angoscia come e meglio del miglior horror. E tutto racchiuso in un centinaio di splendide pagine.

Bubba Ho-Tep


Bubba Ho-Tep (USA, 2003)
Di Joe R. Lansdale

Un decrepito Elvis Presley sopravvive in preda allo scazzo, ricoverato in una clinica per anziani. Sue principali occupazioni quotidiane: farsi curare il bubbone che gli è spuntato sull’uccello, convincere chi gli sta attorno che lui è il vero Elvis e quello morto era un sosia con cui aveva fatto cambio, coltivare la sua amicizia con un vecchio nero convinto di essere John Fitzgerald Kennedy, combattere la mummia maledetta di nome Bubba Ho-Tep. Per la fine del racconto avrà ottenuto risultati di prestigio in tutti gli ambiti.

Questo bel romanzo breve si inserisce nel filone “delirio” cui appartiene anche lo splendido La notte del drive-in. Un horror fatto di situazioni oltre il limite del paradossale, che però rinuncia a costruire tensione e si limita a mettere in scena personaggi buffi e situazioni assurde, scivolando consapevolmente nel grottesco e nella parodia. E riesce addirittura ad essere poetico, seppur in una maniera tutta sua. L’ennesimo centro di un Joe R. Lansdale sempre più idolo delle folle.

Una stagione selvaggia


Savage Season (USA, 1990)
di Joe R. Lansdale

Nel 1990 Joe R. Lansdale pubblica, con Savage Season, il primo capitolo delle avventure di Hap Collins e Leonard Pine. Quel libro in Italia non ha mai visto la luce e ho dovuto recuperarlo su play.com. Nel 1994 esce Mucho Mojo, secondo episodio di quella che diventa quasi ufficialmente una saga. Mucho Mojo è stato pubblicato in Italia da Bompiani, in un’edizione economica che mi sono accaparrato, credo, nel 98. Quel volume, a oggi, risulta esaurito e il sito ufficiale di Bompiani non ne fa proprio menzione. Insomma, anche Mucho Mojo va recuperato su play.com. I successivi quattro episodi (Il mambo degli orsi, Bad Chili, Rumble Tumble e Capitani oltraggiosi) sono stati tutti pubblicati da Einaudi che, sull’onda del recente successo riscosso in Italia da Lansdale, ha dichiarato di voler pubblicare tutta la saga in ordine cronologico. Certo, cosa ci sia di cronologico nel partire dal terzo episodio mi sfugge, ma speriamo significhi che presto vedremo uscire anche i primi due.

Ma di che parla, Savage Season? Hap è un ultraquarantenne ex hippie, si è fatto parecchi anni di galera per aver ostentato il suo rifiuto di andare in Vietnam e ha ottenuto di perdere la donna (evidentemente molto meno idealista di lui) e ritrovarsi in mezzo a una strada. Leo è un gay di colore, alleva cani da caccia, la guerra in Vietnam l’ha fatta e non perde occasione per farlo pesare al suo migliore amico Hap. In Savage Season i due scorrazzano fra le regole e gli stereotipi del noir, vivendo un’avventura fatta di atmosfere cupe, disilluso cinismo, cattivissima autoironia e situazioni davvero brutte brutte brutte. C’è la dark lady affascinante e pronta a sbattertela al culo, ci sono dei cattivi squallidi e insopportabili, c’è il fine tutt’altro che lieto. Non manca nulla ed è tutto scritto a regola d’arte. Con questa, è ufficiale: sono definitivamente innamorato di Lasndale, anche se come uomo lo trovo un po’ brutto.

Colpo di scena: otto mesi dopo la pubblicazione di questo post, Savage Season ha finalmente goduto di un’edizione italiana, curata da Einaudi, intitolata Una stagione selvaggia.

Atto d’amore


Act of Love (USA, 1980)
di
Joe R. Lansdale

Nel 2006 ho 28 anni e scrivo fesserie su un blog. Nel 2006 Manu Ginobili ha 28 anni e ha vinto il campionato italiano, la Coppa Italia, l’Eurolega, due titoli NBA e le Olimpiadi. Ai Mondiali gli ha detto sfiga, è arrivato secondo. Nel 1986 Bill Watterson aveva 28 anni e da qualche mese realizzava Calvin & Hobbes. Neanche dieci anni dopo pose fine alla serie, si ritirò a vita privata e da allora vive sostanzialmente di rendita. Nel 1980 Joe R. Lansdale aveva 28 anni e scriveva Atto d’amore, il suo primo romanzo commercializzato. A oggi ha scritto una quantità infame di roba ed è ormai strafamoso e rispettato in tutto il mondo. Qua bisogna darsi una mossa.

Letto a ventisei anni di distanza, specie avendo in mente quello che è il suo stile attuale, Atto d’amore sembra un po’ grezzo, povero, privo delle eleganti soluzioni narrative e della sferzante ironia che caratterizza opere più recenti dello scrittore texano. Allo stesso tempo, però, rimane un ottimo lavoro, violento, inquietante, seducente, appassionante nell’intreccio, ben costruito nella sua componente a tinte giallastre. Certo è meno attuale, non è forse poi così efficace come “spaccato sociale” e, soprattutto, non ha l’impatto che poteva avere a inizio anni Ottanta, quando Hannibal Lecter era ancora lì lì per arrivare. Insomma, Joe R. Lansdale non solo è un romanziere assai poliedrico e semplicemente bravissimo a scrivere, non solo è talmente capace a far tutto da aver pure fondato una scuola di arti marziali, è stato anche un precursore in un determinato genere letterario.
Uno avanti.

Da grande voglio essere Michael Mann, ma pure Lansdale non è che mi farebbe schifo.

La sottile linea scura


A Fine Dark Line (USA, 2002)
di
Joe R. Lansdale

Le Stagioni erano Diverse anche nel Texas degli anni Cinquanta, e Lansdale ce le racconta tramite gli occhi del tredicenne Stanley Mitchell. La sottile linea scura parla di alcuni fra i temi più cari allo scrittore texano, il razzismo, la violenza domestica, l’amore per i ricordi e il passato. Stanley incappa in un mistero insoluto e, con l’avventurosa curiosità dei ragazzini, affronta un viaggio iniziatico, che nel corso di un’estate lo porterà a scoprire la morte, il sesso e il profondo significato della parola amicizia.

Un romanzo che non dice nulla di nuovo, ma che si racconta con una padronanza notevole, dipingendo personaggi ricchi e credibili, dei quali è impossibile non innamorarsi. In giro ho letto che questo è il miglior libro di Lansdale, addirittura qualcuno esagera e parla di “romanzo perfetto”. Io mi limito a dire che è un gran bel libro. E tanto basta.

La notte del drive-in


Drive-in e Drive-in 2 (Not Just one of Them Sequels)
(USA, 1988 e 1989)
di Joe R. Lansdale

La macchina sbandò e io sterzai nella direzione della sbandata, come spiegano i manuali, ma la sbandata disse “vaffanculo”, le ombre ingoiarono la macchina e si portarono via la luce.

In queste poche parole è sintetizzato quasi tutto La notte del drive-in. Diretto, privo di fronzoli, (auto)ironico e sferzante, irresistibile per il suo stile asciutto e lapidario. Qui Lansdale dà libero sfogo a tutta la sua fantasia, non guarda in faccia a nessuno e gioca coi suoi personaggi per oltre trecento pagine, mettendo in scena un irresistibile horror di serie Z, ma scritto con una maestria da serie A. Un lungo carrozzone degli orrori, che ti prende alle budella fin dalle prime pagine e non ti molla più, travolgendoti col suo allucinante cast. Mostri mutati che vomitano pop corn e si autoeleggono imperatori, uomini con televisori al posto della testa, foreste con pellicole assassine penzolanti dai rami degli alberi, tirannosauri affamati sul ciglio di una strada senza fine… questa è la popolazione ospitata dal cinema Orbit prima e dal mondo intero poi.

L’impossibile, il delirante, diventano credibili e affascinanti, grazie a una prosa asciutta, piacevole, divertente. E il racconto procede veloce su una vecchia Plymouth decappottabile rossa e bianca, con il tettuccio alzato. Sfreccia fino all’inevitabile conclusione, che rifugge da moraline consolatorie tanto quanto dall’apocalittico “bad ending”, ormai quasi più banale di un lieto fine. Succede solo quello che deve succedere, seguendo l’illogica linearità di un cosmo narrativo senza alcun senso apparente.

E per trovare qualcosa di realmente consolatorio in quell’apparente lieto fine, bisogna essere decisamente appassionati di bicchieri mezzi pieni.
Mezzi pieni di merda, però.

Cavallo pazzo


Ormai ho abbandonato quasi completamente la produzione fumettistica bonelliana. Continuo a seguire solo Magico Vento, Dampyr e Gea, gradendoli oltretutto a fasi piuttosto alterne. Non mi lascio però mai sfuggire i vari almanacchi, che regalano sempre dossier e approfondimenti interessanti, oltre che preziosi consigli sulla produzione letteraria e cinematografica a tema con l’argomento trattato.
Mi è capitato spesso di scoprire grazie a questi almanacchi autori interessanti, su tutti Joe R. Lansdale, che ho approcciato per la prima volta acquistando (su consiglio bonellide) Mucho Mojo e non La notte del drive-in, che mi dicono essere invece il libro che ha fatto appassionare quasi tutti i fan del grande romanziere texano.

Qualche tempo fa mi sono fatto prendere da un infatuazione per la storia dei pellerossa (anzi, i nativi americani… sigh) e, seguendo i consigli dell’almanacco di Tex (o era Zagor?), ho acquistato Cavallo Pazzo – Storia del capo Sioux che vinxe a Little Bighorn (di Larry McMurtry, Oscar Storia Mondadori). Un bel libro, scritto in maniera appassionante, leggero (appena 120 pagine) e toccante nel suo racconto. Ricordo che terminai la lettura durante uno degli interminabili viaggi di ritorno dal lavoro in metropolitana e fui assalito da un enorme moto di tristezza, colpito e affranto dalla brutta morte di Crazy Horse, e dal frustrante fallimento dei suoi tentativi di opporsi all’invasore bianco.

Un paio di giorni fa, tornando a casa in metropolitana, ho letto il numero 101 di Magico Vento, che chiude un ciclo dedicato ad alcuni passaggi fondamentali della storia americana, decisivi nel conflitto fra visi pallidi e pellerossa. Bandiera bianca racconta proprio gli ultimi giorni di vita di Cavallo Pazzo, li intreccia ovviamente con le fittizie avventure di Ned Ellis, ma non rinuncia a tentare di fornire una qualche “verità” sugli avvenimenti. Verità che per forza di cose è filtrata dagli inaffidabili racconti di chi si trovava sul posto, dalle innumerevoli versioni diverse, da odi, rancori, simpatie e amori di chi ha tramandato i tristi avvenimenti di quei giorni. Come nei due numeri precedenti, che ci hanno raccontato l’epilogo delle vite del generale George A. Custer e di James “Wild Bill” Hickok, anche qui gli autori scelgono una loro versione dei fatti e la miscelano con i racconti dei vari personaggi, dando ampio spazio all’inaffidabilità di quanto è noto e sottolineando che una “vera” verità non la conosceremo mai… e forse neanche esiste.

Bandiera bianca mi ha commosso, esattamente nello stesso modo in cui mi aveva commosso il libro di McMurtry: non con le ultime pagine, che ovviamente sono dedicate al rimpianto e al dolore, ma con il racconto della morte di Cavallo Pazzo. Pugnalato alle spalle, nel momento della resa e della massima umiliazione accettata per il solo bene del suo popolo. Non è così che si dovrebbe morire, non è così che dovrebbe morire nessuno, figuriamoci un grande uomo come Cavallo Pazzo era.

Cavallo Pazzo – Storia del capo Sioux che vinse a Little Bighorn
di Larry McMurtry, Oscar Storia Mondadori (8,00 Euro)

Mucho Mojo
di Joe R. Lansdale, Bompiani (15000 Lire)
L’edizione italiana di Mucho Mojo mi risulta essere esaurita e del resto non si trova sul sito ufficiale di Bompiani. Su play.com è però reperibile l’edizione inglese a 5,49 Sterline.

La notte del drive-in
di Joe R. Lansdale, Einaudi (11,00 Euro)

Dampyr
Mensile, Sergio Bonelli Editore (2,50 Euro)

Gea
Semestrale, Sergio Bonelli Editore (3,00 Euro)

Magico Vento
Bimestrale, Sergio Bonelli Editore (3,00 Euro)
La saga che racconta la Guerra per la conquista delle Black Hills è racchiusa nei numeri dal 97 al 101. Il numero 101 è il primo del nuovo corso bimestrale, con albi da 132 pagine al prezzo di 3 Euro. Prima Magico Vento era un mensile da 100 pagine, venduto al prezzo di 2,50 Euro.

Il sito del Crazy Horse Memorial
Il sito di Joe R. Lansdale