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Il macosacazz della trasmissione italiana di 30 Rock

Internet mi rende noto che oggi, quattro anni dopo il termine della sesta stagione su Rai 4, iniziano le trasmissioni italiane della settima e ultima stagione di 30 Rock. Pensa te. Suppongo la cosa derivi dal fatto che negli ultimi tempi su Joi (canale dell’offerta Mediaset Premium) hanno trasmesso tutto quel che è venuto prima, ma tant’è, se putacaso qualcuno nel 2017 stesse ancora aspettando la trasmissione italiana per scoprire come sia andata a finire la storia di Liz Lemon, Jack Donaghy e compagni, da oggi si può. Inoltre, tutto questo mi porge una scusa per segnalare che due anni fa avevo scritto della serie. Lo segnalo.

30 Rock

Non sono un gran seguace del Saturday Night Live. È una trasmissione che mi affascina, al punto che ho letto uno dei tanti libri ad essa dedicati, ascolto sempre con interesse i podcast sull’argomento che mi capitano sul telefono, ho comprato il cofanetto in DVD della prima stagione durante un viaggio in America, ogni tanto guardo pezzetti a caso su Netflix e qualche sketch su YouTube, ma non mi sono mai messo a seguirla in maniera assidua. E infatti, per me, Tina Fey era più che altro quella tizia che avevo visto imitare Sarah Palin su YouTube. Le cose cambiano in fretta, se ti guardi le sette stagioni di 30 Rock: ora sono una sua mezza groupie, ma soprattutto ho ben presente chi sia, i suoi ritmi, il suo stile, il suo modo di far comicità, cosa che mi è risultata particolarmente chiara quando, un paio di settimane fa, ho rivisto quella cosetta deliziosa di Mean Girls e mi sono reso conto di quanto sembri un episodio speciale della serie dedicato al mondo delle adolescenti.

L’argomento è diverso, lo stile è magari ancora acerbo, ma il genere di gag, l’approccio al politicamente scorretto, l’elegante cattiveria con cui si riesce a prendere in giro tutto e tutti, il senso del ritmo, i personaggi assurdi e quel fondo di tenerezza con cui vengono portate avanti vicende in fondo molto umane in un contesto ben oltre i limiti del demenziale… alla fin fine sono questi i pregi maggiori della serie che ha poi occupato sette anni della carriera di Tina Fey. Una serie che parte dallo spunto autobiografico, dal raccontare le assurdità della sua esperienza da head writer del Saturday Night Live, e finisce poi per allargare il tiro e raccontare le mille assurdità che definiscono una città folle e fuori dal mondo come New York. E se il piazzare una gag dietro l’altra rimarrà fino alla fine il focus principale, pian piano emergerà anche il desiderio di raccontare la storia dei due personaggi principali, a cui è veramente difficile non affezionarsi e coi quali, in un qualche modo un po’ sbalestrato, diventa in fretta facilissimo immedesimarsi.

Poi, certo, la faccenda “New York” magari io, da italiano, posso coglierla solo fino a un certo punto, ma in fondo a render grande la serie c’è proprio il suo saper essere splendida e adorabile anche se spesso non hai ben chiaro di cosa stia parlando. Se ci riesce è soprattutto per la clamorosa valanga di idee, trovate, personaggi che spara fuori a getto continuo con un ritmo estenuante, implacabile, che ovviamente ogni tanto finisce per dar vita a momenti poco riusciti, ma tempesta le sue sette stagioni di gioielli indimenticabili. La follia di Tracy Jordan e Jenna Maroney, il reality show di Angie Jordan, Grizz e Dot Com, la malefica nipotina affarista di Chloë Grace Moretz, gli episodi dal vivo, le inquietudini di Kenneth e della sua erede, i monologhi di Jack Donaghy, la cretinaggine della banda di scrittori, il clamoroso Leo Spaceman e l’altrettanto clamoroso Devon Banks, le donne di Jack e gli uomini di Liz, i parenti e gli amici, Cerie, Jonathan, Danny, Paul e la famiglia Geiss, l’episodio su Batman e quello sul boardgame, il patetico Kim Jong-il e tutto il resto, un delirio che non sempre ha centrato il bersaglio ma che ha saputo mantenere un livello costante di spacco abbastanza sconosciuto alla maggior parte delle serie comiche americane. E insomma, mi sa che 30 Rock è la mia commedia televisiva preferita di sempre, almeno fra quelle poche che ho seguito dall’inizio alla fine. Ma in effetti già il fatto che ho avuto voglia di andare fino in fondo dice molto. E poi, come dice Tracy sul gran finale, non siamo stati in tanti a seguirla, ma loro i soldi li han presi lo stesso, a posto così.

Ho visto le prime stagioni in DVD, poi mi si è manifestata su Netflix ed è scattato il binge watching. In linea di massima, mi sembra veramente il prototipo della cosa che non ha troppo senso guardarsi tradotta/doppiata, per mille questioni che vanno dall’intraducibilità al ritmo delle parole, passando per un puro e semplice Alec Baldwin. Fra l’altro, se Wikipedia non mente, in Italia non l’hanno neanche trasmesso per intero, manca ancora l’ultima stagione.