What Keeps You Alive

Mi sono guardato What Keeps You Alive come secondo film nella mia giornata “di punta” (in cui mi sono sparato tutte e cinque le proiezioni a programma) del Paris International Fantastic Film Festival 2018. Non ne sapevo nulla, al di là del fatto che le prime parole della sinossi menzionavano una coppia di sposi in vacanza fra i boschi e della presenza di Alex Lawther, protagonista di The End of the F***ing World, chiaramente visibile nella foto promozionale qua sopra e in un paio di momenti del trailer del festival. Immaginavo che lui fosse uno dei due sposini in questione e davo per scontato che avrei visto un thriller in cui la vacanza sarebbe andata brutalmente a puttane, un po’ perché Lawther appariva ricoperto di sangue, un po’ perché, insomma, il film è diretto da Colin Minihan dei The Vicious Brothers, qui al suo esordio da solista.

Ora, probabilmente mi faccio troppi problemi, considerando che il trailer ci mette cinque secondi netti a far capire cosa accada e poi suggerisce anche una (prevedibile, va detto) svolta della parte finale, ma insomma, faccio come al solito e vi dico che si tratta di un discreto thriller, molto ben diretto, con una fotografia curata, un cast che funziona e un villain di cui mi sono innamorato. Ha qualche scelta di scrittura dei personaggi discutibile e un finale che se la tira un po’ troppo ma insomma, nel complesso, secondo me si merita un giro ed è divertente guardarselo senza aver manco visto il trailer.

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The Man Who Feels No Pain

La sinossi ufficiale sul sito/volantino/guida/whatever del Paris International Fantastic Film Festival presenta The Man Who Feels No Pain come anello di congiunzione fra Deadpool e Stephen Chow. E, tutto sommato, ci sta, soprattutto se al mix si aggiunge il filtro della sensibilità da cinema indiano e la consapevolezza che si tende decisamente più verso la poetica del regista cinese che verso quella del meta-supereroe Marvel. Del caro Stephen c’è la narrazione scomposta, che percorre il filo tra melodramma e comicità demenziale aggrappato alla forza dell’ingenuità, a un protagonista eroico in maniera fanciullesca e adorabile, a un volare sopra le righe talmente sincero e sfrontato da non risultare mai banale. E le mazzate, ovvio. Ci sono le mazzate, spettacolari, coreografate per andare oltre il reale, esaltanti nei loro lampi di forza maggiore. Di Deadpool c’è l’autoironia, la voglia di rompere la quarta parete e rivolgersi allo spettatore, seppur in maniera meno sfacciata o insistita, ma anche il gusto per la citazione e l’omaggio alle passioni di chi scrive e dirige, per altro filtrato attraverso dei sottotitoli che mi sembra abbiano fatto davvero i salti mortali e inventato l’impossibile per provare a restituire almeno in parte il gusto della fusione tra oriente e occidente operata da Vasan Bala.

Il mix che ne viene fuori è dolce, divertente, adorabile, ben lungi dall’essere perfetto ma davvero accattivante, e certo non stupisce che abbia vinto il premio del pubblico al Toronto International Film Festival.

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Punk Samurai Slash Down

Avendo dovuto saltare la terza giornata, la mia esperienza al Paris International Fantastic Film Festival 2018 si è aperta con una nippo-tripletta dalla soddisfazione calante. Dopo il clamoroso Zombie contro zombie e il discreto The Blood of Wolves, mi sono ritrovato davanti questo Punk Samurai Slash Down, epica surreale tratta dall’omonimo romanzo di Kou Machida, a lungo considerato inadattabile. Non ho avuto il piacere di leggerlo ma, curiosando in giro, scopro che i problemi stavano nell’estrema verbosità, nel linguaggio anacronistico, nella narrazione spezzettata e nei lampi di surreale senza freni, tipo la gran battaglia finale con fanatici religiosi da una parte e samurai e scimmie dall’altra.  E sono tutte cose che, in effetti, nella versione cinematografica non mancano, anche se non sono necessariamente tutte problematiche. Anzi, il film funziona davvero forse solo quando butta tutto per aria all’insegna del delirio.

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The Blood of Wolves

Scorrendo la pagina IMDB di Kazuya Shiraishi, si ha l’impressione di un regista intenzionato a diventare una specie di nuovo Takashi Miike.  Attivo dal 2009, ha infatti già mostrato discreta versatilità tematica e di genere e sta aumentando sempre più la produttività, con una media di circa due regie all’anno e addirittura tre film nel 2018: Sunny, un thriller sul rapimento di una professoressa delle superiori; The Blood of Wolves, un omaggio ai classici polizieschi sugli yakuza ambientato negli anni Ottanta; Dare to Stop Us, un biopic su Koji Wakamatsu, regista “bad boy” degli anni Sessanta. Insomma, spara e smitraglia in tutte le direzioni. Purtroppo non so come vada di solito, dato che quello di ieri sera è stato il nostro primo incontro, ma The Blood of Wolves non è niente male.

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Zombie contro zombie

Tipicamente, tolte le proiezioni speciali di classici, a rassegne come il Paris International Fantastic Film Festival vengono proiettati film ancora non giunti nelle sale. A volte sono in attesa di trovare accordi per la distribuzione, in altri casi si tratta di lievi anteprime, ma in linea generale quello sono: anteprime. Chiaramente, ci sono delle eccezioni e mi fa molto piacere scoprire che One Cut of the Dead, pur ancora inedito qua in Francia, sia giunto in Italia un mese fa, con una distribuzione tempestiva ben diversa da quella a cui siamo abituati per il cinema di genere nipponico. D’altro canto, si tratta di un caso particolare, un piccolo fenomeno nato come produzione minuscola da tre milioni di yen (meno di venticinquemila euro), infarcito di esordienti e proiettato in poche sale di Tokyo, ma poi accolto trionfalmente in vari festival e rilanciato nei circuiti cinematografici del Sol Levante per incassarne ottocento milioni, di yen (oltre sei milioni di euro). Insomma, è chiaro che l’impeto con cui si è presentato ai distributori internazionali non è quello dell’opera autoriale ermetica o della follia delirante di Takashi Miike.

Fa meno piacere scoprire che in Italia sia uscito come Zombie contro zombie, più che altro perché non riesco proprio a capire quale sia l’idea da cui nasce questo titolo. Ma ammetto di averci pensato solo per qualche secondo.

Fa enormemente piacere averlo trovato splendido. Ma veramente, veramente splendido. Leggo in giro frasi roboanti tipo “La miglior commedia horror dai tempi di Shaun of the Dead” e alla fine mi sa che hanno ragione, ma nella maniera più positiva possibile, perché in fondo non è che di commedie horror davvero belle ne escano molte, quindi non sarebbe poi ‘sto gran risultato, di suo. Ma lo è. Roba che se anche il mio PIFFF 2018 finisse qui, sarei soddisfatto.

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Mayhem

Dunque, se ieri ho recuperato un film che per puro caso è appena uscito anche in Italia, seppur solo su YouTube Premium, oggi tocca all’altro film che ho visto al PIFFF 2017, vale a dire Mayhem. Vale a dire un film che, se non mi sono perso pezzi, dovrebbe essere uscito al cinema negli USA e in pochi altri posti, in home video in qualche altro luogo, nei nostri e vostri sogni in Italia. Ma posso sbagliarmi, eh, anche perché capire le (infinite) vie della distribuzione su questo tipo di film è un po’ un casino. Ad ogni modo, Mayhem è l’ultima regia di Joe Lynch, già autore di Knights of Badassdom ed Everly e attualmente al lavoro sul remake con Frank Grillo di un film francese di qualche anno fa. Non sapevo bene che cosa aspettarmi, al di là del fatto che Steven Yeun mi sta simpatico, e ho trovato un film molto divertente, che butta tutto per aria ma lo fa senza rinunciare a voler dire qualcosa. E ho scoperto che anche Samara Weaving mi sta simpatica, quasi quanto suo zio.

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Bodied

L’altro giorno dicevo che Bodied non è stato esattamente distribuito in grande stile in tutto il mondo, ma era un po’ un darlo per scontato. Poi ho controllato e mi sono reso conto che il mio era allo stesso tempo un eufemismo e un errore, dato che il film ha effettivamente trascorso gli ultimi dieci mesi gironzolando per i festival del pianeta ed è uscito al cinema negli USA solo qualche settimana fa, ma dal 28 novembre è disponibile in tutto il mondo nel catalogo di YouTube Premium. Praticamente, è finita che ne sto scrivendo in maniera tempestiva, completamente per caso. Del resto, se vogliamo è un po’ per caso che me lo sono ritrovato davanti un anno fa al PIFFF 2018, se consideriamo che è il classico intruso, quello che ti ritrovi nel festival dell’horror e del fantastico anche se non c’entra molto, perché gli organizzatori hanno deciso che era un’eccezione meritevole (mi viene in mente quando il giro dei festival se lo fece Lo sciacallo – Nightcrawler).

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Pifffarbacco!

L’altra settimana si è di nuovo manifestato quel momento dell’anno, quello in cui escono il programma e il trailer del Paris International Fantastic Film Festival, io mi gaso come un bambino e poi mi rendo conto che sono padre e non avrò modo di seguirlo come facevo un tempo. Nel 2013 e nel 2014 fu visione a tappeto come ai bei tempi, con tanto di maratone notturne nel weekend e ritorno a casa alle sei del mattino. Nel 2015, con la bimba di due mesi, fu esame di coscienza e lasciai perdere. Nel 2016, un ritorno tutto sommato dignitoso ma l’anno scorso, fresco di trasloco, riuscii ad andare a vedere solo due film. Come andrà, quest’anno? Vai a sapere. Però il trailer è sempre di una bellezza lancinante e quel momento, prima di ogni film, in cui si spengono le luci in sala e te lo sparano davanti mi fa sempre gasare a dismisura, anche se poi magari il film farà cagare. Va che roba.

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Upgrade

Cose da dire su Leigh Whannell:
1. “nasce” artisticamente come compagno di viaggio di James Wan,  per il quale scrive il primo Saw e un paio di seguiti, ma anche Dead Silence e i quattro Insidious, il terzo dei quali segna il suo esordio da regista;
2. ha anche una specie di carriera da attore, ma è veramente poco più che una comparsa;
3. ora che ha provato l’ebbrezza della macchina da presa, pare essersi messo in testa di voler dirigere tutto quello che scrive;
4. ha scritto Upgrade in tempi non sospetti, anni fa, immaginandosi un blockbusterone di fantascienza modello Christopher Nolan, e ha solo in un secondo tempo abbassato il tiro, quando si è reso conto che, se voleva dirigerlo lui, la via della piccola produzione modello Blumhouse era l’unica credibile. E ha comunque dovuto convincere Jason Blum che fosse possibile mettere in scena una storia del genere coi suoi soliti budget. Non è stato semplice, pare;
5. è un taglio. No, sul serio, fa schiantare dal ridere. Vi metto qua sotto il podcast che ha registrato per Empire, interessantissimo e allo stesso tempo da ammazzarsi dal ridere. Stavo lavando i piatti e c’avevo le lacrime agli occhi.

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Runaways – Stagione 1

Runaways nacque nel 2003 come serie a fumetti inserita nella linea Tsunami di Marvel Comics, ideata per provare ad accalappiare gli amanti dei manga attraverso uno stile grafico che ammiccava verso l’oriente. Di quella linea non si salvò moltissimo ma certamente la creatura di  Brian K. Vaughan e Adrian Alphona è fra quelle ricordate con più affetto, grazie alla freschezza, alle idee azzeccate, alla scrittura brillante e, insomma, a un po’ tutto ciò che caratterizza le opere dello scrittore americano. La premessa era semplice ma azzeccata: un fumetto Marvel ambientato a Los Angeles, quindi lontano da dove operano di solito i supereroi della casa delle idee, incentrato su delle figure adolescenti e su un’estremizzazione della classica storia di conflitto generazionale: sono assaliti dagli ormoni ma anche dalla scoperta di avere superpoteri o, comunque, caratteristiche fuori dal normale; l’inevitabile moto di ribellione nei confronti delle figure adulte viene “lievemente” acuito quando si rendono conto che i loro genitori sono supercriminali uniti in un culto omicida; vivono le classiche vicende da ragazzini, amorose e non, in questo contesto surreale. A seguito di un ciclo iniziale splendido, la serie si è via via persa ma si è comunque a lungo parlato di un possibile adattamento e l’anno scorso l’ha tirato fuori Hulu, con la versione italiana finalmente arrivata oggi su TIMVISION (e prevista per gennaio su Rai 4).

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Cose a caso