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Alta tensione

Haute tension (Francia, 2003)
di Alexandre Aja
con Cécile De France, Maïwenn Le Besco, Philippe Nahon

Finalmente, con quattro anni di ritardo, ho visto il film che ha portato alla ribalta Alexandre Aja, poi autore del positivo Le colline hanno gli occhi edizione 2006. Alta tensione è uno “slasher” duro e puro, che non si sofferma su moraline e spiegoni come il successivo film di Aja e che non si preoccupa di caratterizzare personaggi o raccontare vicende. Il regista prende un tavolo, vi appoggia sopra una scacchiera, dispone le pedine e poi comincia a scuotere il tutto con violenza, facendo traballare e cascare roba in giro in un turbine privo di pause.

Il prologo di Alta Tensione è da antologia della banalità. Si intravede un killer che commette efferatezze, ci vengono presentate un po’ di potenziali vittime, si buttano lì tre o quattro immancabili stereotipi (dall’altalena cigolante in cortile all’apparizione improvvisa dell’amica che fa paura solo è unicamente perché c’è un “botto” musicale senza motivo). Poi, grazie al cielo, comincia il film. C’è voluto un po’, non si capisce perché si sia dovuto aspettare tanto (forse per buttare lì a caso il sostrato sociale fatto di amore lesbico non corrisposto), ci si comincia a chiedere cosa giustifichi tutto il clamore dell’epoca.

Poi per fortuna Aja lo motiva, il clamore, regalando un’oretta buona di tensione tracimante. Alta tensione diventa un granguignolesco delirio di sangue e panico, che travolge lo spettatore senza dargli respiro, generando a onor del vero più ansia e disgusto che reale spavento, ma tenendo altissimo il ritmo. Certo, la fiera dello stereotipo non si ferma e ci troviamo davanti a una protagonista che sembra decisa a voler sempre commettere l’errore più banale, a ignorare qualsiasi possiblità di fuga, a fare di tutto per giungere al disastro, ma le cose funzionano clamorosamente bene.

Poi, però, finisce il film e comincia la barzelletta. Una barzelletta che ribalta le carte in tavola, giustifica in qualche modo qualsiasi cazzata di sceneggiatura si sia vista prima (certo, così è un po’ facile) e rende ridicolo e totalmente privo di pathos tutto quel che viene dopo. Roba da rimpiangere i ridicoli finali rambeschi alla Wes Craven e, volendo, anche un po’ i soldi del biglietto.

Ma tutto sommato non è neanche giusto attaccarsi troppo al patetico finale, perché prima, pur con tanti limiti e tanta semplicità, c’è un film dell’orrore che funziona molto bene e che vanta una notevole cura nella messa in scena. Dentro Aja c’è un ottimo regista, che del resto vien fuori prepotentemente anche in più di una sequenza del suo successivo film. Il problema, forse, è che di ‘sto talento non sembra sapere troppo bene cosa farsene.