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Scappa: Get Out

La primissima idea di Jordan Peele per il film che è poi diventato Scappa: Get Out vedeva una declinazione sensibilmente diversa dello stesso soggetto. C’era già un protagonista maschile invitato dalla sua ragazza a conoscere delle persone, che però erano solo vecchi amici. E, certo, anche in quel caso la faccenda non sarebbe finita bene. Poi, nel corso degli anni in cui Peele ha sviluppato la sua idea, il soggetto si è evoluto, finendo per pescare in maniera più diretta da Indovina chi viene a cena e vari classici della paranoia come Rosemary’s Baby, giungendo quindi all’idea del thriller sociale di risposta agli anni di Obama. La sceneggiatura, infatti, è stata scritta proprio in quel periodo e nasce come risposta a un momento culturale nel quale gli Stati Uniti sembravano non voler parlare più di razzismo. C’è un presidente nero, è finita, siamo nel post razzismo, dicevano in molti. Il paradosso? Get Out è poi stato girato nel 2016 ed è uscito nel 2017, in un momento in cui la conversazione sul tema è tornata brutalmente d’attualità, facendo – ne è convinto lo stesso Peele – la fortuna di un film che, forse, anche solo un paio d’anni prima, molta meno gente avrebbe voluto vedere. E il risultato è un altro successo clamoroso targato Blumhouse, di quelli con l’incasso che ha due cifre in più rispetto al budget, oltretutto adorato dalla critica.

Ma le intenzioni politiche di Peele, che prima di questo sorprendente esordio nel mondo del brivido aveva una carriera esclusivamente da comico, sono profonde e radicate in ogni atomo di Get Out, a cominciare dalla scelta del genere horror. Gli afroamericani costituiscono una fetta significativa del pubblico di slasher e compagni, eppure sono rappresentati pochissimo all’interno del genere, al punto che il personaggio (secondario) di colore vittima designata è da tempo cliché assodato e preso in giro da film come Scream 2. In Get Out c’è quindi anche questo, il desiderio di realizzare un film che rispecchi il suo pubblico e lo faccia a partire da un titolo che è specchio di come quel pubblico è solito rapportarsi ai film (urlando allo schermo, dicendo ai personaggi che dovrebbero uscire da quella casa). E poi c’è tutto il resto, c’è il modo in cui il film racconta una società impregnata di razzismo, spesso strisciante e nascosto fra le pieghe del pensiero di chi si comporta da progressista, altrettanto spesso espresso in maniera molto poco dubbia e anzi sotto gli occhi di tutti. È, insomma, un horror che fa davvero il suo dovere: utilizza l’assurdo e il disgusto per parlare di noi. Fa un discorso estremamente chiaro e non lo nasconde per mezzo minuto, anzi, lo esprime in maniera evidente dal primo istante, mettendo in scena una situazione universale (l’ansia dell’incontrare per la prima volta i genitori dei lei sul loro territorio) ed esasperandola a base di strati sociali e surreale deriva horrror.

Il miracolo sta nel fatto che, pur non nascondendosi mai e, anzi, urlando a pieni polmoni quel che ha da dire, Get Out trova un equilibrio perfetto fra le sue componenti. È un film che parla chiaro, ma non diventa mai pedante, non si fa mai sfuggire di mano il pippone e, anzi, ha l’intelligenza di evitarlo nel momento in cui sarebbe più facile piazzarlo (è stato per altro girato un finale alternativo in cui quel pippone così ovvio viene effettivamente usato). Ed è anche un film che ha l’intelligenza di funzionare in maniera perfetta anche al di fuori di tutti questi discorsi, offrendo un thriller confezionato alla perfezione, diretto, teso, con quel paio di spaventi buttati lì nel posto giusto, con la necessaria e benvenuta dose di umorismo, con quell’inevitabile voglia postmoderna di giocare coi cliché, contestualizzarli e prenderli in giro, con una gestione dei ritmi perfetta e con, nel mezzo di tutto il suo gioco citazionista, anche alcune idee visivamente molto azzeccate. Il modo in cui viene rappresentata l’ipnosi è perfetta sintesi di tutto questo: è un’idea visivamente forte ed efficace, funziona nel suo essere strumento per la natura horror del film, dà vita a spunti comici e si lega comunque ai temi trattati da Peele, fungendo da metaforone per la marginalizzazione davanti allo schermo, ma anche al di fuori del semplice contesto cinematografico.