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Il lago delle oche selvatiche

Cinque anni dopo il bellissimo Fuochi d’artificio in pieno giorno, Yinan Diao si ripresenta questa settimana nelle sale italiane con un altro noir metropolitano puzzolente, rancido, sorprendente per inventiva nella messa in scena e capacità di creare mondi. La storia del film, in concorso all’ultimo Festival di Cannes, prende il via con una scansione temporale scombinata, che ci porta avanti e indietro svelando i fattacci di una brutta notte, fino a sciogliersi lentamente e aprire le porte a una seconda metà di film più lineare, ma non per questo meno affascinante. In quella notte fatale, vediamo una surreale riunione operativa delle bande di criminali che rubano motociclette e motorini in giro per la città e si ritrovano a gestire il territorio in un’organizzatissimo scantinato. Dopo un vero e proprio talk in stile Ted sulle tecniche di manomissione e furto, scatta la divisione del territorio sulla mappa, strutturata da veri professionisti e non a caso riflessa più avanti nel film dalla polizia, che organizza una caccia all’uomo esattamente alla stessa maniera. La conferenza dei ladri di manubri va però in rovina quando esplode una rivalità fra bande rivali e il tentativo di sedare gli animi porterà a conseguenze ancora peggiori.

Lì hanno inizio la caccia all’uomo di cui sopra e il tentativo, da parte di quell’uomo, di uscirne, se non sano e salvo, perlomeno alla propria maniera. Il racconto de Il lago delle oche selvatiche è sostanzialmente tutto qui ma Yinan Diao lo mette in scena innanzitutto attraverso una capacità incredibile di creare microcosmi surreali, lancinanti, in cui le regole del vivere comune si sbriciolano di fronte al senso pratico e cinico. Il protagonista si rifugia nei pressi di un lago attorno al quale non c’è legge che tenga, la prostituzione è fuori controllo, la polizia si muove a tentoni e il mondo intero, filtrato attraverso una visione estetica che puzza di marcio, è preda dello sconforto, dell’abbandono, dell’individualismo più bieco e amorale. E anche chi viene mosso da uno scopo più alto, chi ha davvero come obiettivo finale un gesto altruistico, nelle piccole cose non può che lasciarsi andare al fare più casualmente abietto.

Ma Il lago delle oche selvatiche non è solo una storia di desolazione umana e paesaggistica, c’è anche un gusto coreografico e nella messa in scena che lascia di sasso. I momenti chiave del film si sviluppano seguendo una struttura travolgente, composta da improvvise impennate di violenza e, soprattutto, da un lavoro sulla tensione incredibile. In quei passaggi, un film che per ampi tratti si abbandona a ritmi compassati, trascinati, stanchi, transita con una leggerezza incredibile verso dei picchi di tensione quasi insostenibile. Vale per la messa in scena della sera fatale che apre il racconto ma vale ancora di più per alcuni momenti cardine in cui le varie forze in gioco si ritrovano nello stesso luogo e pedinamenti, sorveglianze, tentativi di contatto si accartocciano uno sull’altro, seguendo una struttura ben più complessa di quanto sembri nei primi istanti, sfociando in inseguimenti, sparatorie, fughe. E ne viene fuori un noir affascinante, surreale, glaciale, con lampi visivamente stordenti, che ha forse il solo limite di restare in superficie quando racconta l’umanità dei suoi personaggi e nel modo in cui parla della società cinese. Ma è davvero un limite, quando si tratta di una scelta consapevole?

L’ho visto una settimana fa o giù di lì, al cinema, in lingua originale e sottotitolato, qua in Francia, dove è fuori da qualche settimana. In Italia ci arriva in questi giorni, immagino in non troppe sale. Trovate questa recensione anche su IGN Italia, impaginata in maniera più roboante e con un voto in fondo, mentre su Outcast c’è il micro-podcast in cui ne parlo a voce.