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I guerrieri della notte


The Warriors (USA, 1979)
di Walter Hill
con Michael Beck, James Remar, Dorsey Wright

Capita che è mezzanotte passata, non hai sonno e ti metti a fare zapping. Finisci su Studio Universal e trovi una roba vecchissima, un film cult di quasi trent’anni fa, che l’ultima volta che l’hai visto era su Italia 1, probabilmente in un Nati per vincere a caso, e che appena appena ti ricordi com’era. È raro, eh, ma capita, talvolta, che a rivedere un film mito della tua fanciullezza non ti scopri deluso ma, anzi, salta fuori che quel film è proprio bello, ancora oggi, nonostante tutto.

Walter Hill, un po’ come Carpenter, è uno di quei registi che qualsiasi cosa facciano sarà sempre e comunque un western. Ma I guerrieri della notte, che certo non sfugge alla regola, è pure di più: un horror camuffato da western, camuffato da action movie, camuffato da spaccato sociale, camuffato da poliziesco. Impressionante davvero quanto sembri un film horror senza sostanzialmente esserlo. Un’atmosfera opprimente, cupa, straniante, permea tutta la pellicola, offrendo ben pochi spiragli di luce, se non nel catartico finale alla luce del tramonto. Swan e compagni passano tutto il tempo scappando dai mostri, membri di bande nemiche (tra)vestiti da clown, nerd, Mario&Luigi ante litteram su pattini a rotelle. E lo stesso cast sembra uscito da un qualsiasi film di mostri degli anni Ottanta: c’è l’eroe duro senza macchia e senza paura, c’è lo sfigato che si crede grande e per questo finirà male, c’è quello che muore stupidamente, ci sono quelli che finiranno nei guai per aver dato ascolto alle loro pulsioni sessuali.

Ma The Warriors è anche un’ora e mezza di gioia visiva, di riprese studiate a tavolino, della solita regia da manuale di Walter Hill, che non spreca un primo piano, non getta mai un centimetro di pellicola. Tutto è costruito per gonfiare a dismisura il senso epico della vicenda, per aumentare la sensazione di solitudine dei protagonisti, per sottolineare l’assurdità di quanto viene raccontato. E tutto inizia con dei titoli di testa di una bellezza ammorbante, con quel viaggio in metropolitana che si sovrappone alla mappa, e poi ai titoli, e poi alle chiacchiere “rubate”, e poi ancora alla mappa, e poi ancora ai titoli… Certe volte un film non diventa cult solo per caso, per moda. Certe volte è davvero grande e lo rimane nel tempo. Questa è una di quelle volte.

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