Venezia a Milano – Tre giorni all’alba


In concorso
Simpathy for lady Vengeance
di Park Chan-Wook (Corea del sud)
Capitolo conclusivo della trilogia sulla vendetta in cui Old Boy (Cannes 2004) era l’episodio centrale e di cui, come penso a molti, mi manca il primo. La struttura narrativa è quasi del tutto diversa dal precedente e questa volta la vendetta è molto più chiara e diretta, senza rivelazioni scottanti nel finale. C’è un crimine da punire, gestiremo. Un film meraviglioso, talmente ricco di idee che a volte si fa fatica nello stare dietro a tutto. Ogni singola immagine e piena di piccoli dettagli e di trovate eccellenti che vanno al di là l’esercizio di stile e riescono sempre a trovare un loro senso nel racconto. Questo Wook si conferma un talento pazzesco, capace di usare la macchina da presa come pochi e senza mai dimenticarsi di mantenere il racconto al centro dell’attenzione. Spettacolare anche nell’uso della colonna sonora, Lady Vengeance ha un solo difetto, il solito: manca un po’ di senso della misura. Una sforbiciatina ogni tanto avrebbe forse giovato, ma la cosa si sente comunque meno rispetto a Old Boy, che personalmente trovo un’ampia spanna sotto.

In concorso
The Constant Gardener
di Fernando Meirelles (GB/Kenya/Germania)
Non ho visto City of God, quindi magari non pago la delusione e sono meno cattivo del “dovuto” con questo pretenzioso mix fra romance, thriller e film di denuncia ispirato a un romando di Le Carré. La storia racconta delle nefandezze compiute in Africa dalle multinazionali farmaceutiche e sarebbe anche interessante, se non si perdesse nel tratteggiare personaggi che faticano davvero ad uscire dallo stereotipo e dalla macchietta. Ripeto, non ho visto City of God, ma questo Mereilles mi sembra sia un po’ troppo di maniera, con le sue musichette “emozionanti” e con quell’uso dei colori “drammatico”. Nonostante tutto, e nonostante verso metà la testa abbia preso a ciondolare, non mi sento di bocciare completamente il film, ma temo i meriti siano quasi tutti del sempre ottimo Ralph Fiennes.

Sezione Orizzonti
Everything is illuminated
di Liev Schreiber (USA)
Altro mix di umorismo e dramma “ebreo”, questa volta senza furbette sorpresine finali stile “sapete, vi abbiamo fatto ridere fino adesso, ma in realtà era un film drammatico: datemi un Oscar”. A conti fatti, Schreiber avrebbe forse fatto meglio a mantenere la furbizia, dato che è tanto bravo a trattare la comicità (tutta la prima parte di film è adorabile) quanto impacciato e stucchevole quando si addentra nel sentimentalismo. Esilarante, comunque, il fatto che Elijah Wood interpreti un altro film in cui cerca un anello. Finirà come Orlando Bloom, che sembrano chiamarlo quasi solo per tirare frecce?

Sezione Giornate degli autori
Viva Zapatero!
di Sabina Guzzanti (Italia)
In un raro lampo di autocoscienza mi sono reso conto che le mie condizioni erano tali che se fossi andato a vedere il film di Abel Ferrara mi sarei addormentato sui titoli di testa. Ergo, schizziamo all’Anteo e sciroppiamoci il documentario della Guzzanti. Ottima scelta! Viva Zapatero! prende spunto dal caso Raiot e dai tristi episodi suoi compagni di disgrazia (che so, Biagi, Santoro, Paolo Rossi… ) per raccontarci con estrema lucidità, ironia e (amaro) divertimento perché e percome ci troviamo sotto regime.

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Venezia a Milano – Giro di boa


Fuori concorso
La vida secreta de las palabras
di Isabel Coixet (Spagna)
Sarah “Sono quasi sopravvissuta agli zombie centometristi” Polley interpreta una ragazza un po’ taciturna che finisce su una piattaforma petrolifera a fare da infermiera per Tim Robbins, un operaio rimasto ustionato a causa di un incidente. Da qui parte un gran bel film, fatto di bei dialoghi fra bei personaggi. Drammatico ed emozionante, ha forse l’unico difetto di essere un po’ lento nella parte centrale. Molto, veramente molto bravi tutti gli attori.

Fuori concorso
The fine art of love – Mine Haha
di John Irvin (Italia/Repubblica Ceca/GB)
Il resoconto sugli avvenimenti in un collegio femminile germanico ai primi del novecento. Ovviamente le ragazze venivano trattate di merda. Signori, questa roba è spazzatura, ma di quella dimenticata sul balcone per giorni d’estate e che quando la sollevi il sacchetto fa la bava. Per un attimo ho temuto che fosse addirittura in concorso, ma evidentemente non sono stati fatti soffoconi a sufficienza per giungere a tanto. Disarmante, nel dilettantismo che traspira da ogni singolo fotogramma.

In concorso
La seconda notte di nozze
di Pupi Avati (Italia)
Un film adorabile, classica commediola agrodolce da Pupi Avati, piacevolissimo e divertente, si passa sopra alle ingenuità. Antonio Albanese, molto bravo, sta assumendo le fattezze di Lino Banfi.

Fuori concorso
Fragile
di Jaume Balaguerò (Spagna)
Ho sempre pensato che Balaguerò fosse un cretino sopravvalutato. Nameless era un film talmente ridicolo che non mi sembra neanche il caso di rivangare. Un po’ meglio Darkness, se non altro perché c’era la Paquin che faceva la sciantosa e per il finale clamorosamente cupo. In questo caso, invece, bastano pochi minuti per rendersi conto che è tutto sbagliato: si tratta solo di arrivare alla prima apparizione di Calista Flockhart, che personalmente detesto come attrice e come donna. Fragile è la fiera del ridicolo involontario, riesce giusto a creare una vaga simulazione di tensione nella parte centrale, ma il giochetto crolla ogni volta che inquadrano il volto di quella sottospecie di mutante anoressica. Balaguerò, va detto, riesce comunque a sorprendere lo spettatore: quando sei ormai convinto di essere davanti semplicemente a un brutto film horror, il regista spagnolo alza ulteriormente il tiro e riprende a nuotare verso il fondo del pozzo di merda in cui si è infilato. L’ultima mezzora è dominata dalla moglie di Frankenstein che infesta il secondo piano dell’ospedale e che riesce nel non facile compito di risultare più ridicola della Flockhart. Il finale col principe azzurro, poi, è l’apoteosi. Fra l’altro, secondo me Balaguerò non lo voleva, il lieto fine. E’ un duro, lui.

Sezione Giornate degli autori
Falling… in love
di Ming Tai-wang (Taiwan)
La cosa più interessante di questo film è lo stucchevole uso del colore. Non c’è molto altro, anche perché qualcuno si è scordato che fra la fase “scrivere un soggetto” e la fase “effettuare le riprese del film” ci deve essere la fase “scrivere una sceneggiatura”. Invece, la “sceneggiatura” è “lui ama lei, lei ama lui, litigano, lui va in giro a chiavare con altre donne, succedono cose a caso”. Forse da metà in poi succede qualcosa, ma non lo so, perché ho deciso che poteva essere più utile andare a casa e dormire un po’.

Venezia a Milano – Day three


In concorso
Good Night, and good luck
di George Clooney (USA)
Coppa Volpi per il miglior attore a David Strathairn
Premio Osella per la fotografia
Mamma mia, ma che bello! Eccellente “docufilm” sull’attività giornalistica della CBS nel periodo del maccartismo. Ottimo cast, tutti gli attori (Clooney, Jeff Daniels, Robert Downey jr. e Mito Frank Langella fra gli altri) sono davvero in parte e l’interpretazione di Strathairn è fantastica. Clooney, porca troia, è un signor regista, confeziona un film che è un piacere da guardare, e non solo per il micidiale bianco e nero. Marò, forse esagero, ma me ne sono innamorato, altro che “un po’ palloso”…

Fuori concorso
Initial D
di Andrew Lau e Alan Mak (Hong Kong)
Ho spesso sentito parlare di Initial D, ma non ho mai avuto a che fare con una qualsiasi delle sue innumerevoli incarnazioni (serie animate, fumetti, videogiochi… ). Questo film, comunque, è proprio quello che è: l’adattamento di un manga per ragazzi. Sembra davvero di assistere alla versione “live” degli OAV che mi guardavo a raffica dieci e oltre anni fa. Ci sono tutti, ma proprio tutti gli stereotipi: i personaggi giovincelli, il protagonista belloccio, talentuoso e silente, l’amico Boss Robot, i rivali onorevoli con cui nasce l’amicizia virile, i cretini assortiti, il cattivo professionista, la storia d’amore pura, tenera, dolce, pucci pucci, pissi pissi bau bau micio micio. Ma tutto, proprio, compresi miliardi di altre cosette che adesso non mi vengono in mente. Unica differenza con ciò a cui ero abituato, il fatto che dieci anni fa l’episodio dell’albergo a ore si svelava essere un equivoco. Ad ogni modo, ripeto, un anime per adolescenti, cosa che, ahimé, mi pone ormai un filo fuori target. Simpatico, divertente, alcune gag funzionano alla grande e le gare sono girate molto bene, ma lo si guarda con sufficienza, mentre probabilmente dieci anni fa mi ci sarei gasato a dismisura.

Fuori concorso
Four Brothers
di John Singleton (USA)
La carriera di John Singleton mi lascia perplesso: l’esordio con Boyz ‘n the Hood è fulminante (o perlomeno così me lo ricordo), ma poi, per quanto con Shaft mi sia tutto sommato divertito, vengono un po’ i brividi a scorrere la lista su IMDB. Come a quella cosa impresentabile di 2 fast 2 furious si possa far seguire questo signor film francamente mi sfugge. Ma del resto non sono nigga e non faccio il regista. Four Brothers è un film motherfucka di brutto, spacca i culi abbestia e non disdegna il buon sentimento. Una sceneggiatura di granito, che mette assieme praticamente solo stereotipi, ma lo fa con una padronanza devastante, una regia d’acciaio, che non si concede la minima sbavatura, e una serie di personaggi letteralmente cuciti addosso agli attori. 104 minuti di intrattenimento puro ed efficacissimo, non stanca mai, tocca i tasti giusti ed emoziona. Respect.

In concorso
I giorni dell’abbandono
di Roberto Faenza (Italia)
ROTFL, ma cosa è ‘sta cosa? Non la capisco. Per due terzi circa sembra quasi un bel filmetto, una commedia agrodolce divertente, con dialoghi tutto sommato azzeccati e situazioni deliziose nella loro assurdità. Poi, all’improvviso, si prende sul serio e diventa la solita puttanata italiota pretenziosa e poetica come un bacio perugina. Bah, comunque fino a un certo punto è molto divertente. Ah, ma è un’impressione mia o la mania della sponsorizzazione è ormai ufficiale anche nei film italiani? Il bennet in Texas, il videotelefono qui…

Gabrielle
di Patrice Chereau (Italia/Francia)
Non so bene il motivo, ma ormai è ufficiale: a ‘sto giro i film francofoni mi respingono. Non so come mai, e mi suona anche strano, visto che spesso in passato i miei film preferiti della rassegna veneziana erano di origini transalpine, ma così è. Appena sento parlare in francese, scatta il travaso di bile e non mi controllo. Non riesco a proprio a concentrarmi sul film, magari ne apprezzo la fotografia, la cura per l’immagine, la messa in scena particolare, ma non riesco a farmi prendere. Non mi acchiappa. E sì che ci provo, eh! Ma non c’è nulla da fare, bastano pochi minuti e mi ritrovo a pensare ai fatti miei, a cose tipo “chissà che stanno facendo in Champions”, “dobbiamo fare l’asta del fantacalcio”, “che ora è?”, “minchia, domani è meglio se scrivo l’introrece”, “che è ‘sta puzza?” e via dicendo. Detto questo, Gabrielle fa comunque vomitare, eh. Ma proprio senza diritto di replica.

Locarno/Venezia a Milano – Day two


Locarno, sezione Piazza Grande
On a clear day
di Gaby Dellal (GB)
In queste rassegne non manca mai. E’ lei, la classica commediola brit pop, con tutti i suoi assi nella manica: buonismo, personaggi-macchietta, buonismo, piccoli e grandi drammi familiari, buonismo, una missione catartica da portare a compimento, buonismo, buoni sentimenti e buonismo. Comunque piacevole e divertente per un’oretta, diventa insopportabile nella parte finale. Quando è partito l’applauso del pubblico in sala mi sono caduti quattro denti. Menzione speciale per Peter Mullan, eccellente anche quando recita in queste scemenze.

Locarno, in concorso
La neuvaine
di Bernard Emond (Francia)
Premio miglior intepretazione maschile
Premio ambiente e qualità di vita della Giuria dei Giovani(ROTFL)
Premio Giuria Ecumenica
Altro che Napalm, l’atomica ci vuole. Fottuti mangialumache.

Venezia, fuori concorso
Edmond
di Stuart Gordon (USA/Francia/GB)
DM: “Pronto?”
SG: “Pronto, parlo con David Mamet?”
DM: “Sì, sono io, con chi parlo?”
SG: “Ciao, David, sono Stuart, Stuart Gordon!”
DM: “Oh, ciao Stu, è un pezzo che non ci si sente… ”
SG: “Già, dal party in quel locale… saranno sei mesi… come stai, tutto a posto?”
DM: “Sì, sì, tutto ok… mi fa piacere sentirti, che mi dici?”
SG: “Beh, ecco, volevo farti un saluto… e magari sapere a che punto sei con la sceneggiatura!”
DM: “La sceneggiatura… ”
SG: “Ma sì, dai, ti ricordi, ci eravamo lasciati con la promessa che avresti scritto il mio prossimo film!”
DM: “… AH, SISISI, RICORDO! Te l’ho promesso mentre offrivi il quinto giro!”
SG: “Eh, adesso non ricordo questi dettagli, però… ”
DM: “Eh, Stu, i dettagli sono fondamentali.”
SG: “Hai ragione. Vabbé, allora, che mi dici?”
DM: “Scusa un attimo.”
Mamet mette una mano sul microfono della cornetta.
DM: “Tesoro? Ascolta, mica ti ricordi dove ho messo Edmond? Ma sì, dai, la sceneggiatura, quella fesseria che ho scritto quando andavo al liceo… dai, quella che abbiamo trovato spostando la cassapanca… esatto, quella! Ah, nel terzo cassetto? Ok, grazie!”
Mamet leva la mano dalla cornetta.
DM: “Eccomi, scusa l’interruzione.”
SG: “Ma no, figurati.”
DM: “Dicevamo… la sceneggiatura è pronta!”
SG: “Davvero?”
DM: “Certo, l’ho finita non più di una settimana fa. E devo dire che mi sembra proprio un ottimo lavoro!”
SG: “Ma è fantastico! Possiamo vederci, così me la dai, facciamo una rimpatriata… ”
DM: “Mmm… no, ascolta, per me è un po’ difficile, sai, sono pieno di lavoro, e stiamo ristrutturando casa… forse è meglio se te la spedisco, dai.”
SG: “Uh, ok, hai ragione, non voglio disturbarti oltre. Hai ancora il mio indirizzo?”
DM: “Credo di sì, ma qui è un casino adesso, sai, forse è meglio se me lo ridai.”
SG: “Certo! [INDIRIZZO CANCELLATO PER TUTELARE LA PRIVACY DI STUART GORDON]
DM: “Ok, allora domani come prima cosa ti spedisco il copione.”
SG: “Fantastico, ti ringrazio davvero tanto David, io… ”
DM: “Sì sì, ok, non devi ringraziarmi, adesso scusa, però, devo andare. Ciao, eh.”
SG: “Ok, ciao, e grazie ancora.”
DM: “TU-TU-TU-TU”

Venezia, fuori concorso
Texas
di Fausto Paravidino (Italia)
Gran bell’esordio, per un autore che sicuramente mostra inesperienza nel tenere le redini della storia e appare ancora un po’ grezzo, ma senza dubbio ha un bel potenziale. Un film corale, volendo mucciniano, anche se non ha quella cura per l’immagine (ma neanche quella patina e quella pretenziosa prosopopea). Divertente e intrigante, con tante belle idee, come la conversazione all’autogrill, e anche qualche ingenuità. Soprattutto ci mette troppo a tirare le fila del discorso e il finale si fa confuso. Bella sorpresa, comunque.

DM: “Pronto?”
SG: “Ciao, David!”
DM: “Mmm… ”
SG: “Come, non mi riconosci?”
DM: “Brian Yuzna?”
SG: “Hahahah, spiritoso! Sono Stuart, dai!”
DM: “Ah, ciao, Stu, come va?”
SG: “Alla grande! Ho letto il copione, è strepitoso, non vedo l’ora di mettermi al lavoro.”
DM: “Mi fa piacere.”
SG: “No, davvero, voglio ringraziarti, è una storia bellissima, e io credo che ne verrà fuori un gran film.”
DM: “Dai, non esagerare.”
SG: “Non scherzo, faccio sul serio. Voglio presentarlo a Venezia.”
DM: “ROTFL”
SG: “Come?”
DM: “No, scusa, è che ho gli operai in casa, sai, stiamo ristrutturando… ”
SG: “Ah, certo… beh, non ti disturbo oltre, volevo solo ringraziarti.
DM: “Ma figurati, non è niente. E’ stato un piacere, anzi. Ciao, eh.”
SG: “Ciao e grazie ancora!”
DM: “TU-TU-TU-TU-TU”

Locarno/Venezia a Milano – Day one


Giornata interamente dedicata al festival di Locarno.

In concorso
La guerra di Mario
di Antonio Capuano (Italia)
Menzione speciale per Marco Grieco
Un bambino insopportabile, figlio di una vacca insopportabile, viene affidato a una donna insopportabile, che ha una madre insopportabile, sta con un uomo insopportabile e deve sottostare alle inquisizioni di una psicologa insopportabile per evitare che le venga tolto l’affidamento. Insopportabile.

In concorso
Nove vite da donna
di Rodrigo Garcia (USA)
Pardo d’Oro
Premio per la miglior attrice ex aequo alle nove protagoniste
Primo premio giuria dei giovani
Menzione speciale Giuria FICC/IFFS
Nove brevi episodi pescati dalla vita di altrettante donne e narrati tutti con efficaci piani sequenza. Il filo conduttore, perlomeno il più sottolineato, si rende esplicito per bocca di una delle protagoniste verso metà: “Il mondo è piccolo”. E infatti piano piano i personaggi dell’una o l’altra storia appaiono come funghi e collegano gli episodi nelle maniere più inattese. Nel finale il giochino dei rimandi (forse) svanisce. L’idea è davvero quella di raccontare brevi “segmenti”, tanto che quasi nessuno ha una vera conclusione e spesso si rimane lasciati in sospeso. Strepitoso l’episodio con la Robin Wright, ottimi praticamente tutti gli altri, apprezzabile il fatto che non sia l’ennesimo film sulle donne che spiega agli uomini (inutilmente, perché non possono capire) quali incredibili, meravigliose creature esse siano. Davvero brave e in parte le attrici.

Sezione Cineasti del presente
Lonesome Jim
di Steve Buscemi (USA)
Simpatico, divertente, cinico, un po’ buzzurro e cattivello, ma con un cuore grande così: ormai da tempo Steve Buscemi interpreta praticamente sempre lo stesso personaggio e non stupisce che, nel mettersi dietro la macchina da presa, confezioni un film che corrisponde alla stessa descrizione. Scritto bene e piacevolissimo, quel cretino di Zach Braff dovrebbe dargli un’occhiata.
Ah, Casey Affleck è la versione Giovanni Ribisi di Ben Affleck. Un po’ inquietante.

In concorso
Un couple parfait
di Nobuhiro Suwa (Francia/Giappone)
Premio speciale della giuria
Premio giuria C.I.C.A.E./Arte & Essai
Il napalm, sulla Francia intera. Anche sul Giappone. Ma soprattutto sulla Francia.

In concorso
3 Grad Kaelter
di Florian Hoffmeister (Germania)
Pardo d’argento miglior opera prima
Il grande tiepido. Cinque anni dopo, un gruppetto di amici si ritrova all’insegna di gelosie, vecchi rancori, tresche amorose, antipatie e menate varie. Non è ancora morto nessuno, ma per la fine del film il desiderio di farne fuori almeno un paio è forte davvero. Solita fighettatina tedesca, tutta pulitina, perfettina, leccatina, patinatina e sotto vuoto spinto. Bella raga, tutto rego.

La guerra dei mondi


War of the Worlds (USA, 2005)
di
Steven Spielberg
con
Tom Cruise, Dakota Fanning, Justin Chatwin, Miranda Otto, Tim Robbins

Ray Ferrier è un povero stronzo. No, non è il classico protagonista banale, trito e ritrito, da blockbuster hollywoodiano. Non lo è perché è un personaggio squallido, triste, che si realizza facendo il bulletto con il figlio in crisi adolescenziale e arriva perfino a fare il grosso con la figlia (“io vado a dormire, perché sai, io lavoro“. Questo è e questo rimane, sostanzialmente fino alla fine del film. Certo, riscopre e accetta il suo ruolo di padre, sviluppa un affetto per i figli che comunque non era assente in principio, ma trascorre due ore abbondanti a mostrarci una personalità gretta e meschina, qualunquista e interessata solo al tornaconto suo e dei due suoi creaturi. E’ un essere umano, fra quelli più “belli” e credibili che si possano vedere in film di questo genere. E un gran pregio de La guerra dei mondi è che altrettanto credibili e pulsanti sono tutti i personaggi che ruotano attorno a Ray, dai figli, gli unici altri due minimamente approfonditi, alle varie macchiette che incontra nel suo peregrinare, quasi mai “colpevoli” di atteggiamenti o dialoghi improbabili. Macchiette, perché la visione che ci fornisce Spielberg filtra dallo sguardo di Ray, e non può quindi essere che superficiale. A lui interessa sopravvivere e gli interessano i due figli, il resto del mondo può fottersi. Certo, una mano non la si rifiuta mai, ma vediamo di non andare troppo in sbattimento per degli sconosciuti.

Attraverso gli occhi di Ray, Spielberg ci racconta un avvenimento totalmente folle e incredibile, ma lo fa con un taglio assurdamente realistico. Tutta la prima ora di film (vado a spanne, diciamo fino a quando si risvegliano in mezzo alla carcassa dell’aereo) è mostruosamente coinvolgente. La costruzione è classica (e per certi versi simile a un altro remake recente, Dawn of the dead), nel suo presentarci momenti di vita “normale” durante i quali spuntano indizi di anormalità. Per i personaggi del film non c’è nulla di particolarmente folle, ma noi sappiamo di essere andati a vedere un film sugli alieni (zombie) e la tensione prende a salire. Di diverso rispetto al solito c’è, appunto, la “visuale in prima persona”, che trascina dentro alla pellicola come meglio non si poteva fare. Tutta la prima oretta di film è un vero e proprio stupro emozionale, angosciante, vivo, trascinante. Troppo credibili le reazioni e gli atteggiamenti, troppo “vicino” al protagonista lo sguardo, troppo ben costruito il susseguirsi degli avvenimenti. In quell’oretta di film ho passeggiato nel prato assieme a Ray, ho preso in simpatia la figlia e desiderato dare due schiaffoni al figlio, mi sono incuriosito e inquietato per i fulmini, sono andato a sbirciare, intimorito e allo stesso tempo intrigatissimo, sull’orlo di quello strano buco nel terreno. E, poi, sono stato preso dal panico. Le urla, il caos, le persone che esplodevano, il desiderio di tornare dai figli. Mi sono lavato di dosso la cenere dei cadaveri, ho raccolto velocemente quattro cose e sono fuggito in macchina in preda al terrore, cercando di fare il padre e controllare una situazione incontrollabile. Tutto incredibilmente bello e senza respiro. Il panico, la paura, l’ignoranza completa.

Poi, la svolta. Dopo la notte trascorsa nella villa dell’ex moglie di Ray, il film prende una piega leggermente diversa. Continua a raccontare i fatti tramite l’esperienza del protagonista, ma senza più limitarsi strettamente al suo sguardo. La visuale si allarga, passa dalla prima alla terza persona, un po’ alle spalle di Tom Cruise, di tre quarti. E incominciamo a seguire anche tanti piccoli avvenimenti leggermente al di fuori della sfera personale di Ray, seguendo del resto il suo sviluppo come personaggio che, per quanto poco e male, tende ad aprirsi al di fuori di quella sfera. Svanisce una parte del coinvolgimento, perché non c’è più quella sensazione di totale immersione nel panico della storia, e alcune immagini, pur belle e molto potenti, mancano il bersaglio proprio per questo motivo. Resta comunque un carrozzone coinvolgente e divertentissimo, che accompagna piacevolmente fino alla fine, ma l’impressione è che si sia perso qualcosa. E non a caso i momenti più “stringenti” della seconda parte sono proprio quelli in cui si torna a vivere l'”egoismo” di Ray. A pochi metri dal fronte di battaglia fra uomini e alieni, a un tiro di schioppo da dove decine e decine di persone cercano inutilmente di proteggerlo, riesce solo a pensare ai due figli. Spielberg non ci mostra lo schianto fra le due razze, ci fa vedere solo un uomo in preda alla disperazione, perché si trova a metà fra i suoi due figli, in una situazione completamente assurda e paradossale. Dall’altra parte sta succedendo di tutto, ma non importa, conta solo pensare a Rachel e Robbie.

La guerra dei mondi è un film stupendo, appassionante, divertente, emozionante. Racconta l’impotenza e l’ignoranza dell’uomo comune di fronte a un evento mostruosamente più grande di lui, trasmette in maniera quasi crudele il panico che deriva da un’esperienza del genere e lo fa così bene perché si aggrappa a simboli e situazioni troppo vicine, comuni e di attualità per non funzionare. Ha certamente dei difetti, o comunque presenta delle scelte che mi hanno lasciato perplesso. E no, non sto parlando delle fantomatiche incongruenze, che non mi interessa discutere qui. Il leggero cambio di prospettiva che ho notato da metà in poi può essere un’impressione mia e nulla più, ma i cali di ritmo e coinvolgimento mi paiono ben più palpabili. Se però perde in questo senso, anche nella seconda parte il film mantiene una potenza visiva pazzesca. Le immagini son quelle, le han citate tutti, ormai: il piano sequenza in macchina, la piantagione di sangue, la collina in guerra…

E poi lei, la famigerata sequenza nella cantina di Tim Robbins, che in effetti è davvero discutibile. Per quanto abbia trovato interessanti le premesse e la risoluzione “a vangate”, che ribadiscono la psicologia del protagonista e la buona fattura dello script (ebbene sì, a me i dialoghi son piaciuti molto), mi è sembrata del tutto fuori posto la doppia sequenza tentacolo/alieni. Assolutamente distante dal tono cupo e dilaniante che permea tutto il film, sembra quasi una concessione allo Spielberg più avventuroso e favoleggiante. Visto il susseguirsi degli eventi fino a quel punto, mi sarei aspettato di più un momento di reale panico, che una simpatica gara a nascondino in stile Tom & Jerry. Non c’è suspence in quei cinque/dieci minuti, l’unico scompenso è creato dall’irrazionalità del personaggio di Tim Robbins, che dona un minimo di imprevedibilità a una sequenza comunque concepita e realizzata in maniera banale e scontata. E del resto lo stesso manifestarsi degli alieni in cantina sembra quasi voler dire “sì, ok, sono nazisti, ma sono esseri umani pure loro”. Il film fino a quel punto funziona proprio perché ci mette di fronte a una minaccia onnipotente, irresistibile, ignota. Mostrare i poligoni unti con le zampe rompe un po’ il giocattolo, e ciò che viene dopo è pura accademia, per quanto incredibilmente bella. Ma rimane comunque un momento interessante, per quell’immagine crudele e simbolica della bimba che canta, bendata, fingendo di non sapere l’orrore che si sta consumando nella stanza a fianco per colpa sua.

E in ogni caso di cose “storte” ce ne sono sicuramente altre, su tutte una voce narrante che, per quanto possa essere interessante come citazione, non mi è piaciuta per nulla. Due ore stra-abbondanti in cui vestiamo i panni dell’ignoranza, facendo supposizioni, mettendo assieme indizi presi qua e là, terrorizzati proprio perché presi a pedate in faccia da roba che non può neanche esistere, e tutto questo lavoro viene sminuito dalla vocina che fa la spiega. Ma va bene così, alla fine Spielberg lo amo anche perché in ogni suo film ci trovo qualcosa che non mi convince, e mi ricordo che la perfezione non può esistere. Ma cazzo, se ci si avvicina.

Boogeyman


Boogeyman (USA, 2005)
di
Stephen T. Kay
con Barry Watson, Emily Deschanel, Skye McCole Bartusiak

Dopo decenni di epigoni dell’uomo nero, qualcuno ha pensato di raccontarci quello vero. Il babau, proprio, quello che si nasconde nell’armadio e sotto il letto, che si muove nell’ombra e ti può prendere solo se spegni la luce.
Al di là della pensata “geniale”, questo bughimen ha un altro pregio, ed è il tentativo di andare un filino fuori dagli schemi del film di mostri, giocando praticamente fino alla fine sull’ambiguità, non facendoci mai vedere il cattivone e, anzi, proponendo il dubbio che in realtà non ci sia proprio, e si tratti invece di una psicosi partorita dal protagonista per nascondere le sue nefandezze.

Il problema è che da un soggetto se vogliamo interessante han tirato fuori una sceneggiatura zoppicante e l’hanno messa in mano a un cast di attori insulsi e a un regista palesemente incapace. Il risultato, nonostante qualche immagine riuscita (il protagonista che si infila nell’armadio ed esce da sotto il letto, per esempio), è un mediocre bigino di luoghi comuni dell’horror.

Nota di demerito per il prologo, che copia spudoratamente e in peggio quello – stupendo – di Al calar delle tenebre. Ma il peggio arriva alla fine, quando, dopo averci titillati per un’ora abbondante coi dubbi e gli indizi tendenziosi sulla possibilità che l’uomo nero in realtà non ci sia, ovviamente il cattivone spunta fuori per davvero e FA VOMITARE. Ma cazzo, ma se non avete i soldi per fare della CG decente, usate i manichini e gli effetti classici (come nel citato Darkness Falls), che viene sicuramente meglio. Madonna, santa, un mostro tanto ridicolo l’ho visto di rado.

La mia vita a Garden State


Garden State (USA, 2004)
di
Zach Braff
con
Zach Braff, Natalie Portman, Ian Holm

Smemoranda – The Motion Picture
Un inizio interessantissimo, tanto da pensare di stare assistendo all’esordio di un nuovo piccolo fenomeno, lascia spazio dopo una ventina di minuti a un tremendo bigino di tutte quelle scemenze che la quindicenne alla moda appiccica(va?) e scrive(va?) sul diario. Sceneggiatura all’insegna del poetismo ricercato e dei luoghi comuni, personaggi a metà fra la macchietta e l’idiozia pura, dialoghi per lo più risibili. Braff ci racconta la mediocrità sua e di chi gli sta attorno, aggiorna al nuovo millennio l’elogio dello sfigato pseudo-freak per certi versi un po’ Burtoniano e si aggancia maldestramente alla corrente patinato-fighetta dei vari Wes Anderson e compagnia bella, inseguendo lo stesso pubblico ma mostrando decisamente minor estro e, forse, anche minor coraggio. Siamo belli dentro e ormai, rispetto a dieci anni fa, siamo belli anche fuori, sembriamo solo un po’ cretini a chi non capisce la nostra profonda ricchezza interiore.
Premio Jennifer Connelly a Natalie Portman: ogni sguardo straccia il cuore, ogni sorriso lo ricucisce. Peccato solo che il suo personaggio, declamando aforismi da baci perugina, sia il principale colpevole del piattume – comunque visivo oltre che di puro script – in cui il film, dopo il citato bell’inizio, si banalizza e pacchianizza sempre più, affondando gradualmente fino all’inguardabile finale.
Bocciato, a casa, rauss!

Batman – The movies

In occasione della rinascita cinematografica del pipistrello, e complice il fatto che la Rumi non aveva mai visto i vecchi film, mi sono sparato in sequenza i due Batman di Burton e poi, al cinema, il nuovo Begins. Ho preferito evitare gli inciampi di Shumacher, anche perché ricordo distintamente il sentimento “noia” e quello “tristezza” associati rispettivamente al primo e poi al secondo.


Batman (USA, 1989)
di Tim Burton
con Michael Keaton, Jack Nicholson, Kim Basinger

Il primo Batman di Tim Burton forma, assieme a Indiana Jones e il tempio maledetto e Il ritorno dello Jedi, la triade maledetta dei film idolatrati da fanciulletto e che, rivisti di recente, mi hanno mostruosamente deluso. D’altra parte, quando andai al cinema per gustarmi l’uomo pipistrello avevo 12 anni e pochi più ne avevo quando, successivamente, lo infilai nel videoregistratore e non lo levai per lungo tempo. Insomma, di tempo ne è passato, e i gusti cambiano.
Comunque, questo Batman è un pasticciaccio e non mi sono certo stupito quando, dopo averlo rivisto, leggendo un articolo su SFX ho scoperto che Tim Burton racconta le riprese di quel film come un incubo, in cui era costantemente frustrato dalle interferenze di produzione, in cui la sceneggiatura veniva scritta e riscritta e in cui spesso hanno girato improvvisando sul set. Già, perché l’impressione, soprattutto nella prima mezz’oretta, è proprio quella di un film improvvisato, sconclusionato, privo di un filo conduttore, con una serie di “coreografie” messe in fila un po’ a casaccio. E andando avanti la situazione non migliora comunque di molto. C’è sicuramente dell’ottimo, per esempio in un Joker gigione e sopra le righe come del resto il personaggio richiede, e in alcune immagini ancora oggi di bell’impatto (meraviglioso proprio Joker che tira fuori il pistolone per abbattere il jet di Batman). Ma non basta e oltretutto le tante pecche di montaggio e sceneggiatura impediscono di passare sopra alla evidente vecchiaia della pellicola. Come tutti i film trendy e modaioli, Batman mostra follemente gli anni che ha e sotto tanti punti di vista, purtroppo, ciò che era tranquillamente accettabile all’epoca sa oggi di pacchiano. Ma non il pacchiano barocco ricercato palesemente da Burton (e a mio parere trovato nel decisamente più compiuto secondo episodio), quanto proprio un corposo senso di ridicolo involontario. Non un film da bocciare, perché, ripeto, c’è molto di salvabile, ma certamente qualcosa di poco riuscito.


Batman Returns (USA, 1992)
di Tim Burton
con Michael Keaton, Danny DeVito, Michelle Pfeiffer, Christopher Walken

Tutt’altra pasta. Si può non gradire la poetica da quindicenni sfigati di Burton (e in effetti a me ha un po’ rotto le balle), ma questo è comunque un film “vero”, ragionato, ben scritto, riuscito. Come accaduto in tempi recenti con Spider-Man 2 e X2, l’impressione è che i produttori abbiano un po’ mollato la presa, offrendo molta più libertà sulla base del successo del primo episodio e favorendo la nascita di un secondo film molto più personale e, per certi versi, “d’autore”. C’è netta l’impronta di Tim Burton, nella rappresentazione barocca, nel mettere in scena tragedie da quattro soldi di freak più o meno improvvisati, nell’esaltare in qualche modo il valore del diverso. Francamente, sembra la versione riuscita del primo film, perché contiene tutto sommato gli stessi elementi (un Batman quasi farsesco, nel suo atteggiarsi da pomposa icona che si spara le pose, un Bruce Wayne macchiettistico, dei cattivi assolutamente sopra le righe), ma li amalgama in maniera molto più coerente. Anche in questo caso gli anni si vedono, per esempio nelle pettinature, o nell’utilizzo che viene fatto di una colonna sonora comunque davvero ottima (fatico a ricordare un Danny Elfman in seguito altrettanto ispirato), ma va bene così, è inevitabile.

Nel complesso, Burton e compari prendono in mano poco più che un marchio e il mito che gli sta attaccato, rielaborandolo e utilizzandolo a proprio uso e consumo. Totalmente disinteressato alla realizzazione di un adattamento in senso stretto (giusto qualche citazione per solleticare il fan), Burton crea il suo Batman, un personaggio che francamente mi sembra gli interessi poco, e lo riduce a poco più che una macchietta, un pupazzo che vive di luce riflessa, quella dei suoi antagonisti. Svanisce qualsiasi tipo di caratterizzazione umana, a parte l’inevitabile interesse sentimentale, abbastanza buttato lì nel primo film e solo leggermente più sfruttato nel secondo, se non altro per puntare sulla tensione sessuale fra il pipistrello e la gatta, davvero irrinunciabile. Ben più importante, del resto, concentrarsi sui cattivi, molto ben tratteggiati – perlomeno nell’ottica della favoletta Burtoniana – e azzeccatissimi nella scelta degli attori (fra l’altro, ascoltata in originale, la voce di Michelle Pfeiffer in versione porcona è mostruosamente attizzante). Caratteristica, quella dei villain “protagonisti” e molto in parte, che ricordo rimanere anche nei due film di Shumacher, per i quali, almeno da un punto di vista estetico, i quattro cattivi proposti “ci stavano” tranquillamente.
Tutt’altro discorso quello di Batman Begins che, del resto, non a caso apre esplicitamente una nuova saga, che taglia del tutto i ponti col passato.


Batman Begins (USA, 2005)
di
Christopher Nolan
con
Christian Bale, Liam Neeson, Cillian Murphy, Katie Holmes, Michael Caine, Gary Oldman, Rutger Hauer, Ken Watanabe, Tom Wilkinson

Film di alti e bassi, che segue il trend recente di partire dall’inizio, raccontandoci la genesi dell’eroe e approfondendo il personaggio in tutte le sue sfaccettature. Volendo azzardare un paragone coi film di Tim Burton, mi sembra che questo risulti per certi versi loro speculare: dove lì c’era una favoletta che dava ampi spazi al soprannaturale e poneva la messa in scena (e i lunghi intermezzi pirotecnici) sopra a qualsiasi pretesa di credibilità (senza perdere, va detto, una sua certa coerenza interna), questo punta tutto sul realismo e sullo “spiegare” i perché e i percome. Dove nei vecchi film Batman era inesistente e i cattivi rubavano la scena, qua il pipistrellone (col suo alter ego) è il vero e sommo protagonista, mentre gli antagonisti sono poco più che abbozzati. La linea, appunto, è quella di X-Men, di proporre un contesto realistico per una storia tutto sommato poco credibile. Oltretutto, in questo caso, essendo il protagonista privo di super poteri, il giochetto funziona ancora meglio. Bello e molto meno pacchiano di quanto temessi il prologo sulle nevi, con fra l’altro un efficace alternarsi dei due momenti formativi di Bruce Wayne e del crociato incappucciato, ottima e ben approfondita la caratterizzazione del protagonista, splendide ed evocative le immagini col pipistrellone che domina Gotham, davvero potente come non mai. Discutibile la realizzazione delle sequenze d’azione, in cui talvolta si fatica a capire cosa succede. L’idea mi sembra sia di rendere la confusione e il senso di smarrimento che si impadronisce dei criminali quando vengono assaliti da Batman e tutto sommato funziona bene, anche se capisco che possa non piacere. Resto però perplesso per la decisione di girare allo stesso modo il combattimento finale, in cui l’antagonista è tutt’altro che smarrito, anzi, risponde di gusto alle pacchere. Francamente indifendibile l’inseguimento sulla batmobile, neanche tanto per motivi di sceneggiatura, ma perché davvero realizzato male, piatto e privo del pathos che invece quel momento dovrebbe avere, vista la situazione che racconta.
Ottimo [quasi] tutto il cast, con un Bale molto in parte e una banda di gigioneggianti caratteristi impegnati a sbarcare il lunario dando corpo e anima a personaggi un po’ tagliati con l’accetta ma, forse, proprio per questo davvero adorabili. Semplicemente devastanti Gary Oldman e Michael Caine, perfetti, soprattutto in originale. Impresentabile la Holmes, una povera sciacquetta circondata da grandi attori e capace solo di fare smorfie (oltretutto doppiata nella versione italiana dalla sorella scema di Memole).
Nel complesso, un gran bel blockbusterone, che pur con i suoi difetti funziona e mi sembra quantomeno pari, ma probabilmente superiore, al secondo di Burton.
Volendo, anche in questo caso, farne una questione di adattamento, non c’è confronto. Batman Begins è il primo vero tentativo di portare i fumetti di Batman al cinema. E’ un clamoroso minestrone di varie saghe, c’è molto Year One, moltissimo di Long Halloween e Dark Victory e tanti piccoli spunti che sembrano presi da altro. Di fronte all’evasione di massa da Arkham e a un Batman sconfitto nella sua stessa casa, per esempio, è difficile non pensare all’inizio di Knightfall, così come la Gotham isolata e la distruzione di villa Wayne portano alla memoria No man’s land.
C’è tutto, dal personaggio di secondo piano che può riconoscere solo chi “sa” (per esempio Zasz), alla riproposizione papale papale di brani interi di alcune saghe. Peccato per la maledetta Holmes, che sostanzialmente ruba il posto ad Harvey Dent.
Nel film di Nolan, inoltre, la voglia di approfondire la psicologia del protagonista porta alla luce fondamentali tratti caratterizzanti del Batman fumettistico che nei precedenti film erano trascurati, se non addirittura traditi. Per esempio il suo rifiuto assoluto per la soluzione estrema dell’omicidio nel combattere il crimine, la ricerca di giustizia, più che di vendetta, il fondamentale e profondo rapporto di amicizia e stima con Gordon.
E ancora, mentre in Burton i cattivi esistono per i fatti loro, al di là delle solite menate “due facce della stessa medaglia”, qui viene perlomeno accennato un classico tema del fumetto di supereroi: il fatto che, spesso, è la stessa esistenza dell’eroe a ispirare e generare il supercriminale. Per non parlare dell’idea che il pipistrello debba essere un simbolo, un simbolo di terrore. Batman i criminali li fa spaventare a morte e questa cosa era solo accennata nei primi minuti del Batman Burtoniano, mentre qui diventa tema portante, perno attorno a cui ruota tutto il lavoro di Bruce Wayne.
Ottimo Crane: bella la maschera, molto adatto l’attore, con quell’aria un po’ da sfigatello crudele, davvero azzeccata la maniera con cui vengono rappresentate le illusioni. Un po’ “sprecato” Ras Al Ghul, più che altro se si pensa alla ricchezza del personaggio fumettistico, ma in ogni caso trasformato in un personaggio con una sua dignità. Anche carino il modo in cui viene reinterpretata l’immortalità del personaggio, che, se presa in senso letterale, avrebbe forse un po’ stonato col tono realistico del film.
A margine, una stupidina considerazione su Cristian Bale, davvero perfetto per il ruolo. Gran figo, clamorosa faccia da Wayne, splendido mento che emerge dalla maschera, fisicaccio. Io sono sempre stato un supporter di Michael Keaton come Batman, fra l’altro perfetto per *quel* Batman, ma in certi passaggi, soprattutto del primo film, non si può davvero guardare ‘sto nanetto mingherlino in costume che pretende di terrorizzare i criminali.

Infine, le ancor più stupidine considerazioni da fan. Tutti, ma proprio tutti i recenti film di supereroi hanno un momento o due in cui mi scatenano la pelle d’oca, mi mettono addosso i brividi, mi fanno quasi venire le lacrime agli occhi, perché fanno vivere davanti alle mie pupille personaggi e situazioni che da tanti, troppi anni ho imparato ad amare. Batman Begins ha una marea di questi momenti, dal doccione allo svolazzare. Al di là di tutte le menate, questo film a tratti mi ha fatto ridiventare il dodicenne che si esaltava per il bat wing e il quindicenne che ancora un po’ sveniva, fra le moine di Catwoman e il deltaplano fuoriuscito dal mantello di Batman. Va bene così, avanti il prossimo.

Il festival di Cannes a Milano


Complimenti agli organizzatori, che son riusciti per l’ennesima volta a fare in modo che anche per il più stakanovista fosse impossibile vedere tutto. Seguo ‘ste rassegne da quasi dieci anni [si stava meglio quando si stava peggio] ed è sempre stato così, ormai ne ho preso atto, ma un conto è quando i film sono cinquanta ed è umanamente impossibile gestire la cosa. Se ne rimane fuori solo uno per una mezz’oretta, girano un po’ le palle. Perlomeno stavolta sono stato costretto a tagliare solo un film, oltretutto quello del regista di O Fantasma (Venezia 2000), che a suo tempo mi fece vomitare. Chiedo gentilmente di farsi i cazzi suoi a chiunque stia per intervenire dicendo che ho fatto male perché Odete è un capolavoro.

In generale, mi sembra che la durata della cosa (e di riflesso la quantità di film) stia tendendo al ribasso. Tutto sommato se, come sembra, a finire scremate sono soprattutto le mattonate iraniane o pseudo tali, non mi lamento. Certo, a ‘sto giro si son visti un po’ troppi film già usciti nelle sale, ma d’altra parte era praticamente tutta roba che non avevo visto, quindi per me va bene così. Unica eccezione, Sin City, che ho visto un mese fa e non mi metterò certo a ricommentare qua, che tanto se ne è già parlato abbastanza.

A margine, sottolineo l’interessante idea di prestare fede al nome “Cannes e dintorni” proponendo anche i dintorni. Con la rassegna di Venezia da qualche anno risolvono infilandoci anche quella di Locarno, qui han fatto un po’ un minestrone, proponendo La piccola Lola (che non so cosa c’entri), La samaritana (Orso d’argento per la miglior regia a Berlino l’anno scorso) e The Syrian Bride (premio del pubblico a Locarno 2004).

Penso si possa inoltre dire che la rassegna abbia bene o male rispecchiato le tendenze del festival “vero”: molto Estremo Oriente e poca Francia (perlomeno rispetto a quello che ci si potrebbe attendere). Battutissima la Quinzaine des Realisateurs, meno bene coi film in concorso (otto su ventuno, ma perlomeno si son visti Palma d’oro, miglior regia e premio speciale della giuria, non succede sempre), quasi del tutto ignorata la sezione Un certain regard (giusto due film, uno dei quali comunque premiato) e un solo – ottimo – film fuori concorso. Si può fare di meglio, soprattutto “spiace” che siano rimasti fuori un po’ di film che temo difficilmente saranno distribuiti in Italia (tipo quello di Johnnie To). Ma vabbè, son sempre 29 film a 29 Euro, non mi lamento.


Giovedì
CONCORSO
Quando sei nato non puoi più nasconderti
di Marco Tullio Giordana (Italia)
Mi aspettavo una cosa completamente diversa, un peana di un’ora e mezza sull’imparare che in fondo i poveracci degli altri popoli son bravi, anche se diversi, ma la loro cultura è bellissima. Con triste addio finale. Invece il periodo di convivenza forzata è tutto sommato brevissimo e il film parla quasi d’altro. In questo sono rimasto stupito, ma è più un problema di preconcetto mio, che una vera e propria dote del film. In ogni caso, pur da bigino di luoghi comuni sugli infidi immigrati (che poi i luoghi comuni un qualche fondo di verità ce l’hanno sempre), mi è sembrato un buon film, a suo modo “neutro”, che racconta sostanzialmente un episodio e lo fa senza eccessivi poetismi o vittimismi. Ben lontano dalla bellissima prima metà de La meglio gioventù, ma per fortuna anche altrettanto lontano dall’impresentabile seconda metà.

QUINZAINE DES REALISATEURS
Tbilisi-Tbilisi
di Levan Zakareishvili (Georgia)
Un delirio inutile, su un regista rincretinito che osserva persone a caso per strada e ci costruisce sopra una sceneggiatura per il suo prossimo film. La realtà è a colori, la finzione è in bianco e nero, io dalla noia son diventato daltonico. Finale metacinematografico completamente a caso, al termine di una mattonata da un’ora e mezza in cui ogni minuto ne dura dieci.

CONCORSO
Shanghai Dreams
di Wang Ziaoshuai (Cina)
Premio della giuria
Tipica storiella di figlia adolescente frustrata da un padre che, accecato dal desiderio di farle avere una vita migliore della propria, le scassa gli zebedei senza tregua, frustrandole la nascitura vita sessuale. Il periodo è quello dei primi anni Ottanta e il film ci racconta di come molte famiglie cinesi “invitate” dal partito a trasferirsi in campagna vivevano il sogno di tornare in una Shanghai in colossale ripresa economica. Il tono oscilla fra il leggero dramma adolescenziale e la commedia (divertentissimi tutti i momenti dedicati ai ragazzini che vivono le mode del periodo in chiave cinese). Più ci si avvicina alla fine, però, più s’incupisce, con un finale da uscire col magone. Fra i migliori della rassegna.

CONCORSO
Don’t Come Knocking
di Wim Wenders (Germania)
Esaltazione dello stile di vita Marlboro Country, realizzata con la stessa fotografia della relativa pubblicità da un tedesco che secondo me un po’ rosica per non essere nato John Wayne. Wenders torna a scrivere con Sam Shepard e tira fuori un film che ci mostra quanto sia figo fare i cowboy alcolizzati, che sì, possono saltare fuori dei problemi, ma tanto alla fine bastano un paio di ammiccate per risolvere tutto, anche il conflittuale rapporto padre/figlio. E così pure il desiderio di paternità è soddisfatto. Immensamente meglio rispetto a quella colossale coglionata di La terra dell’abbondanza, grazie soprattutto alla sceneggiatura scrita a quattro mani (ma sono un po’ deviato dal tema, senza dubbio nelle mie corde) e al cast azzeccatissimo. Tante belle facce intriganti, tutti bravi attori, tutti molto in parte. E di averli fatti rendere al meglio bisogna senza dubbio dare atto a Wenders. Certo, bisogna anche spiegargli che fare il giro del trullo con la macchina da presa per due ore di fila non è proprio una gran trovata di regia. Fra l’altro Wenders era presente in sala prima della proiezione e si è rivelato nettamente più simpatico dei suoi film.


Venerdì
QUINZAINE DES REALISATEURS
Factotum
di Bent Hamer (Germania/USA/Norvegia)
Film più o meno ispirato a Bukowski, di cui purtroppo ho letto poco o nulla. Non sono quindi in grado di fare confronti diretti con le opere citate dai titoli di testa, ma le atmosfere e i personaggi mi sembrano abbastanza aderenti a quel poco che ne so. Matt Dillon interpreta Henry Chinaski, un fancazzista che ciondola fra un lavoro e l’altro, facendosi continuamente licenziare, bevendo come un disperato e scrivendo racconti brevi nel (poco, eh… ) tempo libero. Ottimo Dillon, adorabile e con una voce da bronchite avanzata, gustoso un po’ tutto il cast (Marisa Tomei e Lili Taylor le due amanti). Divertentissimo quando la butta sul ridere, fa anche un po’ sbadigliare.

QUINZAINE DES REALISATEURS
Cache Cache
di Yves Caumon (Francia)
Una famigliola francese acquista una villa abbandonata in campagna e la ristruttura per stabilircisi nei periodi di ferie, ma il pezzente che la occupava (discendente dei precedenti proprietari) si nasconde nel pozzo e pianifica azioni di disturbo per cacciarli senza farsi scoprire. Ne viene fuori una sequela di equivoci e di gag più o meno fisiche e molto francesi. Filmetto leggero e senza pretese ma divertente, scorre tranquillo fino al finale aperto. Spettacolare la faccia del pezzente. Gli occhi, soprattutto.

La piccola Lola
di Bertrand Travernier (Francia)
“Importante” film dossier che racconta l’odissea di una coppia di francesi che, impossibilitati a cagar figli per la sterilità di lei, si giocano la carta dell’adozione internazionale. I due, dopo aver oltrepassato un primo inferno burocratico, vanno quindi in Cambogia a cercar fortuna e cozzano coi casini del luogo e con altre coppie di stronzi alla ricerca di un poppante. Due ore anche interessanti, ma condite dalla frustrazione di stare seguendo le avventure di due schizoidi insopportabili. Indifendibile lei, alla lunga fastidiosissimo anche lui, così come è irritante la traccia di sangue lasciata dall’accetta con cui sono stati tagliati tutti gli altri personaggi. Addirittura da orticaria i momenti in cui i due dementi francesi registrano su nastro messaggi che non sfigurerebbero nella posta di Cioè per farli ascoltare un giorno al futuro figlio. Peccato per la confezione, perché l’argomento era comunque interessante e infatti il film regge proprio per la curiosità di saperne di più.


Sabato
The Syrian Bride
di Eran Riklis (Francia/Germania/Israele)
Premio del pubblico al festival di Locarno 2004
Bella commedia agrodolce, mai pesante, misurata nei toni, con una gran cura per l’immagine, un cast azzeccato, almeno un paio di ottimi attori e senza troppi fastidiosi ammiccamenti da film impegnato festivaliero. Certo, nulla di nuovo: che al confine si parlassero col megafono s’era capito anni fa, i casini derivati da una burocrazia impazzita ce li avevano già spiegati Asterix & Obelix e la famigliola dei protagonisti è stereotipata ai limiti dell’irritante. C’è il babbo buono ma integerrimo, cè il figlio cazzone col macchinone, c’è il fratello quattrocchi rinnegato per motivi religiosi, c’è la donna [“bella ma non figa perchè di una bellezza particolare e bellissima” che è molto intensa e orgogliosa e intelligente e ha il marito che rompe le palle perché i vicini gli rompono l’anima ma lei comunque andrà all’università e comunque a nostra figlia non devi rompere i coglioni anche se fa petting con l’attivista]… c’è insomma tutto quello che ci deve essere, compreso il poliziotto cretino. Certo, invece che puntare al far vedere il degrado della società con un po’ di disgrazie, le situazioni di crisi finiscono praticamente tutte a tarallucci e vino, ma non per questo son meno luoghi comuni. Comunque, intendiamoci, il film resta ottimo, funziona, è senza dubbio furbetto, ma tocca le corde giuste e sa divertire e commuovere proprio grazie al suo non schierarsi quasi mai apertamente verso l’uno o l’altro registro. Perde solo un po’ il filo nel finale “fintamente” aperto: in realtà cosa succederà ci è stato detto chiaro e tondo, ma era troppo meglio fare la figata con l’immagine poetica della sposa che cammina verso il soldato e la donna orgogliosa che trattiene le lacrime marciando verso l’infinito.

FUORI CONCORSO
A bittersweet life
di Kim Jee-Won (Corea del Sud)
L’ormai immancabile film pseudo-poliziesco coreano, questa volta dai toni tutto sommato ben più pacati e “moderati” rispetto a quelli visti negli ultimi due/tre anni. L’esempio più attuale è chiaramente Old Boy (Cannes 2004), ma qui l’idea è diversa: meno esercizio di stile, più racconto. Non per questo mancano passaggi spettacolari e in generale il film rimane un piacere per gli occhi. Proprio la maggiore attenzione per i personaggi e la narrazione, con il solito gusto orientale per il melodramma, me lo fa preferire. C’è più misura, non solo nella regia, ma anche nel calcare i toni drammatici, quasi mai sopra le righe, nonostante l’assunto iper-romantico (la solita storia, va tutto a puttane per amore, in questo caso pure assolutamente non ricambiato). Anche stavolta, però, una sforbiciata non ci starebbe male, più che altro nella parte finale, un po’ troppo tirata per le lunghe. E non a caso è proprio qui che si sbraca un po’ sul melodramma, con quegli ultimi minuti che ho trovato davvero di troppo.

QUINZAINE DES REALISATEURS
The iron island
di Mohamad Rasoulof (Iran)
Il classico film iraniano da festival. Due palle come una casa. Interessante l’idea della vita sulla nave arrugginita, ma RuMiKa russava lo stesso.

QUINZAINE DES REALISATEURS
Travauz, on sait ca commence
di Brigitte Rouan (Francia)
Un po’ Mary Poppins, un po’ commediola francese, un po’ musical, un po’ velatissima denuncia sociale sulle solite menate di immigrati nell’oltralpe. Simpatica e autoironica Carol Bouquet, parecchie trovate divertenti, ma anche parecchi momenti di stanca. In generale, ho un po’ in antipatia una certa commedia dell’assurdo alla francese e forse anche questo mi impedisce di gradire del tutto il film.


Domenica
QUINZAINE DES REALISATEURS
Sisters in Law
di Kim Longinotto e Florence Ayisi (Gran Bretagna)
Premio Art & Essai Cicae
Documentario girato in presa diretta sull’attività di un avvocato e un giudice (donne) impegnate a Cumba, un piccolo villaggio nel sud-ovest del Cameroon. I casi riguardano tutti maltrattamenti subiti da donne del paese: una bimba picchiata dalla zia, un’altra stuprata da un vicino e un po’ di mogli che subiscono i rispettivi mariti. Il classico spaccato interessante sulla condizione delle donne. Bello, interessante per davvero, piacevole perché capace di mantenere un tono leggero nonostante i temi pesantucci. È importante il tono leggero. Specie quando si arriva al quarto giorno.

Ride the high country
di Sam Peckinpah (USA)
Non ho ben chiaro cosa c’entrasse (han fatto una retrospettiva di Peckinpah a Cannes?), ma è comunque solo ottimo aver visto questo bel western del ’62. Sorvolando sulla colonna sonora che, vabbè, temo sia fra le prime cose a invecchiare in un film, il resto è tutto eccellente. Bel cast, regia molto evocativa, ma soprattutto sceneggiatura spumeggiante, che gioca sugli stereotipi, riesce a tenere un tono epico nonostante i chili di autoironia e ci presenta due splendidi cowboy vecchi, stanchi e impacciati. Adorabile.

UN CERTAIN REGARD
The Bow
di Kim Ki-Duk (Corea del Sud)
A cinque anni da Seom (Venezia 2000), Kim Ki-Duk torna a raccontare di gente che vive galleggiando sull’acqua, con una favoletta a tratti deliziosa su un vecchio pescatore che salva una bimba di sei anni e la tiene a vivere con lui sulla sua barca, allevandola e sognando di sposarla. Una fiaba che oscilla continuamente sul delicato confine fra poetico e ridicolo, anche e soprattutto a causa di una colonna sonora che temo risulti un po’ troppo “esotica” alle orecchie occidentali. I chilometri son tanti e questo è uno dei casi in cui tendono a essere troppi.

QUINZAINE DES REALISATEURS
The Buried Forest
di Kohei Oguri (Giappone)
Il riassunto di tutti gli stereotipi e i luoghi comuni che si possano tirare fuori sul cinema giapponese. Macchina da presa ferma, primo piano, paesaggio, dialoghi degni di un haiku da De Crescenzo, situazioni prive di senso. Molto più interessante osservare le reazioni della Rumi al mio fianco: dopo cinque minuti scatta la dichiarazione: “io dormo”. Da lì, un’escalation: al decimo si addormenta e le pende pericolosamente la testa verso il corridoio centrale, al quindicesimo si appoggia sulla mia spalla, al ventesimo si passa allo sguardo vitreo e alla bavetta alla bocca, al venticinquesimo mi ritrovo di fianco Sadako. Al trentesimo vedo uno scarafaggio uscirle dal naso e capisco che è il momento di andarcene.


Lunedì
CONCORSO
L’enfant
di Jeanne-Pierre e Luc Dardenne (Belgio/Francia)
Palma d’oro
Il solito film da festival europeo, una storia di piccoli/grandi drammi quotidiani, che si incentra nel caso specifico su un debosciato e sui vari modi in cui riesce a portare sempre più in miseria la vita sua e di chi gli sta attorno. Fotografia sciatta a tema col racconto, riprese da camera a spalla, totale assenza di spettacolarizzazione e di moraline facili. Le solite cose, comunque ben fatte, sostanzialmente il film che ti aspetti vinca la Palma d’oro. Mi lascia perplesso il finale, con quel rassicurante tentativo di dire “ma va, tranquilli, alla fine vince il bene”.

QUINZAINE DES REALISATEURS
Geminis
di Albertina Carri (Argentina)
Un film talmente brutto da sembrare italiano.

QUINZAINE DES REALISATEURS
Crying Fist
di Ryoo Seung-Wan (Corea del Sud)
Premio Fipresci
Tae-Shik è un uomo sui quarant’anni abbondantemente preso a calci in faccia dalla vita. La sua attività commerciale è andata in fallimento per un incendio, la sua famiglia è allo sbando e lui si guadagna da vivere (ma più che altro paga i debiti) inscenando numeri da baraccone per strada. Unici motivi di attaccamento alla vita, il figlioletto adorato e la medaglia d’argento conquistata nel pugilato ai giochi asiatici del ’90. Sand-Hwan è un teppistello che vive con il padre e la nonna e li fa andare di matto. Trascorre le giornate rubacchiando e, un giorno, fa il passo più lungo della gamba e si ritrova chiuso in riformatorio. I nostri eroi troveranno il riscatto nella boxe e affronteranno un torneo amatoriale catartico. Un po’ Rocky, un po’ Karate Kid, volendo anche un po’ Ragazzo dal kimono d’oro, Crying Fist racconta, pare, una storia vera, infarcendola di tutti i crismi del film sportivo carico di retorica, solo realizzato alla coreana. Quindi la solita gran cura dell’immagine (davvero bello un piano sequenza sul ring verso la fine) e il solito disperato romanticismo. Bellino, però ‘sti musi gialli davvero devono imparare a usarle, le forbici.

QUINZAINE DES REALISATEURS
La moustache
di Emanuel Carrère (Francia)
Il film si apre su Marc, il protagonista, che si taglia i baffi. A quanto pare li ha sempre portati e non vede l’ora di conoscere le reazioni altrui. Moglie e amici, però, non notano la novità, anzi, di fronte a domanda diretta sostengono che lui non abbia mai portato i baffi. La prima mezz’ora di film è divertentissima, fra lui che cerca di farsi notare e gli altri che non capiscono cosa ci sia che non va. Poi il tutto devia verso atmosfere in stile Lynch, abbandona i toni da commedia e racconta un affascinante crollo verso il delirio del protagonista. Un po’ sconclusionato il finale, sembra quasi che lo sceneggiatore non sapesse come tirare le fila del discorso.


Martedì
CONCORSO
Last Days
di Gus Van Sant (USA)
Premio per il design sonoro o qualcosa del genere
Gli ultimi giorni di vita di un coglione che si è ridotto allo stato di larva umana. L’unico motivo per arrivare al termine della visione è rappresentato dal desiderio di vederlo finalmente morto.

CONCORSO
La battaglia nel cielo
di Carlos Reygadas (Francia/Messico/Belgio)
Un messicano obeso si fa fare un soffocone da una bionda coi capelli sporchi. Primi piani dell’atto. – TITOLO – Il messicano obeso si trova in un sottopassaggio, assieme alla moglie. Gestiscono una bancarella di oggettini vari e chiacchierano del più e del meno (la morte del figlio, per esempio) mentre in sottofondo si ascolta un fischio identico a quello della friggitrice di McDonald’s. – STACCO – Il nostro amico messicano va all’areoporto a prendere la bionda vista in apertura. Se la vuole trombare. Felice per questo suo desiderio, mi metto a dormire. Mi sveglio mezz’ora dopo e vedo il nostro eroe nudo a letto al fianco di una sua simile. Mi alzo e me ne vado. Noto che ad altri ‘sta roba è piaciuta molto, boh, forse ero stanco o non ero dell’umore adatto.

QUINZAINE DES REALISATEURS
Wolf Creek
di Greg McLean (Australia)
Ottimo horror crepuscolare sulla falsariga del Non aprite quella porta originale. Del film di Tobe Hooper riprende il “ricamare” su fatti/situazioni reali e il taglio a tratti quasi documentaristico, che però in quel caso era senza compromessi, mentre qui cede il passo a un certo strato di patina superficiale. Belle immagini, attori “adatti” e sceneggiatura solida, che una volta tanto non si limita a presentarci un cast talmente insopportabile da desiderare che venga squartato. Cruda e senza fronzoli la parte strettamente horror, priva di spettacolarizzazioni, ma con la sola fredda cronaca degli ammazzamenti. Una inquietante e sana boccata di aria fresca in una giornata altrimenti soffocante.

UN CERTAIN REGARD
Delwende
di S. Pierre Yameogo (Burkina Faso/Francia/Svizzera)
Premio della speranza
Un interessante spaccato sulla situazione della donna (questa cosa devo averla già scritta) in Africa. Interessante per scoprire usi e costumi, abitudini più o meno apprezzabili e situazioni sociali del Burkina Faso. Di sicuro è un importante film di denuncia. Però cinematograficamente siamo al livello dei filmini che facevo al liceo coi miei compagni di classe. Toh, questi usano il carrello e la gru.


Mercoledì
CONCORSO
Caché
di Michael Haneke (Francia/Asutria/Italia)
Premio per la miglior regia
Intrigante e inquietante, caratterizzato dai soliti tempi esasperanti di Haneke, ma appassionante per il soggetto e per il modo in cui viene sviluppato. Lascia molto di non detto (pare una costante del festival, assieme agli spaccati sulle donne :D), ma va bene così. Nel complesso, è forse l’Haneke che mi convince di più dai tempi di Funny Games.

QUINZAINE DES REALISATEURS
Guernsey
di Leopold Nanouk (Paesi Bassi)
Nei Paesi Bassi parlano come i personaggi di The Sims.

La Samaritana
di Kim Ki-Duk (Corea del Sud)
Orso d’argento per la miglior regia a Berlino 2004
Eccolo, Kim Ki-Duk ha fatto la fine di Kitano, si è messo a fare i film pensati e progettati per compiacere il pubblico e le giurie dei festival europei. La Samaritana sembra il tentativo del regista coreano di fare un film dei Dardenne: raccontino squallido, fotografia “spenta”, esistenze piatte e sciatte. Il tutto è ovviamente filtrato dalla sua visione, con quegli improvvisi scatti di violenza e quell’uso “ripetitivo” della colonna sonora, ma l’autore che mi aveva fatto innamorare con il fulminante Address Unknown (Venezia 2001) mi sembra stia ormai andando alla deriva. Anzi, a dirla tutta, comincio a temere che quel film fosse un caso abbastanza isolato.

Room
di Kyle Henry (USA)
Un bigino su “come prendere un soggetto interessante e un’ottima attrice e mandare tutto in vacca grazie a una sceneggiatura inconcludente e a una regia stucchevole”. L’ennesimo cretino che pensa di poter stracciare le gonadi degli indifesi spettatori solo perché ha messo le mani su una videocamera digitale. Dovete morire. Tutti.

Cose a caso