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The Cloverfield Paradox

Il primo Cloverfield si basava su un’idea magari non originalissima ma piuttosto azzeccata. Se da un lato non è che realizzare un found footage, nel 2008, fosse esattamente un trionfo di creatività, dall’altro l’idea del film di mostri giganti girato in quella maniera funzionava e garantì una certa dose di freschezza a un racconto per il resto piuttosto ordinario. Aggiungiamoci un Matt Reeves piuttosto in palla, un buon lavoro sugli effetti speciali e qualche trovata d’effetto e ne venne fuori un film più che riuscito, oltretutto accompagnato da una campagna marketing di gran successo, per lo più basata sul non spiegare nulla. Stupisce che ci siano voluti dieci anni per vedere un seguito, ma insomma, ci siamo poi arrivati con 10 Cloverfield Lane, che conservava il concept del “facciamo il film di mostri, ma diverso” per estremizzarlo fino al “facciamo il film non di mostri, che però forse è di mostri”. La cosa fu talmente estremizzata che si prese un film assolutamente non concepito per essere seguito di Cloverfield e lo si trasformò in tale con un paio di aggiunte e modifiche, giocandosi tutto il marketing sul “Comunque non ve lo diciamo se è davvero un seguito, magari non lo è”. Un thriller psicologico ambientato in un bunker perché forse là fuori c’è qualcosa divenne un thriller psicologico ambientato in un bunker che si trova al 10 di viale Cloverfield perché forse là fuori c’è qualcosa e (spoiler) sono mostri giganti che forse hanno a che fare con quelli di Cloverfield.

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Good Bye, Lenin!

Good Bye, Lenin! (Germania, 2003)
di Wolfgang Becker
con Daniel Brühl, Katrin Saß, Chulpan Khamatova, Florian Lukas, Maria Simon

Good Bye, Lenin! è un filmetto delizioso, un’adorabile commedia agrodolce, tutta basata su un assurdo estremizzare qualcosa che spesso, nella vita, capita di fare, specie nel relazionarsi ai propri genitori. Raccontare una balla, ricamarci sopra, infiocchettarla per bene, perché convinti che la verità sia tremenda, inconcepibile, insopportabile. Alex vuole bene a sua madre ed è terrorizzato dall’idea che l’impatto con la realtà possa farla ripiombare nel coma da cui è appena uscita. Per questo le nasconde in tutti i modi quanto avvenuto durante la sua “assenza”, inscenando una recita tragicomica che maschera la caduta del muro di Berlino sotto una coltre di balle, trucchi e mistificazioni create ad arte.

Nel far questo, Alex finisce per farsi prendere da delirio d’onnipotenza, prova a controllare e manipolare tutto quel che gli gravita attorno e neanche si rende conto di stare riuscendo nel suo intento, ma in una maniera del tutto diversa da quella che si aspettava. Perché il punto non sta nella riuscita dell’illusione, quanto nell’averci provato, nell’aver fatto capire a Christiane quanto suo figlio le vuole bene. Una verità dolcissima e superiore per importanza a qualsiasi altra cosa.

Semplice, divertente, toccante, Good Bye, Lenin! è un gran bel film, che punta tutto sulla semplicità, la tenerezza, la simpatia dei suoi personaggi. E in questo funziona benissimo, anche se magari la voglia di alzarti e tirare un ceffone a ‘sta madre innamorata di un’epoca che per fortuna si è chiusa ti viene anche.