Pifffarbacco!

L’altra settimana si è di nuovo manifestato quel momento dell’anno, quello in cui escono il programma e il trailer del Paris International Fantastic Film Festival, io mi gaso come un bambino e poi mi rendo conto che sono padre e non avrò modo di seguirlo come facevo un tempo. Nel 2013 e nel 2014 fu visione a tappeto come ai bei tempi, con tanto di maratone notturne nel weekend e ritorno a casa alle sei del mattino. Nel 2015, con la bimba di due mesi, fu esame di coscienza e lasciai perdere. Nel 2016, un ritorno tutto sommato dignitoso ma l’anno scorso, fresco di trasloco, riuscii ad andare a vedere solo due film. Come andrà, quest’anno? Vai a sapere. Però il trailer è sempre di una bellezza lancinante e quel momento, prima di ogni film, in cui si spengono le luci in sala e te lo sparano davanti mi fa sempre gasare a dismisura, anche se poi magari il film farà cagare. Va che roba.

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Upgrade

Cose da dire su Leigh Whannell:
1. “nasce” artisticamente come compagno di viaggio di James Wan,  per il quale scrive il primo Saw e un paio di seguiti, ma anche Dead Silence e i quattro Insidious, il terzo dei quali segna il suo esordio da regista;
2. ha anche una specie di carriera da attore, ma è veramente poco più che una comparsa;
3. ora che ha provato l’ebbrezza della macchina da presa, pare essersi messo in testa di voler dirigere tutto quello che scrive;
4. ha scritto Upgrade in tempi non sospetti, anni fa, immaginandosi un blockbusterone di fantascienza modello Christopher Nolan, e ha solo in un secondo tempo abbassato il tiro, quando si è reso conto che, se voleva dirigerlo lui, la via della piccola produzione modello Blumhouse era l’unica credibile. E ha comunque dovuto convincere Jason Blum che fosse possibile mettere in scena una storia del genere coi suoi soliti budget. Non è stato semplice, pare;
5. è un taglio. No, sul serio, fa schiantare dal ridere. Vi metto qua sotto il podcast che ha registrato per Empire, interessantissimo e allo stesso tempo da ammazzarsi dal ridere. Stavo lavando i piatti e c’avevo le lacrime agli occhi.

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Runaways – Stagione 1

Runaways nacque nel 2003 come serie a fumetti inserita nella linea Tsunami di Marvel Comics, ideata per provare ad accalappiare gli amanti dei manga attraverso uno stile grafico che ammiccava verso l’oriente. Di quella linea non si salvò moltissimo ma certamente la creatura di  Brian K. Vaughan e Adrian Alphona è fra quelle ricordate con più affetto, grazie alla freschezza, alle idee azzeccate, alla scrittura brillante e, insomma, a un po’ tutto ciò che caratterizza le opere dello scrittore americano. La premessa era semplice ma azzeccata: un fumetto Marvel ambientato a Los Angeles, quindi lontano da dove operano di solito i supereroi della casa delle idee, incentrato su delle figure adolescenti e su un’estremizzazione della classica storia di conflitto generazionale: sono assaliti dagli ormoni ma anche dalla scoperta di avere superpoteri o, comunque, caratteristiche fuori dal normale; l’inevitabile moto di ribellione nei confronti delle figure adulte viene “lievemente” acuito quando si rendono conto che i loro genitori sono supercriminali uniti in un culto omicida; vivono le classiche vicende da ragazzini, amorose e non, in questo contesto surreale. A seguito di un ciclo iniziale splendido, la serie si è via via persa ma si è comunque a lungo parlato di un possibile adattamento e l’anno scorso l’ha tirato fuori Hulu, con la versione italiana finalmente arrivata oggi su TIMVISION (e prevista per gennaio su Rai 4).

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First Man – Il primo uomo

La chiave di First Man sta nella natura del suo protagonista e nella sua ricerca disperata di un modo per lasciarsi alle spalle un lutto senza senso. È la storia di Neil Armstrong o, meglio, della spedizione che l’ha portato ad essere il primo uomo sulla Luna o, meglio ancora, del viaggio, interiore e letterale, che ha dovuto affrontare per elaborare una perdita tremenda. Sta tutto lì. La narrazione “a tunnel”, talmente incentrata su Armstrong che finisce per trasformare tutti gli altri personaggi in macchiette, tenute in piedi da un branco di grandi caratteristi. La traccia emotiva del film, che parte da quel lutto per raccontare di una persona lanciata interamente verso un singolo obiettivo, ma non per pura ambizione, più per la ricerca di qualcosa che non trova dentro di sé, di un modo folle per colmare un buco incolmabile. Le scelte registiche, che si focalizzano sul tormento del protagonista per traballare con la macchina da presa in spalla fino all’improvvisa liberazione finale, al placido passeggiare nel deserto lunare. Il mostrare (quasi) sempre tutto da dentro, da dentro Armstrong, da dentro i suoi veicoli, da dentro i suoi razzi, ignorando quel che avviene là fuori o comunque spingendolo sullo sfondo. È un film coi paraocchi, lanciato nel tunnel, diretto verso il suo obiettivo e per nulla disposto a rallentare o guardarsi attorno, tanto quanto il proprio protagonista che, anzi, quando si concede di farlo, viene punito e preso a schiaffi.

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La diseducazione di Cameron Post

C’è una strana atmosfera, in La diseducazione di Cameron Post, figlia della specie di frullatone da cui nasce il film. È una produzione indipendente americana, che si porta dietro un certo look e un certo approccio minimalista ormai fin troppo identificabile, che potremmo chiamare “Sundance sezione dramma”. È un qualcosa di ormai talmente codificato da essere considerato quasi un genere, un genere da cui molti si fanno respingere. Ma c’è anche altro. La seconda regia di Desiree Akhavan è una sorta di Qualcuno volò sul nido del cuculo avvolto nell’amore per The Breakfast Club, un film di denuncia delle istituzioni e di dramma umano filtrato attraverso una lente young adult e immerso in un’ambientazione anni Novanta, mai molesta ma presente con forza nelle scelte musicali e nel guardaroba dei personaggi. Va a pescare in un momento storico preciso ma, come spesso accade, risulta attualissimo nel suo raccontare quanto la gente non sia capace di tenersi le mani in tasca e farsi un’enorme dose di fatti propri quando si parla di sessualità altrui.

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Disobedience

Primo film “internazionale” del fresco di premio Oscar Sebastián Lelio, Disobedience è un melodramma che parte dal classico spunto del contesto che opprime l’amore inarrestabile dei protagonisti per allargare il discorso e parlare dell’oppressione stessa e, ancora di più, della difficoltà estrema insita nell’atto della disobbedienza. Lo dice, ovviamente, il titolo e lo dichiara in maniera esplicita, senza alcuna delicatezza, l’avvio del film, che mostra un rabbino lanciarsi in un sermone sul libero arbitrio, sulla capacità di scegliere la propria via, e morire sul colpo subito dopo. Protagonista delle vicende è sua figlia, donna ribelle in un quartiere in cui la minima devianza dagli schemi secolari del patriarcato religioso risulta scandalosa, figuriamoci coltivare amori proibiti o decidere di andarsene: viene perfino esclusa dal necrologio del padre.

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Searching

Searching si inserisce in un filone che, onestamente, non mi aspettavo sarebbe davvero diventato tale, vale a dire quello dei… non saprei, vogliamo chiamarli desktop movie? Mi dicono che il termine tecnico è Screencasting. Ad ogni modo, si tratta di film in cui l’inquadratura è costantemente piazzata sullo schermo di un computer e l’azione si propaga solo attraverso quel che avviene su quel desktop, con un racconto che viene quindi portato avanti anche solo mostrando un puntatore del mouse che va ad aprire cartelle e gli attori che appaiono perché ripresi da videocamere, coinvolti in videochiamate o, insomma, pescati da espedienti simili. Certo, è fondamentalmente un’evoluzione del concetto di found footage, ma ormai ne sono usciti a sufficienza perché si possa parlare di un filone per i fatti suoi. Tra l’altro, come per i found footage, l’idea è stata utilizzata quasi solo per il genere horror ma comincia a manifestarsi anche in altri ambiti, come è il caso di questo Searching.

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Soldado

L’idea di realizzare un seguito per Sicario è allo stesso tempo surreale e perfetta. Surreale perché, onestamente, nel campionato dei sequel di cui non si sentiva il bisogno, sta parecchio in alto. Perfetta perché l’immaginario tratteggiato da Sheridan e Villeneuve era talmente potente e suggestivo che è comprensibile il desiderio di sfruttarlo per farci altro. E infatti, “altro” è proprio quello che Soldado fa, rinunciando al punto di vista “umano” di Emily Blunt per concentrarsi sulle figure di Josh Brolin e Benicio Del Toro, che nel primo film erano allo stesso tempo fondamentali ma sfuggenti, appena accennate. Più che un vero seguito, insomma, Soldado è quasi forse uno spin-off, che del resto cambia molti nomi fondamentali (oltre ad Emily Blunt, via anche Denis Villeneuve, Roger Deakins e Johann Johannsson), conservando però il word processor di Taylor Sheridan e la sua passione per il western contemporaneo camuffato da thriller.

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L’uomo che uccise Don Chisciotte

Roba da matti. Ieri è uscito nei cinema italiani L’uomo che uccise Don Chisciotte. Quasi trent’anni dopo l’avvio del progetto originale, con nel mezzo la girandola quasi farsesca di false partenze, abbandoni, nuovi tentativi, disperazioni e, ovviamente, perfino un contenzioso a livello di proprietà e diritti di distribuzione, che ne ha reso l’arrivo nelle sale ancora più scalcagnato di quanto già ci si potesse attendere per un film del genere. Un film che, per altro, nel suo essere stato concepito tre decenni fa e pur avendo cambiato volto, forma ed essenza nel tempo, profetizzava già in partenza il disastro produttivo che sarebbe stato. Del resto, racconta di come la realizzazione di un film su Don Chisciotte abbia rovinato la vita a tutti i coinvolti, che ancora ne portano addosso segni pesantissimi dieci anni dopo, e diventa velocemente un continuo tuffo metacinematografico da film nel film nel film, in cui è complicato mantenere il contatto con la realtà, capire dove Gilliam stia raccontando i suoi personaggi, quando questi diventino quelli di Cervantes e quando invece la storia sia quella di Gilliam stesso.

In questo delirio,  ci si soprende a sorprendersi del fatto che la cosa più sorprendente non sia la sorpresa dell’uscita, infine, nelle sale, ma quella per un film sorprendentemente riuscito.

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Gli Incredibili 2

Il primo Gli incredibili era, nel 2004, il miglior film di supereroi sulla piazza ed era anche un omaggio a Watchmen intelligente, passionale, delicato e con una personalità ben più forte, o comunque interessante, rispetto al gradevole ma pasticciato, inerte e fondamentalmente sbagliato adattamento ufficiale di Zack Snyder che sarebbe arrivato cinque anni dopo. Gli incredibili 2, nel 2018, affronta una concorrenza forse più agguerrita, sicuramente più numerosa, ma è ancora una volta, se non necessariamente il migliore, senza dubbio uno fra i migliori film di supereroi sulla piazza e/o di sempre. E lo è grazie alla maniera in cui di nuovo Brad Bird riesce a sintetizzare al meglio la doppia anima Pixar, trovando una comunione fra spettacolo, dramma, temi famigliari, commedia esilarante e mirata a tutte le età, azione pazzesca, che un po’ tutti i film illuminati da Luxo jr. cercano ma spesso non trovano fino in fondo. Insomma, è splendido.

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Cose a caso