The Interpreter



The Interpreter (USA, 2005)
di Sidney Pollack
con Nicole Kidman, Sean Penn, Catherine Keener

Perché quando si parla di Africa e relativi problemi bisogna scivolare così tanto nella retorica e nel banale?

Perché si devono mettere in bocca ai personaggi solo frasi scolpite nella pietra?

Perché i protagonisti (e non solo loro) devono essere così forzati da sconfinare nella macchietta?

E’ impressionante quanto in questo The Interpreter ricordi The Constant Gardener, anche se perlomeno qui manca l’insopportabile patina caramellosa che ricopre le immagini del film di Meirelles. E più in generale, The Interpreter ha il gran pregio di funzionare alla perfezione quando si limita a fare il thriller – per esempio nell’ottima sequenza del triplo pedinamento – e non si preoccupa del messaggio “importante” o della ridicola caratterizzazione dei due protagonisti, peraltro ben interpretati dai sempre gradevoli Sean Penn e Nicole Kidman (in modalità cavallona gnocca, che non guasta mai).

Peccato per il resto, davvero fastidioso.

Annunci

Rompiamo il ghiaccio

Da qualche tempo, non so quanto, ma di sicuro da qualche giorno, giocherello con la voglia di creare un mio blog. Forse perché ultimamente mi sono appassionato alla lettura di blog come quelli di Luttazzi e Beppe Grillo, forse semplicemente perché alla fine pure io sono una vittima delle mode.
In maniera totalmente casuale, a sottolineare ancora una volta la bellezza delle combinazioni e il fatto che un qualche Dio c’è, e si diverte un sacco, proprio oggi il Della mi ha detto in ICQ che dovrei iniziare a gestire un mio blog. L’invito è sorto nel mezzo di un discorso più ampio, che riguardava il mio lavoro e le mie passioni, ma intanto è andato a segno, visto che mi sono messo a farlo, ‘sto benedetto blog.
Mentre noto che il timore di non sapere cosa scrivere sta velocemente lasciando spazio alla mia proverbiale logorrea, dico a quei quattro disperati che stanno leggendo che qua dentro parlerò di qualsiasi cosa mi passi per la testa, spesso riciclando senza ritegno i post su cinema, videogiochi, musica, sport e chissà cos’altro che scrivo per newsgroup come it.fan.studio-vit e it.arti.cinema. Altre volte, come in questo caso, partorirò dal nulla.

Se qualcuno avrà voglia di leggermi, bene, altrimenti bene lo stesso, che tanto il blog lo faccio per me stesso.

Vediamo che succede.
Saludos.

Elizabethtown


Elizabethtown (USA, 2005)
di
Cameron Crowe
con
Orlando Bloom, Kirsten Dunst, Susan Sarandon

La Smemoranda, quella maledetta agenda che raccoglie i pensierini dei cabarettisti e quelli delle proprietarie. Una quantità immane di cazzate, ma cazzate modello baci perugina. E le frasi intense, e i pensieri famosi, e gli aforismi, e le citazioni colte… le cazzate, insomma.

Ecco, anni di Smemoranda e/o fatti assimilabili, presi, frullati, compressi e infilati su per il culo di Kirsten Dunst, che dà poi libero sfogo al tutto interpretando un personaggio insostenibile, il testamento alle parole – chiaramente scolpite nella pietra – pronunciate da Michael Wincott/Philo Grant in Strange Days: “le puttane devono aprire bocca solo per far pompini”. Lei e il suo atteggiamento simpatico e un po’ pazzo, strano ma divertente, adorabile e ammiccante, un po’ puttana e un po’ zoccola. Vai affanculo.

Cameron Crowe, un povero stronzo sfigato che si deve sentire una specie di nuovo Woody Allen, con ‘sta storia di usare sempre se stesso come protagonista di tutti i suoi film. Ecco, questo demente rockettaro, che pure qualcosa di decente (seppur piacione e leziosetto) con Almost Famous aveva fatto, prende tutto questo e lo mette assieme alla sua maniera, dandogli quindi quell’aria da intenso film festivaliero, che ammalia perché racconta situazioni da spot Mulino Bianco, confezionandole però in stile Sundance.

Il risultato è una merda mostruosa, un film divertente per dieci minuti e poi fastidioso, insopportabile, stucchevole, piatto e ridicolo.

Ogni tanto c’è qualche idea, qualche battuta divertente, un momento magari anche evocativo, ma tutto viene sempre, sistematicamente, matematicamente rovinato per creare l’ennesimo videoclippino. E non me ne frega un cazzo se la famiglia e lo stile di vita del Kentucky sono ben tratteggiati, o se il road trip finale dipinge alla grande scorci di America: per quello ci sono i canali 400 di Sky, la Routard e, per dio, le cazzo di vacanze. E che il prologo, con quel simpaticissimo Alec Baldwin, sia pure bellino, così come qualche battuta ogni tanto, me ne frega ancora meno. Anzi, mi fa pure incazzare il doppio, perché tutto il resto che c’è nel film fa VOMITARE. Fanno vomitare i personaggi, fanno vomitare le situazioni, fa vomitare il taglio cool/romantico/fintoautoironico, fa vomitare il monologo di Susan Sarandon.

Una roba imbarazzante e vergognosa, un film che potenzialmente, anche solo per i temi trattati, mi sarebbe dovuto piacere a randa, e che forse proprio per questo mi ha smonato più del dovuto.

In ogni caso, caro Cameron Crowe, te ne devi andare affanculo.

Te ne devi andare affanculo tu e se ne deve andare affanculo Orlando Broom (sì, Broom, come la scopa che ha evidentemente infilata su per il culo), che passa tutto il tempo con dipinta in faccia una particolare espressione di Legolas. Quella che ne La compagnia dell’anello assume poco dopo la morte di Gandalf, quando sono sui ghiacci e lui è lì che sembra non capire bene questo fatto della morte. Ecco, sembra non capire bene. Esattamente come Ewan Mc Gregor nei tre Guerre Stellari, con quella faccia perplessa di chi sta recitando davanti a uno schermo blu. Quella cosa da “ma che cazzo sto facendo?”.

Probabilmente quella stessa espressione ce l’aveva addosso pure Cameron Crowe mentre girava Elizabethtown, un vero pastrocchio senza capo né coda. Sempre con ‘sta estetica vintage che ormai definire di maniera sarebbe riduttivo, sempre a infilare dappertutto canzoni, a forza, in maniera casuale, anche dove non c’entrano nulla, sempre alla ricerca del facile sentimento, a rovinare ogni minimo spunto interessante per piazzare il momento emozionante, con la musica che sale assieme al battito del cuore.

E i tre finali arrotolati, che ogni volta sembra stia per arrivare la liberazione e ogni volta capisci che il supplizio non è ancora finito.

HAhahahahah, ma poi, insopportabile, in questo momento, mentre scrivo, c’è una deficente in costume da bagno su un’isola che dice stronzate dalla TV accesa qua di fianco (non è colpa mia, lo giuro) e, per dio, è ESATTAMENTE lo stesso genere di stronzate che vengono emesse dal visino da schiaffi di Kirsten Dunst per tutto il film.

Cameron Crowe, hai pure una faccia di merda, vai a cagartela nei prati.
Vai a cacare, e fallo per davvero.
Vai affanculo.

Ti odio, per la madonna.

Non vado al cinema per quasi due mesi e, quando finalmente ci torno, mi devo sorbire due ore di questa merda.
Cristo, che fastidio.

V A F F A N C U L O

Weekend mannaro


L’ululato
The Howling (USA, 1981)
di
Joe Dante
con
Dee Wallace-Stone, Patrick Macnee, John Carradine

Sono passati 25 anni e, purtroppo, si vedono tutti. Forse è il basso budget a limitare la longevità “estetica” di questo film, oppure è solo l’incapacità di chi ne ha curato l’immagine, ma resta il fatto che la maggior parte di ciò che si vede fa al massimo tenerezza. Non bastassero i capelli cotonati e la fotografia zuccherosa, la colonna sonora paninara distrugge ogni minima speranza di riuscire a creare un po’ di atmosfera inquietante (dramma, quello delle musiche, che purtroppo accomuna anche film di molto superiori come il primo Nightmare). Ed è un peccato, perché il soggetto è interessante, qualche breve momento horror riuscito c’è e in generale non mancano neanche le idee (il finale, per esempio, sarebbe solo ottimo, se il lupo mannaro non sembrasse Poochie). Forse il problema vero è che l’elemento satirico ha spinto Joe Dante a prendersi un filo troppo sul serio, finendo per scadere un po’ nel ridicolo involontario. Alla faccia di chi dice che i remake non servono a una fava, una versione aggiornata di ‘sto film potrebbe essere solo eccellente, anche perché è probabile che venti e oltre anni fa l’effetto generale fosse ben diverso.


Un lupo mannaro americano a Londra
An American Werewolf in London
(USA, 1981)
di John Landis
con
David Naughton, Jenny Agutter, Griffin Dunne

Parecchi anni fa vidi per la prima volta questo film su Telepiu. Era introdotto dal commento del barbetta che faceva sempre i suoi comizi prima dei film d’autore. E, subito prima del film, c’era un “cartello” che recitava più o meno “questo film non potremmo farvelo vedere perché è vietato ai minori di 18 anni, ma il valore artistico è talmente alto che, pur di farvelo vedere, l’abbiamo tagliato”. Da allora l’ho sempre rivisto in quella versione, che avevo registrato, e mi sono sempre chiesto che caspita ci fosse di censurato, visto che comunque era abbastanza sanguinario. Guardandolo in DVD l’altro giorno, finalmente ho svelato l’arcano: avevano tagliato le immagini del film porno nella scena al cinema, tarpando peraltro le ali a un’idea azzeccatissima. Comunque, su una cosa avevano decisamente ragione: Un lupo mannaro americano a Londra è un capolavoro. Mamma mia che film! A parte il fatto che, pur essendo stato realizzato nello stesso anno de L’ululato, dimostra almeno una decade in meno, è semplicemente impressionante come riesca, dopo tutto questo tempo, ad essere ancora così fresco ed efficace sotto ogni aspetto. Un film che riesce a farti sbellicare dal ridere, a gelarti il sangue nelle vene, a commuoverti con la tragedia che racconta. Il prologo è di una bellezza micidiale, anche perché racchiude assieme tutte e tre queste componenti in maniera magistrale. Ma tutto il film è perfetto, agghiacciante nella sua semplicità. Splendida la colonna sonora, utilizzata benissimo e con un gusto ironico meraviglioso. Eccellenti gli effetti speciali, con una trasformazione che fa male solo a guardarla e che caga in testa alle ridicole bolle de L’Ululato. Mai una battuta fuori posto, un eccesso di retorica, un’esagerazione umoristica. Schietto, crudo, realistico. Un capolavoro. Impressionante. L’ho visto tre giorni fa e ho già una voglia pazza di rivederlo.


Dog Soldiers (GB, 2002)
di
Neil Marshall
con
Sean Pertwee, Kevin McKidd, Emma Cleasby, Liam Cunningham

Dopo averne letto per due anni, dopo aver visto l’ottima opera seconda di Marshall (The Descent, all’ultima Venezia), finalmente recupero questo Dog Soldiers. Sorta di rielaborazione in chiave militar-mannara della favola di Riccioli d’oro, Dog Soldiers sotto un certo punto di vista potrebbe ricordare L’ululato (budget ridotto, lupi mannari, regista sconosciuto) e non è escluso che fra vent’anni risulti altrettanto datato. Ma, per il momento, pur coi suoi evidenti limiti, funziona. Marshall appare francamente limitato dai problemi di budget e il cuore del film, ovvero la parte ambientata in casa, da l’impressione di volere, ma non potere fino in fondo. Siamo insomma ben lontani da un Sam Raimi, che dalle difficoltà del poverissimo esordio traeva la forza per realizzare un horror innovativo e dirompente. Marshall si limita a mostrare una buona conoscenza dei meccanismi del genere e a sfruttarli, ma sembra eccellere più nella scrittura dei personaggi che altro. La sequenza più tesa, a conti fatti, è quella in cui viene ritrovato il Capitano Ryan, nella foresta, prima che inizi il film vero e proprio, e i “colpi di scena” sono quasi tutti abbastanza telefonati. Marshall, però, consapevole forse di muoversi pericolosamente sull’orlo della trashata, affronta il tutto con badilate di autoironia e proprio per questo il film travalica i suoi limiti e convince. I dialoghi sono curatissimi e divertenti e non disdegnano qualche citazione (evidenti Matrix e Un lupo mannaro americano a Londra). Nel complesso un buon esordio, specie se osservato col “senno di poi” dell’opera seconda: liberato dalle costrizioni, in The Descent Marshall ha realizzato un film eccellente, senza un attimo di respiro.

Jurassic Park – La trilogia


Jurassic Park (USA, 1993)
di
Steven Spielberg
con
Sam Neill, Laura Dern, Jeff Goldblum, Richard Attenborough
Son passati dodici anni dall’uscita di questo film, dodici anni in cui gli effetti speciali hanno fatto passi da gigante, come del resto testimoniano gli altri due film del cofanetto, eppure il primo episodio della trilogia giurassica regge incredibilmente bene anche alla distanza. Merito senza dubbio di Spielberg, che qui ritrova in parte le atmosfere de Lo squalo, dando alla pellicola un taglio horror che francamente non ricordavo così forte. La punta si raggiunge nella sequenza del T-Rex, incredibilmente tesa e riuscita, senza dubbio la punta massima del film.

Ma è la pellicola per intero che funziona ancora benissimo, pur con qualche momento un po’ troppo “bambinesco”. L’inizio è costruito alla perfezione, crea aspettativa e, pur avendo ormai visto i sauri in mille salse, riesce ancora a rendere quel senso di meraviglia della prima volta. Poi, come sintetizza meravigliosamente Ian Malcolm nel secondo film, cominciano le urla. E il carrozzone funziona alla grandissima, anche se la parte del tentacolo alien… dei raptor in cucina è meno efficace rispetto alla stordente potenza del T-Rex. Ad ogni modo, un signor film, divertentissimo, con una grandissima colonna sonora e con tante belle immagini entrate ormai nell’immaginario collettivo (l’acqua nel bicchiere smossa dai passi, il Rex nello specchietto, il raptor in controluce dietro il telo… ). Menzione d’onore per Samuel L. Jackson: chissà se prima di essere ucciso dal raptor ha provato a recitargli un brano di bibbia.


Il mondo perduto
The Lost World – Jurassic Park (USA, 1997)
di
Steven Spielberg
con
Jeff Goldblum, Julianne Moore, Pete Postlethwaite, Vince Vaughn

Molto, ma molto meglio di come me lo ricordavo. Un secondo capitolo all’altezza del primo, forse superiore sotto alcuni aspetti, forse inferiore sotto altri, ma sicuramente all’altezza della situazione. Come nel primo episodio, i momenti migliori sono quelli dedicati al T-Rex: il doppio assalto alla roulotte è spettacolare e tesissimo. Le punte degli alberi che si muovono, i passi, la sequenza del figlioletto, il ritorno… una meraviglia. E solo ottimo anche il breve duello con Pete Postlethwaite, che fra l’altro offre un personaggio molto più carismatico e affascinante rispetto alla macchietta del capo della sicurezza del primo episodio. E’ un seguito, e tutto si espande e raddoppia: il doppio dei T-Rex, molte più razze in scena, molto più baracconata la parte dedicata ai raptor, che francamente delude un po’ (e fra l’altro contiene l’unico passaggio davvero indifendibile del film: la ragazzina che stende il dinosauro facendo le parallele sui tubi). Ma la vera chicca di questo secondo episodio è la sceneggiatura: dei dialoghi spettacolari, frizzanti, taglienti, ricchi di ironia e humor nerissimo, da uccidersi dalle risate. Inoltre, anche qui la mano di Spielberg regala momenti estremamente affascinanti, su tutti la ragnatela sul vetro e le scie dei raptor nell’erba alta.


Jurassic Park III (USA, 2001)
di
Joe Johnston
con
Sam Neill, William H. Macy, Tea Leoni, Alessandro Nivola

A guardare tutti e tre i film di seguito, purtroppo, il cambio dietro alla macchina da presa si sente molto più che a vederne uno ogni quattro anni. Johnston fa il possibile e realizza senza dubbio un film degnissimo e divertente, ma la differenza di “tocco” è enorme. Mancano proprio il senso di meraviglia e l’incredibile perizia di Spielberg, anche se, pur fra alti e bassi, il film funziona. Il taglio è nettamente diverso rispetto ai primi due: scompare praticamente del tutto l’anima horror, in favore di un’impostazione più da filmone avventuroso per ragazzi. C’è qualche morto masticato, ma non c’è il gusto del trucido che invece si sentiva palpabile in precedenza e, in generale, scarseggia proprio la tensione. Il cambiamento è evidente anche nel tipo di comicità impiegata: scompare quasi del tutto il cinismo (visto soprattutto nel secondo episodio) e c’è più spazio per gag fisiche e, volendo, anche un po’ grezze. Superlativi gli effetti speciali, ma spicca poco altro, se non il fatto che finalmente si vedono gli pterodattili (o quel che sono, ci ero rimasto troppo male quando non li ho visti nel primo film). Meravigliosa, comunque, la citazione del coccodrillo di Peter Pan. Verrebbe quasi da dire che da sola vale il film.

Venezia/Locarno a Milano – A grande richiesta


[10:49] Beholder: alla fine del festival li rimetti tutti in fila e gli dai il voto
[10:49] Beholder: così so cosa [CENSURA]

Good Night, and good luck – 9.00
C.R.A.Z.Y. – 9.00
Simpathy for lady Vengeance – 9.00
Tim Burton’s Corpse Bride – 8.75
Brokeback Mountain – 8.00
Nove vite da donna – 8.00
Viva Zapatero – 8.00
Four Brothers – 8.00
The Descent – 7.75
La vida secreta de las palabras – 7.75
Lonesome Jim – 7.25
La seconda notte di nozze – 7.00
The Brothers Grimm – 7.00
Naboer – 7.00
Texas – 6.75
The Exorcism of Emily Rose – 6.50
Bubble – 6.25
Edmond – 6.00
(Gli darei meno, ma il dialogo iniziale al bar merita di essere visto)
The Wild Blue Yonder – 6.00
Initial D – 5.75
I giorni dell’abbandono – 5.75
On a clear day – 5.50
The Constant Gardener – 5.50
Everything is illuminated – 5.50
3 Grad Kaelter – 5.50
Takeshis’ – 5.00
La guerra di Mario – 5.00
Proof – 4.75
La neuvaine – 4.75
O fatalista – 4.50
Fragile – 4.25
Gabrielle – 4.00
Vers le sud – 3.75
The fine art of love – Mine Haha – 3.00
Falling… in love – 2.25
Un couple parfait – 1.75

Venezia a Milano – L’alba


In concorso
Brokeback Mountain
di Ang Lee (USA)
Leone d’oro
Bella storia d’amore fra paesaggi paradisiaci e cavalcate da veri cowboyz. Coinvolgente e struggente, in tutta sincerità non l’ho trovato troppo lungo o particolarmente lento. Bravi gli attori, Heath Ledger ha una voce e una parlata che mi fanno impazzire (già notato ieri in The Brothers Grimm). Bello e, francamente, mi sembra proprio il classico film che a Venezia vince. Detto questo, ho comunque preferito Lady Vengeance e quello di Clooney.

In concorso
Proof
di John Madden (GB/USA)
100 minuti in cui John Madden, Stephen Warbeck, Gwyneth Paltrow, Hope Davis e Jake Gyllenhaal fanno a gara a chi mi sta più sul cazzo. La Paltrow arriva all’appuntamento coi favori del pronostico dalla sua e sembra rispettarli in pieno quando semina tutti sulla partenza lanciata. Giunti alla mezz’ora, però, l’asfittica sciacquetta sembra non reggere più il ritmo da lei stessa dettato e finisce per perdere terreno fino a farsi risucchiare nel gruppone. I minuti successivi sono di equilibrio, ma nell’ultima mezz’ora quel volpone di John Madden prende in mano le redini della gara. L’ex allenatore degli Oakland Raiders va in fuga e non si ferma più fino al traguardo. Solo Warbeck prova a stargli dietro, non andrà comunque oltre il secondo posto. Il premio per lo stronzo della settimana, quindi, va al caro John.

In concorso
Vers le sud
di Laurent Cantet (Francia/Canada)
Charlotte Rampling guida un gruppo di vecchie trombone dedite a gustarsi le meraviglie della nerchia negroide in quel di Haiti. A tempo pieno fu il miglior film che vidi a Venezia 2001. Vers le sud è uno dei più insulsi che ho visto a Venezia 2005. Il regista è lo stesso. L’atomica è ormai un obbligo.

Fuori concorso
Tim Burton’s Corpse Bride
di Tim Burton (GB)
Splendido “cartone animato” in stop motion, Nightmare before Christmas all’ennesima potenza. Colonna sonora totale, realizzazione eccellente, sceneggiatura geniale, dolcissimo, divertentissimo, commoventissimo, un gioiellino e una delle cose più belle viste in questi otto giorni.

Tokyo Game Show
Metal Gear Solid 4
di Hideo Kojima (Giappone)
Ho appena visto il trailer, figata!

Venezia a Milano – 4 film all’alba


In concorso
The Brothers Grimm
di Terry Gilliam (GB)
Bella e divertente favoletta avventurosa, meno delirante rispetto ad altri film di Gilliam, ma il tocco si vede in tanti piccoli dettagli. Due ore piacevolissime, anche se in effetti il dubbio è lecito: che minchia ci faceva in concorso?

Sezione Orizzonti
The Wild Blue Yonder
di Werner Herzog (Germania/GB/Francia)
Uno pseudodocumentario sulla vita aliena raccontata dal sedicente “visitatore da un altro pianeta” Brad Dourif. Evocativo e delirante, prevedibilmente abbastanza lento, graziato da una signora colonna sonora.

In concorso
Takeshis’
di Takeshi Kitano (Giappone)
Fesseria dichiarata già nelle intenzioni, fesseria si conferma. Qualche gag diverte, qualche immagine rimane nella memoria, ma è poca cosa.

Sezione Giornate degli autori
C.R.A.Z.Y.
di Jean-Marc Vallée (Canada)
Come riconciliarsi col cinema francofono in 125 minuti. Venti anni di vita, fra i Sessanta e i Settanta. Il non sempre facile rapporto coi (4) fratelli e i (2) genitori. I (tanti) dubbi e le (poche) certezze, il sesso, la droga e il rock ‘n roll. E Patsy Cline. Bello bello bello bello bello bello bello bello e bello.

Venezia a Milano – 48 ore all’alba


Fuori concorso
The Exorcism of Emily Rose
di Scott Derrickson (USA)
Bel mix fra horror e film “giudiziario”, racconta il processo a un prete accusato di omicidio colposo per negligenza. La vittima è Emily Rose, convinta di essere posseduta da demoni e sottoposta dal prete a un fallimentare tentativo di esorcismo. In pratica (e riassumendo velocemente), secondo l’accusa la ragazza avrebbe smesso di sottoporsi a cure mediche su consiglio del prete e questo sarebbe il motivo della sua morte. Nel corso del processo si sprecano le occasioni per raccontare, sotto forma di flashback, le varie fasi della possessione e, ovviamente, il momento dell’esorcismo. Interessante il fatto che, pur spingendo assai di più – immagino per esigenze di spettacolo – sull’ipotesi della reale possessione, il film fornisca comunque anche l’altra possibile via, spiegando (anche con flashback che, ovviamente, “negano” quelli dell’altra versione) lo svolgimento dei fatti anche da un punto di vista non “misticheggiante”. Ben fatto e appassionante, ‘sto Emily Rose ha per me lo stesso problema del vecchio L’esorcista: questa roba non mi fa paura. E se L’esorcista per me era un triste e commovente film drammatico sulla storia di quella bimba, in questo caso si tratta di un intrigante versione demoniaca di un Grisham a caso. Il lato horror non riesce a mordermi le budella. Comunque mi ha perlomeno fatto venire voglia di una veloce ricerca su Internet, dalla quale ho scoperto che la vera Emily si chiamava Anneliese Michel (cui fra l’altro l’attrice Jennifer Carpenter assomiglia in maniera notevole).

Fuori concorso
The Descent
di Neil Marshall (GB)
Sei donne avvezze agli sport estremi decidono di farsi una vacanzetta esplorando un sistema di grotte e gallerie sotterranee sui monti Appalachi. Ci sarà qualche imprevisto. Ottimo horror di genere allo stato brado, senza derive autor(i)ali e senza concessioni: solo claustrofobia, sangue, violenza e panico. Questo Neil Marshall è davvero bravo, anche se ogni tanto gli scappa qualche sbavatura. E a questo punto devo recuperare in qualche modo Dog Soldiers, film d’esordio di Marshall esaltato come gioiellino in patria, ma appena intravisto in Italia (non so se è uscito al cinema, ha fatto un’apparizione in edicola in una serie di DVD horror ma me lo sono perso). Dopo averne letto benissimo per un sacco di tempo, già ero incuriosito, ma ora ho proprio la brama.

Fuori concorso
Bubble
di Steven Soderbergh (USA)
E dopo Kim Ki-Duk, anche Soderbergh prova a fare un film dei Dardenne. Storiella di miseria e squallidume nella provincia americana, realizzata con taglio realistico e utilizzando attori non professionisti sorprendentemente efficaci. Rispetto al classico film da festival europeo (genere cui comunque Bubble appartiene a diritto), manca un po’ il senso del melodramma estremo, e non è detto che sia un male. Il risultato, però, è che finiscono anche per latitare le emozioni, ma magari è voluto. Un ottimo Soderbergh, e lo ammetto digrignando i denti. Ma digrignandoli esce il veleno, e allora mi chiedo quale sia il senso dell’operazione, se non l’ennesimo esercizio di stile del maledetto pelato, che stavolta voleva far vedere quant’è bravo a fare l’indipendente.

In concorso
O fatalista
di Joeao Botelho (Portogallo/Francia)
La scelta di passare all’atomica per la Francia si rivela eccellente, se pensiamo che così il Napalm possiamo deviarlo sul Portogallo.

Sezione Giornate degli autori
Naboer
di Pal Sletaune (Norvegia)
Sexy-thriller norvegese, surreale e straniante, con le musiche copiate da quelle di Basic Instint. Nei primi minuti sembra la classica cagata pazzesca, poi ci si inizia a rendere conto del meccanismo che sta dietro all’intreccio e, improvvisamente, il film rapisce, anche perché è girato davvero bene. L’unico problema, per quanto possa sembrare assurdo in una pellicola di 73 minuti, è l’eccessiva lunghezza. L’impressione, se ne parlava all’uscita, è che sia un cortometraggio “stiracchiato” fino a diventare un (corto) lungometraggio.

Venezia a Milano – Tre giorni all’alba


In concorso
Simpathy for lady Vengeance
di Park Chan-Wook (Corea del sud)
Capitolo conclusivo della trilogia sulla vendetta in cui Old Boy (Cannes 2004) era l’episodio centrale e di cui, come penso a molti, mi manca il primo. La struttura narrativa è quasi del tutto diversa dal precedente e questa volta la vendetta è molto più chiara e diretta, senza rivelazioni scottanti nel finale. C’è un crimine da punire, gestiremo. Un film meraviglioso, talmente ricco di idee che a volte si fa fatica nello stare dietro a tutto. Ogni singola immagine e piena di piccoli dettagli e di trovate eccellenti che vanno al di là l’esercizio di stile e riescono sempre a trovare un loro senso nel racconto. Questo Wook si conferma un talento pazzesco, capace di usare la macchina da presa come pochi e senza mai dimenticarsi di mantenere il racconto al centro dell’attenzione. Spettacolare anche nell’uso della colonna sonora, Lady Vengeance ha un solo difetto, il solito: manca un po’ di senso della misura. Una sforbiciatina ogni tanto avrebbe forse giovato, ma la cosa si sente comunque meno rispetto a Old Boy, che personalmente trovo un’ampia spanna sotto.

In concorso
The Constant Gardener
di Fernando Meirelles (GB/Kenya/Germania)
Non ho visto City of God, quindi magari non pago la delusione e sono meno cattivo del “dovuto” con questo pretenzioso mix fra romance, thriller e film di denuncia ispirato a un romando di Le Carré. La storia racconta delle nefandezze compiute in Africa dalle multinazionali farmaceutiche e sarebbe anche interessante, se non si perdesse nel tratteggiare personaggi che faticano davvero ad uscire dallo stereotipo e dalla macchietta. Ripeto, non ho visto City of God, ma questo Mereilles mi sembra sia un po’ troppo di maniera, con le sue musichette “emozionanti” e con quell’uso dei colori “drammatico”. Nonostante tutto, e nonostante verso metà la testa abbia preso a ciondolare, non mi sento di bocciare completamente il film, ma temo i meriti siano quasi tutti del sempre ottimo Ralph Fiennes.

Sezione Orizzonti
Everything is illuminated
di Liev Schreiber (USA)
Altro mix di umorismo e dramma “ebreo”, questa volta senza furbette sorpresine finali stile “sapete, vi abbiamo fatto ridere fino adesso, ma in realtà era un film drammatico: datemi un Oscar”. A conti fatti, Schreiber avrebbe forse fatto meglio a mantenere la furbizia, dato che è tanto bravo a trattare la comicità (tutta la prima parte di film è adorabile) quanto impacciato e stucchevole quando si addentra nel sentimentalismo. Esilarante, comunque, il fatto che Elijah Wood interpreti un altro film in cui cerca un anello. Finirà come Orlando Bloom, che sembrano chiamarlo quasi solo per tirare frecce?

Sezione Giornate degli autori
Viva Zapatero!
di Sabina Guzzanti (Italia)
In un raro lampo di autocoscienza mi sono reso conto che le mie condizioni erano tali che se fossi andato a vedere il film di Abel Ferrara mi sarei addormentato sui titoli di testa. Ergo, schizziamo all’Anteo e sciroppiamoci il documentario della Guzzanti. Ottima scelta! Viva Zapatero! prende spunto dal caso Raiot e dai tristi episodi suoi compagni di disgrazia (che so, Biagi, Santoro, Paolo Rossi… ) per raccontarci con estrema lucidità, ironia e (amaro) divertimento perché e percome ci troviamo sotto regime.

Cose a caso