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Il buio oltre la siepe


To Kill a Mockingbird (USA, 1960)
di Harper Lee

Maycomb è una cittadina dell’Alabama, nel profondo sud degli Stati Uniti. Qui, nel pieno degli anni Trenta, è ambientato il romanzo semi-autobiografico di Harper Lee, che racconta un periodo di circa tre anni nella vita della piccola Jeane Louise “Scout” Finch. Episodio portante della vicenda è il processo per stupro contro un uomo di colore, la cui difesa viene assegnata ad Atticus, padre di Scout e uomo tutto d’un pezzo, che non si tira certo indietro di fronte al rischio di essere additato come “amico dei negri” e doverne pagare le conseguenze.

Il buio oltre la siepe racconta del mondo filtrato dagli occhi di una bambina e dal suo modo di vedere le cose. Parla di coraggio, egoismo, razzismo, indifferenza, amore, crescita, spiritualità, pregiudizi, morale, ambiguità. Diverte e commuove col suo stile sincero e diretto, proprio come quello di una bimba curiosa e un po’ maschiaccio, che si guarda attorno ingenuamente e vive a stretto contatto con problemi più grandi di lei.

E ad avermi appassionato, molto più che la tensione della vicenda o la ricchezza di temi “importanti” che vedo in giro sviscerati su una marea di siti, è proprio quest’incredibile capacità di calare il lettore nei panni di una bambina, di dipingere il mondo con quello sguardo simpatico e delizioso e di far (ri)vivere in prima persona la noia estiva, i giochi con gli amici, i racconti dell’orrore, i primi amori, i traumi della crescita, le gioie e le delusioni di quell’età.

Un sacco di gente mi ha raccontato di aver letto Il buio oltre la siepe a scuola. Per quel che ricordo, a scuola mi sottoponevano altra roba. Ma va benissimo così, preferisco averlo letto ora, per i fatti miei, piuttosto che averlo trascurato e guardato con disinteresse, come – ahimé – facevo fin troppo spesso ai tempi dell’obbligo. Lo metto nel profilo, fra i preferiti, perché ha rappresentato una lettura deliziosa, soprattutto per il come, più e molto prima che per il cosa.