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Dark Water


Honogurai mizu no soko kara (Giappone, 2002)
di Hideo Nakata
con Hitomi Kuroki, Rio Kanno, Mirei Oguchi, Fumiyo Kuhinata, Shigemitsu Ogi, Yu Tokui, Isao Yatsu

Dark Water, più o meno ultimo film nipponico di Hideo Nakata, rappresenta per molti versi la summa di quella scuola horrorifica, tanto saccheggiata da Hollywood negli ultimi cinque anni. Come in tante altre pellicole, il centro del discorso non è il terrore, ma altro, nel caso specifico il dramma di una donna che si trova ad allevare la figlia da sola, mentre affronta la causa per il divorzio e cerca in tutti i modi di non ripetere gli errori commessi da sua madre tanti anni prima.

Non bastasse tutto questo, ovviamente, la coppia di adorabili esemplari femminili finisce nelle grinfie del classico fantasma alimentato dal rancore e dalla disperazione, frutto di una morte ingiusta e improvvisa. E così si alternano registri e situazioni diverse, con le atmosfere angoscianti tanto ben create da Nakata punteggiate dal progredire dei problemi familiari delle protagoniste Ikuko e Kunio.

Il regista dagli occhi a mandorla punta l’obiettivo sulle piccole cose, su elementi innocui e comuni, trasformandoli in fonte d’angoscia e sottile terrore. E così una macchia d’umidità sul soffitto si trasforma piano piano da inestetico fastidio a reale motivo di panico, mentre una borsetta da bambina terrorizza come un mostro qualsiasi non potrebbe fare. Se le atmosfere opprimenti funzionano e coinvolgono, però, il film cade un po’ quando prova a tirare fuori gli artigli.

I classici momenti “buh!”, infatti, sono tutti estremamente prevedibili, si presentano solo ed esclusivamente quando devono e difficilmente colgono di sorpresa chiunque abbia visto almeno un paio di horror nipponici (o di remake statunitensi). E se consideriamo che questo film arriva dopo che lo stesso Nakata aveva già contribuito alla codifica del genere con i suoi due Ringu, la cosa è abbastanza imperdonabile.

Rimane comunque un intenso e struggente melodramma, scandito da atmosfere opprimenti, ma incapace di gestirsi al meglio e frustrato da un momento culminante francamente un po’ pacchiano.