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Abarat

Abarat (USA, 2002)
di Clive Barker

Le premesse di Abarat, lo ammetto, non sono proprio una roba in grado di farmi innamorare. Già l’idea dell’ennesima, epica, saga fantasy (cinque tomi previsti) mi fa un po’ rabbrividire, e certo le cose non migliorano quando poi inizio a leggere e mi ritrovo davanti – incredibile shock – una ragazzina dalla vita un po’ sfigata, maltrattata a scuola da una professoressa stupida, che si ritrova improvvisamente catapultata in un mondo fantastico nel quale – udite udite – scoprirà di essere una sorta di prescelta.

Per fortuna, però, Abarat non delude dove conta, ovvero nell’appassionante stile di Clive Barker e nella sua incredibile fantasia, che poi sono i motivi per cui ho deciso di affrontarlo. Barker, che da leggere è sempre un piacere, sfrutta un pretesto insomma abbastanza banale e già visto per aprire al lettore le porte su un immaginario fantasioso e seducente come tutte le folli creature che da sempre popolano i suoi libri.

A far venire voglia di andare avanti non è l’intreccio, quanto piuttosto il complesso e folle mondo creato da Barker. Un arcipelago di venticinque isole “bloccate” su un’ora del giorno ciascuna (con, evidentemente, un’ora extra) e popolato da creature incredibili, molto più affini ai supplizianti di Hellraiser che ai classici personaggi da romanzo fantasy. Abarat, insomma, è l’Alice nel paese delle meraviglie di Barker, magari un po’ più ordinario nello stile del racconto, ma con quella stessa voglia di stupire e divertire con un mondo completamente sopra le righe eppure solido, credibile. Vista la struttura a episodi, è difficile rendersi conto di quanto sia davvero riuscito, ma come inizio non andiamo affatto male.