Prince of Persia – Le sabbie del tempo

Prince of Persia – The Sands of Time (Ubisoft, 2003)
sviluppato da Ubisoft Montreal – Jordan Mechner

Nel 1989, dopo aver fulminato tutti all’esordio col suo Karateka, Jordan Mechner crea un personaggio, un’ambientazione, un modello di gioco che faranno la storia dei videogame. Il principe di persia ha un’ora a disposizione per attraversare le segrete del castello e raggiungere la stanza della principessa, salvandola così da Jaffar, il crudele visir che l’ha imprigionata. Scaduto il tempo limite, la principessa, posta di fronte a una crudele scelta, preferirà morire, piuttosto che sposare il suo carceriere.

Pensare a quel capolavoro significa ripercorrere con la memoria momenti semplicemente meravigliosi. L’incontro col doppelganger uscito dallo specchio, il topino che viene a indicare la via, il primo passo falso punito da punte acuminate, il primo sezionamento a opera di lame uscite da pavimento e soffitto…

A quella perla incredibile Mechner fa seguito con un decisamente sottovalutato secondo episodio, che perde forse il fascino della prima volta, ma sa regalare comunque un’ottima esperienza di gioco. Nel mezzo l’ottimo D/Generation e a seguire quella perla di The Last Express.

Intanto, il mondo dei videogiochi si evolve, in molti rubacchiano e saccheggiano le idee del passato e tale Toby Gard crea di fatto, con il primo Tomb Raider, l’erede spirituale del Principe di Persia. Una versione tridimensionale di quel gioco, con quel cammino “a quadrettoni”, quella lunga serie di trabocchetti, salti, cunicoli e piroette, ma senza quel fascino. O, perlomeno, con un fascino tutto diverso. Probabilmente stuzzicato dalla prorompente Lara Croft e incoraggiato fatto che nel frattempo Prince of Persia è stato convertito con successo su praticamente qualsiasi formato noto all’uomo, Mechner sfodera Prince of Persia 3D, un prodotto mediocre e fallimentare, che sembra condannarlo a diventare l’ennesimo nome noto dei videogiochi finito disperso nelle sabbie del tempo.

Invece, nel 2003, spunta fuori questo Prince of Persia – Le sabbie del tempo, creato da Mechner insieme a Ubisoft. Tutti ne parlano benissimo e il successo è totale, tanto che nei due anni successivi escono altrettanti seguiti, a dire il vero un po’ meno osannati dalla critica, o perlomeno da una certa critica.

Dicembre 2005. Con oltre due anni di ritardo finalmente metto le mani sulla rinascita del principe e, beh, non è mai troppo tardi. Le sabbie del tempo è un capolavoro, una meravigliosa esperienza onirica e favoleggiante, che per ampi tratti mi ha fatto tornare indietro ai quei meravigliosi momenti di sedici anni fa. Il principe salta, si aggrappa, penzola, rimbalza, fa tutto quello che mi aspettavo di vedergli fare e anche di più. Purtroppo non fa solo questo e, fra un trabocchetto e l’altro, tocca affrontare combattimenti resi insipidi non tanto dal metodo di controllo, tutto sommato interessante, ma da nemici poco ispirati, mediocri nel design, limitati nell’intelligenza artificiale, incapaci di offrire una sfida adeguata. Ma si tratta di brevi momenti, isolati tributi di violenza che è necessario pagare per far proseguire la magia.

Ogni volta che ripone la spada, il principe preme un pulsante, si arrampica su una corda, salta dall’orlo di un precipizio e il sogno riprende. Imponenti costruzioni porgono il fianco alle scalate, mentre l’occhio scruta sospettoso cornicioni, rocce, funi e scalette, alla ricerca della via migliore per raggiungere l’obiettivo, che ancora una volta è il cuore di una bella principessa.

Le sabbie del tempo è un gioco estremamente romantico, non solo per l’ovvietà dell’ambientazione da Mille e una notte, ma anche per una sceneggiatura azzeccatissima. Il rapporto fra i due protagonisti è tratteggiato in maniera essenziale ma efficace, con una scrittura molto lucida, basata su dialoghi brillanti e piacevoli. La storia non prende mai il sopravvento, ma si amalgama alla perfezione col gioco: il principe e Farah duettano nel bel mezzo dell’azione, fra scambi sferzanti, battute al vetriolo ed esilaranti prese di coscienza del protagonista. E piano piano la tensione sessuale cresce, cresce, cresce, fino ad esplodere e rivoltarsi su se stessa.

Le sabbie del tempo non solo è un gioco estremamente moderno, ma anche un sentito e inevitabile omaggio al capolavoro che lo ha generato. Alla prima passeggiata sui fori da cui sono pronte a fuoriuscire letali punte acuminate, un brivido scorre improvvisamente lungo la schiena. Alla prima bevuta da una fontana, mentre nelle orecchie rimbalzano le note di una musichetta arabeggiante, davanti agli occhi appare l’immagine bidimensionale del principe che si disseta da un’ampolla. E poi quella splendida parte conclusiva, introdotta dal bellissimo tuffo onirico nelle braccia della principessa, in cui ci si ritrova privi di poteri, costretti ad affrontare una scalata nella quale ogni passo falso significa morte immediata. La tensione sale alle stelle, la concentrazione è massima e, improvvisamente, è ancora il 1989 e stai giocando con la tastiera davanti a un monitor.

Infine, il colpo del maestro, la tragedia dietro l’angolo, la rivelazione scioccante, il climax finale e quell’ultimo appuntamento sul balcone, quel bacio rubato, quello straziante addio. E il principe se ne va, abbandona forse per sempre il suo solare passato ed entra definitivamente nella cupa era moderna. Ma, ancora intenerito da quello struggente saluto finale, mi piace ricordarlo come nell’immagine qui sopra: abbracciato al suo amore, esausto dopo una lunga odissea, scrutato dagli occhi di un topino felice.

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Ciao, padella


Ci frequentiamo da ben oltre un decennio.

Non ricordo, francamente, un momento in cui non ti ho vista in questa casa.

Tu hai ospitato la mia prima carbonara, tu ti sei prestata per cucinare centinaia di fritti e tantissimi sughi.

Con te ho vissuto le mie poche, brevi e istruttive esperienze di Quattro salti in padella.

Ci lasciamo da amici, ti assicuro che sarai sostituita da una degna e giovane padella.

In me, resterà sempre un po’ di te.

Del teflon, per essere precisi.

Cavallo pazzo


Ormai ho abbandonato quasi completamente la produzione fumettistica bonelliana. Continuo a seguire solo Magico Vento, Dampyr e Gea, gradendoli oltretutto a fasi piuttosto alterne. Non mi lascio però mai sfuggire i vari almanacchi, che regalano sempre dossier e approfondimenti interessanti, oltre che preziosi consigli sulla produzione letteraria e cinematografica a tema con l’argomento trattato.
Mi è capitato spesso di scoprire grazie a questi almanacchi autori interessanti, su tutti Joe R. Lansdale, che ho approcciato per la prima volta acquistando (su consiglio bonellide) Mucho Mojo e non La notte del drive-in, che mi dicono essere invece il libro che ha fatto appassionare quasi tutti i fan del grande romanziere texano.

Qualche tempo fa mi sono fatto prendere da un infatuazione per la storia dei pellerossa (anzi, i nativi americani… sigh) e, seguendo i consigli dell’almanacco di Tex (o era Zagor?), ho acquistato Cavallo Pazzo – Storia del capo Sioux che vinxe a Little Bighorn (di Larry McMurtry, Oscar Storia Mondadori). Un bel libro, scritto in maniera appassionante, leggero (appena 120 pagine) e toccante nel suo racconto. Ricordo che terminai la lettura durante uno degli interminabili viaggi di ritorno dal lavoro in metropolitana e fui assalito da un enorme moto di tristezza, colpito e affranto dalla brutta morte di Crazy Horse, e dal frustrante fallimento dei suoi tentativi di opporsi all’invasore bianco.

Un paio di giorni fa, tornando a casa in metropolitana, ho letto il numero 101 di Magico Vento, che chiude un ciclo dedicato ad alcuni passaggi fondamentali della storia americana, decisivi nel conflitto fra visi pallidi e pellerossa. Bandiera bianca racconta proprio gli ultimi giorni di vita di Cavallo Pazzo, li intreccia ovviamente con le fittizie avventure di Ned Ellis, ma non rinuncia a tentare di fornire una qualche “verità” sugli avvenimenti. Verità che per forza di cose è filtrata dagli inaffidabili racconti di chi si trovava sul posto, dalle innumerevoli versioni diverse, da odi, rancori, simpatie e amori di chi ha tramandato i tristi avvenimenti di quei giorni. Come nei due numeri precedenti, che ci hanno raccontato l’epilogo delle vite del generale George A. Custer e di James “Wild Bill” Hickok, anche qui gli autori scelgono una loro versione dei fatti e la miscelano con i racconti dei vari personaggi, dando ampio spazio all’inaffidabilità di quanto è noto e sottolineando che una “vera” verità non la conosceremo mai… e forse neanche esiste.

Bandiera bianca mi ha commosso, esattamente nello stesso modo in cui mi aveva commosso il libro di McMurtry: non con le ultime pagine, che ovviamente sono dedicate al rimpianto e al dolore, ma con il racconto della morte di Cavallo Pazzo. Pugnalato alle spalle, nel momento della resa e della massima umiliazione accettata per il solo bene del suo popolo. Non è così che si dovrebbe morire, non è così che dovrebbe morire nessuno, figuriamoci un grande uomo come Cavallo Pazzo era.

Cavallo Pazzo – Storia del capo Sioux che vinse a Little Bighorn
di Larry McMurtry, Oscar Storia Mondadori (8,00 Euro)

Mucho Mojo
di Joe R. Lansdale, Bompiani (15000 Lire)
L’edizione italiana di Mucho Mojo mi risulta essere esaurita e del resto non si trova sul sito ufficiale di Bompiani. Su play.com è però reperibile l’edizione inglese a 5,49 Sterline.

La notte del drive-in
di Joe R. Lansdale, Einaudi (11,00 Euro)

Dampyr
Mensile, Sergio Bonelli Editore (2,50 Euro)

Gea
Semestrale, Sergio Bonelli Editore (3,00 Euro)

Magico Vento
Bimestrale, Sergio Bonelli Editore (3,00 Euro)
La saga che racconta la Guerra per la conquista delle Black Hills è racchiusa nei numeri dal 97 al 101. Il numero 101 è il primo del nuovo corso bimestrale, con albi da 132 pagine al prezzo di 3 Euro. Prima Magico Vento era un mensile da 100 pagine, venduto al prezzo di 2,50 Euro.

Il sito del Crazy Horse Memorial
Il sito di Joe R. Lansdale

Usenet Amarcord #001


Da oggi sfrutterò questo blog anche per recuperare pezzetti di Usenet, post ripescati dal passato dei newsgroup che frequento e ho frequentato. Talvolta saranno cose scritte proprio da me, talvolta saranno cose scritte da altri. Sempre saranno cose che, per un motivo o per l’altro, mi sono rimaste impresse nella memoria.

Per questo primo appuntamento, lascio spazio a quel personaggio inquietante del Gizmo. Con questo messaggio, il 25 ottobre 1998, commentava alla sua maniera il primo grosso “raduno” dal vivo fra membri del newsgroup it.fan.studio-vit, svoltosi nei giorni immediatamente precedenti a Milano. In quell’occasione si inaugurò una tradizione che ancora persiste, vale a dire l’utilizzo di casa mia come base delle operazioni.

Cercasi numero 3 di Georgie anche seconda mano.

Pago qualunque prezzo. Anche la vita.
Astenersi perditempo come quella iena ridens de merda che ho conosciuto l’altro ieri, non l’avessi mai fatto, e che è di questo newsgroup, che me sa che ieri s’è incazzato perche l’ho svegliato presto di mattina ma era perchè non resistevo poichè quel fumetto me faceva troppo gola, ed era anche perchè dormiva con una espressione come Spud in Trainspotting quando s’è cacato sotto e me faceva senso e avevo paura che fosse morto senza avergli chieduto il teste’ fumetto. Ma allora che dovevo dire io che hanno fatto un casino beschiale fino alle 5 di mattina con cazzo, figa, culo, ue’ pirletta, ostrega, ciumbia, quei tre stronzi la che dormono, budineria, Nersfzcomecazzoera e altre robe giocando a Micromachines 3? Che poi mi so’ alzato per farmi dare una coperta visto che per colpa di un altro stronzo etero del cazzo so’ dovuto dormire per terra invece di offrirmi parte del letto e il tutto suo dolce anfrattucolo? E quando me so’ alzato che non mi riusciva ad addormimmi li’ ho fulminati con uno sguardo tipo Jean Marais in Fantomas Minaccia Il Mondo (il secondo della saga, quello dello scienziato) e nel giro di due minuti tutti a nanna i regazzini sono andati, compreso el biondo con gli occhiali inglobati ormai con la faccia che sembra un po’ Repetto, un po’ Sasha di Help e un po’ Luciano Onder di Medicina 33, che non ha resistito, come gli altri invertebrati d’altronde, al mio atto di nonnismo psicologico. Se non fosse per il napoletano che poi non è napoletano che più che ruggire fa il verso del leone, il barrire, però argirato all’incontrario, tipo quando fai una cassetta che poi la senti all’incontrario che fa quelle robe tipo seduta spiritica. Infatti di questo napoletano hanno preso i versi russosi campionati per fare il doppiaggio degli indemoniamenti de La Casa di Sam Raimi. E che poi, tornando a Mr.CazzoRidi?, m’hanno detto che c’ha avuto il rimorso di coscienza per il fumetto non dato che avrei potuto fregarte quando me pareva ma non l’ho fatto perchè i miei erano craxiani, Ma so’ convinto che dopo il rimorso c’ha avuto anche il rimorso del rimorso visto che, il tapino, poi un s’è visto comunque con la suddetta copia. Che elemento. Che dire poi del wrestler che avevo paura me menasse anche se dicevo “confindustria” o “acido glutammico”, che ora mi pijo lo sfizio di insultarlo tanto da qui non mi puole fare niente: mascalzone! screanzatello! buontempone! Che, dimenticavo, m’ha scaraventato giù dal divano in cui dormivo in quella cazzo di camera che sembrava più il bancone espositivo della fiera di beneficienza della sagra dello sfintere caramellato, e io ho dovuto accomodarmi timidamente a terra. Se non fosse che avevo portato pure dei certificati di scoleosi rampicante per evitare suddetti atti vergognosi di nonnismo e poi purtroppo non li’ ho fatti vedere questi fogli perchè erano nella tasca del giubbotto dimenticato a casa di CazzoRidi il giorno dopo, ma che per un mistesterioso gap generazio-spazio-temporale risultava già perso il giorno prima quando servivano (messaggio per coso: il giubbotto dallo al Darko che me lo spedisce per posta qua a Rezzo).
Ora devo andare due minutini che ho un pignoramento, ma quando torno punisco e confuto anche gli altri che sono solo all’imprincipio della lista di tutti i loschi figuri che ho conosciuto a Bergamo durante lo Smau.

Il thread originale su google gruppi

Champions League – Gli ottavi di finale


Ci siamo, il sorteggio è avvenuto e ha ribadito ancora una volta quanto lasci a desiderare l’attuale metodo di assegnazione delle teste di serie. Un conto è assicurarsi una posizione nel tabellone dei play-off dopo aver giocato e sudato un’intera stagione per farlo. Un conto è ottenere una posizione privilegiata sulla base di un primo turno che, per carità, ha il suo peso, ma non può da solo decidere tutto.

Forse sarebbe il caso di cambiare, magari di introdurre una gestione “mista” delle teste di serie, separando sì prime e seconde dei gironi, ma ordinandole poi fra di loro in base alla classifica UEFA, certo fallace, ma che un qualche peso dovrebbe pur averlo. Altrimenti che sia sorteggio completo, ma basta con queste insipide vie di mezzo!

Le teste di serie, in fondo, dovrebbero servire anche per rendere il tabellone il più “importante” possibile e garantire alle squadre più forti e blasonate la possibilità, se non deludono, di arrivare a giocarsi tutto nei turni più avanzati.

E invece ci ritroviamo subito con un match fra Chelsea e Barcelona, che certo regala lustro agli ottavi, ma toglie troppo presto dal tabellone una gran protagonista accreditata per la vittoria finale. Tutto questo mentre una fra Villareal e Rangers andrà avanti.

Per carità, massima simpatia e stima per le “squadrette”, che del resto negli ultimi anni hanno preso in mano la competizione, arrivando fino in fondo, mettendo in difficoltà le “grandi” e battendole, anche. Ma di sicuro questa partita molti la pronosticavano per la finalissima e piange il cuore al pensiero che uno fra Ronaldinho e Lampard non parteciperà ai quarti di finale.

Io, comunque, tifo spudoratamente Chelsea, una squadra che mi sta simpatica da anni e che vanta un gruppo di giocatori che personalmente apprezzo tantissimo. Lampard, Joe Cole, Robben, Duff, Terry… nessuno di loro probabilmente vale un Ronaldinho, ma tutti loro assieme, secondo me, valgono più del Barcelona.

Non so però dire se gli inglesi riusciranno ad evitare la “vendetta” degli spagnoli, beffati nei quarti di finale dell’anno scorso. Due squadre semplicemente fortissime, per due filosofie di gioco differenti, anche se a modo loro entrambe spettacolari. Probabilmente a decidere il doppio confronto sarà lo stato di forma, il “momento” che staranno passando le due squadre a febbraio. Del resto, lo stesso vale per tutti i match, rendendo francamente un po’ sterile il giochino dei pronostici, che magari è meglio rimandare all’anno prossimo.

Bei momenti #001


[01:34] Sybil Vane: auhauhaua mi sono laureata 😀
[01:35] giopep: HAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAAH
[01:35] giopep: complimentz!
[01:35] giopep: :*
[01:36] Sybil Vane: grazie :*
[01:36] giopep: hahahah, ascolta
[01:36] Sybil Vane: dimmi
[01:36] giopep: quando era che sei venuta a ritirare il nerbo?
[01:37] Sybil Vane: ahahhahahah
era lo smau dell’anno scorso mi pare
[01:37] giopep: 😀
[01:37] Sybil Vane: si era per lo smau
[01:37] giopep: cazzo, non trovo la foto
[01:37] Sybil Vane: tra l’altro domani sera ho una cena con quelli li O_o
[01:37] Sybil Vane: lol, meglio 😀
[01:37] giopep: LOL
[01:37] giopep: trovata
[01:38] Sybil Vane: omg

The Interpreter



The Interpreter (USA, 2005)
di Sidney Pollack
con Nicole Kidman, Sean Penn, Catherine Keener

Perché quando si parla di Africa e relativi problemi bisogna scivolare così tanto nella retorica e nel banale?

Perché si devono mettere in bocca ai personaggi solo frasi scolpite nella pietra?

Perché i protagonisti (e non solo loro) devono essere così forzati da sconfinare nella macchietta?

E’ impressionante quanto in questo The Interpreter ricordi The Constant Gardener, anche se perlomeno qui manca l’insopportabile patina caramellosa che ricopre le immagini del film di Meirelles. E più in generale, The Interpreter ha il gran pregio di funzionare alla perfezione quando si limita a fare il thriller – per esempio nell’ottima sequenza del triplo pedinamento – e non si preoccupa del messaggio “importante” o della ridicola caratterizzazione dei due protagonisti, peraltro ben interpretati dai sempre gradevoli Sean Penn e Nicole Kidman (in modalità cavallona gnocca, che non guasta mai).

Peccato per il resto, davvero fastidioso.

Rompiamo il ghiaccio

Da qualche tempo, non so quanto, ma di sicuro da qualche giorno, giocherello con la voglia di creare un mio blog. Forse perché ultimamente mi sono appassionato alla lettura di blog come quelli di Luttazzi e Beppe Grillo, forse semplicemente perché alla fine pure io sono una vittima delle mode.
In maniera totalmente casuale, a sottolineare ancora una volta la bellezza delle combinazioni e il fatto che un qualche Dio c’è, e si diverte un sacco, proprio oggi il Della mi ha detto in ICQ che dovrei iniziare a gestire un mio blog. L’invito è sorto nel mezzo di un discorso più ampio, che riguardava il mio lavoro e le mie passioni, ma intanto è andato a segno, visto che mi sono messo a farlo, ‘sto benedetto blog.
Mentre noto che il timore di non sapere cosa scrivere sta velocemente lasciando spazio alla mia proverbiale logorrea, dico a quei quattro disperati che stanno leggendo che qua dentro parlerò di qualsiasi cosa mi passi per la testa, spesso riciclando senza ritegno i post su cinema, videogiochi, musica, sport e chissà cos’altro che scrivo per newsgroup come it.fan.studio-vit e it.arti.cinema. Altre volte, come in questo caso, partorirò dal nulla.

Se qualcuno avrà voglia di leggermi, bene, altrimenti bene lo stesso, che tanto il blog lo faccio per me stesso.

Vediamo che succede.
Saludos.

Elizabethtown


Elizabethtown (USA, 2005)
di
Cameron Crowe
con
Orlando Bloom, Kirsten Dunst, Susan Sarandon

La Smemoranda, quella maledetta agenda che raccoglie i pensierini dei cabarettisti e quelli delle proprietarie. Una quantità immane di cazzate, ma cazzate modello baci perugina. E le frasi intense, e i pensieri famosi, e gli aforismi, e le citazioni colte… le cazzate, insomma.

Ecco, anni di Smemoranda e/o fatti assimilabili, presi, frullati, compressi e infilati su per il culo di Kirsten Dunst, che dà poi libero sfogo al tutto interpretando un personaggio insostenibile, il testamento alle parole – chiaramente scolpite nella pietra – pronunciate da Michael Wincott/Philo Grant in Strange Days: “le puttane devono aprire bocca solo per far pompini”. Lei e il suo atteggiamento simpatico e un po’ pazzo, strano ma divertente, adorabile e ammiccante, un po’ puttana e un po’ zoccola. Vai affanculo.

Cameron Crowe, un povero stronzo sfigato che si deve sentire una specie di nuovo Woody Allen, con ‘sta storia di usare sempre se stesso come protagonista di tutti i suoi film. Ecco, questo demente rockettaro, che pure qualcosa di decente (seppur piacione e leziosetto) con Almost Famous aveva fatto, prende tutto questo e lo mette assieme alla sua maniera, dandogli quindi quell’aria da intenso film festivaliero, che ammalia perché racconta situazioni da spot Mulino Bianco, confezionandole però in stile Sundance.

Il risultato è una merda mostruosa, un film divertente per dieci minuti e poi fastidioso, insopportabile, stucchevole, piatto e ridicolo.

Ogni tanto c’è qualche idea, qualche battuta divertente, un momento magari anche evocativo, ma tutto viene sempre, sistematicamente, matematicamente rovinato per creare l’ennesimo videoclippino. E non me ne frega un cazzo se la famiglia e lo stile di vita del Kentucky sono ben tratteggiati, o se il road trip finale dipinge alla grande scorci di America: per quello ci sono i canali 400 di Sky, la Routard e, per dio, le cazzo di vacanze. E che il prologo, con quel simpaticissimo Alec Baldwin, sia pure bellino, così come qualche battuta ogni tanto, me ne frega ancora meno. Anzi, mi fa pure incazzare il doppio, perché tutto il resto che c’è nel film fa VOMITARE. Fanno vomitare i personaggi, fanno vomitare le situazioni, fa vomitare il taglio cool/romantico/fintoautoironico, fa vomitare il monologo di Susan Sarandon.

Una roba imbarazzante e vergognosa, un film che potenzialmente, anche solo per i temi trattati, mi sarebbe dovuto piacere a randa, e che forse proprio per questo mi ha smonato più del dovuto.

In ogni caso, caro Cameron Crowe, te ne devi andare affanculo.

Te ne devi andare affanculo tu e se ne deve andare affanculo Orlando Broom (sì, Broom, come la scopa che ha evidentemente infilata su per il culo), che passa tutto il tempo con dipinta in faccia una particolare espressione di Legolas. Quella che ne La compagnia dell’anello assume poco dopo la morte di Gandalf, quando sono sui ghiacci e lui è lì che sembra non capire bene questo fatto della morte. Ecco, sembra non capire bene. Esattamente come Ewan Mc Gregor nei tre Guerre Stellari, con quella faccia perplessa di chi sta recitando davanti a uno schermo blu. Quella cosa da “ma che cazzo sto facendo?”.

Probabilmente quella stessa espressione ce l’aveva addosso pure Cameron Crowe mentre girava Elizabethtown, un vero pastrocchio senza capo né coda. Sempre con ‘sta estetica vintage che ormai definire di maniera sarebbe riduttivo, sempre a infilare dappertutto canzoni, a forza, in maniera casuale, anche dove non c’entrano nulla, sempre alla ricerca del facile sentimento, a rovinare ogni minimo spunto interessante per piazzare il momento emozionante, con la musica che sale assieme al battito del cuore.

E i tre finali arrotolati, che ogni volta sembra stia per arrivare la liberazione e ogni volta capisci che il supplizio non è ancora finito.

HAhahahahah, ma poi, insopportabile, in questo momento, mentre scrivo, c’è una deficente in costume da bagno su un’isola che dice stronzate dalla TV accesa qua di fianco (non è colpa mia, lo giuro) e, per dio, è ESATTAMENTE lo stesso genere di stronzate che vengono emesse dal visino da schiaffi di Kirsten Dunst per tutto il film.

Cameron Crowe, hai pure una faccia di merda, vai a cagartela nei prati.
Vai a cacare, e fallo per davvero.
Vai affanculo.

Ti odio, per la madonna.

Non vado al cinema per quasi due mesi e, quando finalmente ci torno, mi devo sorbire due ore di questa merda.
Cristo, che fastidio.

V A F F A N C U L O

Weekend mannaro


L’ululato
The Howling (USA, 1981)
di
Joe Dante
con
Dee Wallace-Stone, Patrick Macnee, John Carradine

Sono passati 25 anni e, purtroppo, si vedono tutti. Forse è il basso budget a limitare la longevità “estetica” di questo film, oppure è solo l’incapacità di chi ne ha curato l’immagine, ma resta il fatto che la maggior parte di ciò che si vede fa al massimo tenerezza. Non bastassero i capelli cotonati e la fotografia zuccherosa, la colonna sonora paninara distrugge ogni minima speranza di riuscire a creare un po’ di atmosfera inquietante (dramma, quello delle musiche, che purtroppo accomuna anche film di molto superiori come il primo Nightmare). Ed è un peccato, perché il soggetto è interessante, qualche breve momento horror riuscito c’è e in generale non mancano neanche le idee (il finale, per esempio, sarebbe solo ottimo, se il lupo mannaro non sembrasse Poochie). Forse il problema vero è che l’elemento satirico ha spinto Joe Dante a prendersi un filo troppo sul serio, finendo per scadere un po’ nel ridicolo involontario. Alla faccia di chi dice che i remake non servono a una fava, una versione aggiornata di ‘sto film potrebbe essere solo eccellente, anche perché è probabile che venti e oltre anni fa l’effetto generale fosse ben diverso.


Un lupo mannaro americano a Londra
An American Werewolf in London
(USA, 1981)
di John Landis
con
David Naughton, Jenny Agutter, Griffin Dunne

Parecchi anni fa vidi per la prima volta questo film su Telepiu. Era introdotto dal commento del barbetta che faceva sempre i suoi comizi prima dei film d’autore. E, subito prima del film, c’era un “cartello” che recitava più o meno “questo film non potremmo farvelo vedere perché è vietato ai minori di 18 anni, ma il valore artistico è talmente alto che, pur di farvelo vedere, l’abbiamo tagliato”. Da allora l’ho sempre rivisto in quella versione, che avevo registrato, e mi sono sempre chiesto che caspita ci fosse di censurato, visto che comunque era abbastanza sanguinario. Guardandolo in DVD l’altro giorno, finalmente ho svelato l’arcano: avevano tagliato le immagini del film porno nella scena al cinema, tarpando peraltro le ali a un’idea azzeccatissima. Comunque, su una cosa avevano decisamente ragione: Un lupo mannaro americano a Londra è un capolavoro. Mamma mia che film! A parte il fatto che, pur essendo stato realizzato nello stesso anno de L’ululato, dimostra almeno una decade in meno, è semplicemente impressionante come riesca, dopo tutto questo tempo, ad essere ancora così fresco ed efficace sotto ogni aspetto. Un film che riesce a farti sbellicare dal ridere, a gelarti il sangue nelle vene, a commuoverti con la tragedia che racconta. Il prologo è di una bellezza micidiale, anche perché racchiude assieme tutte e tre queste componenti in maniera magistrale. Ma tutto il film è perfetto, agghiacciante nella sua semplicità. Splendida la colonna sonora, utilizzata benissimo e con un gusto ironico meraviglioso. Eccellenti gli effetti speciali, con una trasformazione che fa male solo a guardarla e che caga in testa alle ridicole bolle de L’Ululato. Mai una battuta fuori posto, un eccesso di retorica, un’esagerazione umoristica. Schietto, crudo, realistico. Un capolavoro. Impressionante. L’ho visto tre giorni fa e ho già una voglia pazza di rivederlo.


Dog Soldiers (GB, 2002)
di
Neil Marshall
con
Sean Pertwee, Kevin McKidd, Emma Cleasby, Liam Cunningham

Dopo averne letto per due anni, dopo aver visto l’ottima opera seconda di Marshall (The Descent, all’ultima Venezia), finalmente recupero questo Dog Soldiers. Sorta di rielaborazione in chiave militar-mannara della favola di Riccioli d’oro, Dog Soldiers sotto un certo punto di vista potrebbe ricordare L’ululato (budget ridotto, lupi mannari, regista sconosciuto) e non è escluso che fra vent’anni risulti altrettanto datato. Ma, per il momento, pur coi suoi evidenti limiti, funziona. Marshall appare francamente limitato dai problemi di budget e il cuore del film, ovvero la parte ambientata in casa, da l’impressione di volere, ma non potere fino in fondo. Siamo insomma ben lontani da un Sam Raimi, che dalle difficoltà del poverissimo esordio traeva la forza per realizzare un horror innovativo e dirompente. Marshall si limita a mostrare una buona conoscenza dei meccanismi del genere e a sfruttarli, ma sembra eccellere più nella scrittura dei personaggi che altro. La sequenza più tesa, a conti fatti, è quella in cui viene ritrovato il Capitano Ryan, nella foresta, prima che inizi il film vero e proprio, e i “colpi di scena” sono quasi tutti abbastanza telefonati. Marshall, però, consapevole forse di muoversi pericolosamente sull’orlo della trashata, affronta il tutto con badilate di autoironia e proprio per questo il film travalica i suoi limiti e convince. I dialoghi sono curatissimi e divertenti e non disdegnano qualche citazione (evidenti Matrix e Un lupo mannaro americano a Londra). Nel complesso un buon esordio, specie se osservato col “senno di poi” dell’opera seconda: liberato dalle costrizioni, in The Descent Marshall ha realizzato un film eccellente, senza un attimo di respiro.

Cose a caso