Planetarium

Francia, anni Trenta, non manca poi molto allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e determinate tensioni iniziano a manifestarsi in maniera sempre più forte in un po’ tutti gli ambiti, compreso quello di un settore del cinema che è oltretutto già abbastanza in ansia per i fatti suoi, fra gli strascichi della crisi economica e il crescente complesso d’inferiorità nei confronti dei colleghi statunitensi. In questo contesto si muovono Laura (Natalie Portman) e Kate (Lily-Rose Depp), due sorelle americane che girano per l’Europa armate dei poteri da medium della minore e del piglio imprenditoriale della maggiore. La coppia di squilibrate intrattiene il vecchio continente a botte di “seance” in cui rievocano i cari estinti della clientela e s’imbatte in un produttore cinematografico che si invaghisce di loro due, o forse solo dei relativi poteri. Decide quindi di accoglierle in casa propria e mette in produzione un film/documentario con cui mostrare al mondo la verità sul sovrannaturale. E poi rotola tutto a valle.

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Fast & Furious 8

Allora, metto subito le mani avanti riguardo a Fast & Furious 7: me lo ricordo bello, divertente, con delle scene d’azione enormi (quella del mio cuore rimane Stath vs l’ospedale in piano sequenza, fosse anche solo perché ti colpisce subito sui denti, però pure l’inseguimento in montagna e i salti a Dubai, oh!) ma anche sconclusionato e farraginoso nella scrittura, poco efficace sul piano emotivo, poco equilibrato e anche per questo eccessivamente lungo, al punto che verso la fine del macello conclusivo mi aveva un po’ stancato. Però, ehi, quei momenti là, due anni dopo, ancora mi fanno spalancare la bocca solo a ripensarci. Ecco, Fast & Furious 8 non ha quella cosa della bocca spalancata, non riesce ad essere altrettanto enorme e, soprattutto, fatica a inventarsi davvero qualcosa, accontentandosi invece di recuperare, omaggiare e riciclare in chiave cafona. Ma i lati “negativi” (virgolette d’obbligo) finiscono lì, perché ha comunque delle scene d’azione grosse e divertenti e soprattutto questa volta le inserisce in un film che ha senso dall’inizio alla fine (nei limiti concessi da roba di questo tipo, s’intende), non perde mai il ritmo, funziona a tutti i livelli ed è complessivamente migliore. Forse il migliore della serie dopo il quinto. Meglio così? Non so, per sicurezza nei prossimi giorni torno a vederlo.

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Personal Shopper

Personal Shopper appartiene in larga misura alla categoria dei film in cui non succede nulla dall’inizio alla fine ma che, se non hai problemi coi film in cui non succede nulla dall’inizio alla fine, ti coinvolgono e ti trascinano fino in fondo senza che tu capisca bene come mai stia accadendo. Racconta, lo dice il titolo, di una tizia che si guadagna da vivere curando abbigliamento, accessori e acquisti vari per le celebrità che non hanno tempo, forza e voglia di dedicarsi ad attività tanto mondane. Ma in realtà la tizia in questione si presenta recandosi in una villa semi abbandonata per trascorrervi la notte nella speranza di entrare in contatto con lo spirito di un defunto. Perché la nostra amica è anche una medium, o quantomeno è abbastanza convinta di esserlo, capace di entrare in contatto coi fantasmi ma non troppo in grado di gestire le modalità della cosa. E Personal Shopper ruota attorno a questa sua (presunta?) capacità per sviluppare alcuni misteri.

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Oltre le nuvole, il luogo promessoci

Tre mesi fa, dopo aver incassato come un bastardo in giro per il pianeta e aver strappato a La città incantata il titolo di maggior successo a livello mondiale per il cinema d’animazione giapponese, Your Name si è manifestato nelle sale italiane per il solito “evento” da tre giorni ed è andato talmente bene da meritarsi due repliche nelle settimane successive. Non c’è quindi molto da stupirsi per la decisione di portare nelle sale Oltre le nuvole, il luogo promessoci, lungometraggio d’esordio di Makoto Shinkai risalente a tredici anni fa e accostabile come temi e scelte narrative al suo ultimo, clamoroso successo. Ovviamente, anche in questo caso, si tratta di un evento speciale da due giorni, oggi e domani. Merita? Merita, anche se c’è un po’ il rischio che correndo in sala sull’onda dell’entusiasmo per Your Name si rimanga perplessi, vuoi per gli anni che il film si porta dietro e dimostra ampiamente, vuoi per le differenze abbastanza significative in termini stilistici e di ritmo, qua decisamente più compassato e riflessivo. È un film dello stesso regista, si vede lontano un miglio, ma – nel bene e nel male – è il primo film dello stesso regista, e si vede anche questo.

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Fumetti letti nelle scorse settimane di cui poi mi dimentico tutto perché lascio passare altre settimane prima di scriverne ma che ci dobbiamo fare mi piace comunque farlo e bona così

Oh, uno di quei venerdì in cui vorrei sbattere qualcosa nel blog ma non so di cosa scrivere e allora vado a recuperare la bozza in cui mi appunto i fumetti che leggo e ci piazzo le stelline (gli asterischelli) di fianco. Proprio uno di quelli. Come al solito, è tutta roba che ho letto da ormai qualche settimana, la più recente durante il viaggio di ritorno dalla GDC (quindi a inizio marzo). Come al solito, mi affido alla memoria e al caso. Come al solito, è più che altro un esercizio per andare dietro alle mie ansie da ossessivo compulsivo. Whatever.

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31

Non avevo ancora visto 31, avevo voglia di guardarmi 31, ho notato che 31 si stava manifestando in Italia, con una proiezione nel ciclo horror di UCI e Midnight Factory e poi l’uscita in home video, ho deciso di recuperarmi 31 su Amazon e me lo sono guardato. 31. Ho fatto bene? Ho fatto bene. Certo, va detto che a me, in linea di massima, Rob Zombie piace. Il gradimento sale e scende, ma tendo a voler bene a tutti suoi film, anche a quelli magari meno nelle mie corde. Gli voglio bene quando parte per la tangente del surreale con la versione drogata dei massacri alla motosega, il seguito del remake che vira sul delirio e la roba a base di capri, gli voglio bene quando sforna il capolavoro e gli voglio bene perfino quando fa quello moderato col remake timido. Posso non volergli bene quando decide di tirare su soldi tramite crowdfunding per girare Rob Zombie: The Movie e tirare fuori la sua coglionata definitiva? Ovviamente no. E infatti, anche se mi ci sono divertito in maniera solo moderata, voglio bene anche a questa coglionata qua.

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After Life

Cosa succede dopo la morte? Secondo Hirokazu Kore-eda, non smettiamo di essere nelle mani della burocrazia. After Life racconta infatti l’attività di un dipartimento, che ha sede in una specie di edificio isolato e dalla atmosfera tranquilla, con quel retrogusto un po’ da anagrafe, dove appositi impiegati si occupano di gestire le pratiche di chi è appena defunto. E in cosa consistono, queste pratiche? Semplice: il defunto ha una settimana di tempo per riflettere sulla propria vita e decidere quale sia il suo ricordo più caro, o comunque quello che vuole assolutamente tenersi stretto. A quel punto, gli impiegati in questione avvieranno la pratica e si organizzeranno per fare in modo che, una volta passato all’aldilà vero e proprio, il defunto abbia dalla sua quel ricordo, e solo quel ricordo, da vivere e rivivere per l’eternità. Tutto il resto svanisce.

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The Walking Dead – Stagione 7

La settima stagione di The Walking Dead, perlomeno fino a metà, ha funzionato come da tradizione: una prima puntata fenomenale e poi un discreto ammosciarsi sui suoi ritmi compassati e i suoi alti e bassi. La solita roba che rischia di ammazzarti le gonadi se la segui di settimana in settimana ma che tutto sommato, almeno se lo chiedete a me, ha un suo senso e un suo ritmo se ti spari la maratona. In questo caso, però, quasi alzo le mani e mi arrendo: la prima metà di stagione, pur avendo, lo ripeto alla faccia delle polemiche, una prima gran puntata e qualche bel momento, ha stancato abbastanza pure me, che ho bene o male sempre difeso la serie. Sarà che era veramente un po’ troppo tutto un preparare faccende senza avanzare in maniera concreta. Sarà che alla fin fine Negan, per quanto reso a meraviglia da un Jeffrey Dean Morgan alla prima occasione in carriera che gli permette di mostrare carisma senza tentare di sedurre casalinghe, m’è parso sottosfruttato. Sarà che quando ti giochi la morte pesante stagionale all’esordio poi diventa dura, e infatti il cadavere di metà stagione chi se lo incula, ma insomma, meh. Poi, però, è successo qualcosa.

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Intolerance

Durante le ultime vacanze natalizie, nei momenti di solitudine che riuscivo a ritagliarmi fra i pisolini dell’erede e gli impegni parentali, mi sono guardato una cofana di film. In mezzo a quella cofana di film, ci ho infilato Intolerance, il mastodonte del 1916 diretto da un D.W. Griffith in preda a megalomania, delirio d’onnipotenza e desiderio di zittire quelli che avevano criticato le posizioni politiche espresse in Nascita di una nazione. Come mai ho deciso di guardarmelo? Perché ho dei grossi problemi psicologici e, non contento di essermi lanciato nell’impresa impossibile del librozzo di Roger Ebert, ho deciso di provarne anche un’altra, teoricamente più abbordabile ma che altrettanto probabilmente non porterò mai a termine. Tanto, poi, alla fin fine, il punto è avere uno stimolo cretino per guardarmi dei film che non ho visto e/o riguardarmi film che ho visto e provare a scriverne qua dentro, sai mai che faccia venire voglia a qualcuno di buttarci un occhio.

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Ghost in the Shell

Ghost in the Shell è il blockbuster americano recente dal taglio visivo più fresco, particolare e affascinante che si sia visto negli ultimi anni. Sì, anche più di Doctor Strange, che limitava il suo delirio estetico a determinate sequenze ma per il resto si inseriva placido nel solito immaginario Marvel. La cosa buffa, anche se in fondo c’è poco da sorprendersi, sta nel fatto che questo risultato arriva senza inventarsi nulla di particolare, perché di fatto Rupert Sanders e compagni si sono limitati a recuperare un certo tipo di estetica da film d’animazione, a mescolarla con suggestioni prese in giro dal cinema di fantascienza occidentale e a utilizzare il risultato come filtro visivo mentre si lavorava di fotocopiatrice su svariate scene prese in prestito dai diversi Ghost in the Shell passati. Quel che ne è venuto fuori è patinatuccio, ovviamente già visto e per ampi tratti privo della carica espressiva e dinamica che magari altri registi avrebbero (e hanno) saputo dare al cinema di fantascienza, ma allo stesso tempo ha un sapore fresco, bizzarramente nuovo e diverso dal solito.

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Cose a caso