The Front Runner – Il vizio del potere

Da ormai un bel po’ d’anni, capita spesso di dire e sentir dire cose tipo “Ecco, questo è un film come non se ne fanno più” ma, a furia di dirlo e sentirlo dire, ti viene da pensare che tutto sommato se ne facciano ancora. Di sicuro, però, è diventato più complesso metterli in produzione e, soprattutto, questi film non sono al centro della stagione cinematografica come capitava decenni fa. Sono collaterali, gravitano, magari se ne parla perché Christian Bale è ingrassato un sacco per diventare Dick Cheney, ma collaterali rimangono. Però esistono, e nel gruppone c’è anche il nuovo film di Jason Reitman, regista a cui da queste parti si vuole molto bene, che secondo me merita sempre, anche in quelle che vengono magari considerate sue opere minori, e che anche qui piazza magari non il filmone come nel caso di Tra le nuvoleYoung Adult, ma una bella zampata.

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High Flying Bird

High Flying Bird è un film sulla NBA in cui non si vede che qualche spicciolo di pallacanestro, un po’ per la chiara intenzione di evitare il solito cliché e non legare il coinvolgimento emotivo dello spettatore all’esito di un singolo match, un po’, banalmente, perché il tema del film è ciò che ruota attorno alla NBA. Si parla infatti della vita dei giocatori, delle altre ventidue ore che compongono la loro giornata attorno alla partita trasmessa in TV. Si parla del rapporto difficile fra squadre e atleti, fra organizzazione e pedine, fra “proprietari” (bianchi) e lavoratori (per lo più) neri. Lo si fa senza sfuggire dai risvolti sociali e razziali, dal fatto che quella terminologia, volutamente o meno, può ricordare quella utilizzata ai tempi dello schiavismo. Si abbraccia insomma il metaforone forse inevitabile, senza nemmeno provare a schivarlo, anzi, inseguendolo con forza.

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Il 2018 (e pure un po’ di 2017) a fumetti di giopep, più o meno

Fino a un anno (abbondante) fa, elencavo qua dentro tutti i fumetti che leggevo, scrivendo quasi sempre anche due o tre righe al riguardo. Poi, a un certo punto, mi sono reso conto che era passato un po’ troppo tempo dall’ultima volta, l’elenco s’era fatto smodato, non ricordavo molto di quel che ne faceva parte e, insomma, ho lasciato perdere. Solo che poi diverse persone (nel senso di tre o quattro, eh) mi han chiesto di riprendere a scrivere quelle due o tre righe sui fumetti che leggo e, quindi, eccomi qui. Ovviamente, essendo io uno psicopatico ossessivo compulsivo, riprendo da dove mi ero fermato, ma perlomeno facendo una selezione smodata. Di seguito, vi piazzo due righe sulle  due o tre cose più interessanti (non guardo nemmeno quelle a cui ho dato meno di quattro asterischini negli elenconi di fine anno) o che mi ricordo e su cui ho qualcosa da dire (quindi non è che scriva di tutte quelle a cui ne ho dati quattro o cinque, anzi) fra il macello di roba che ho letto nel 2018 (e pure un po’ nel 2017). Ah, contiene roba letta in francese che temo non sia mai uscita in Italia. Ma posso sbagliarmi.

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Another World

Non ricordo, di preciso, il momento in cui misi mano ad Another World, mentre per altri giochi di quegli anni ho ricordi molto più definiti. Per esempio, la prima volta che lanciai Monkey Island 2: LeChuck’s Revenge, a casa di un amico delle scuole medie, poi perso di vista, e giocammo assieme alla parte iniziale, arrivando fino al momento in cui Guybrush riesuma un osso al cimitero e gli cascano i pantaloni. Scoppiammo a ridere come due pirla, salvammo, chiudemmo lì. Poi ci giocai con calma a casa. Oppure quel Natale, che cito spesso, in cui The Dig saltò fuori da sotto l’albero e passammo praticamente trentasei ore ininterrotte attaccati al PC per completarlo, io e altri due amici dell’adolescenza poi persi di vista. Ma Another World… è più fumoso. È soprattutto una questione di sensazioni. Ricordo chiaramente il fascino pazzesco di quell’introduzione, che davvero mi lasciò a bocca aperta per il taglio cinematografico, la qualità della realizzazione, il modo in cui ti trascinava dal filmato all’azione senza apparenti stacchi. Mamma mia.

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Le mie altre robe del 2018

E anche quest’anno concludiamo la tripletta di elenconi brutti sulla roba consumata (e appuntata e/o che non mi sono dimenticato) nel corso dell’anno precedente con il mischione di quel che resta. Il mischione include i libri, i fumetti e le robe varie viste in TV che non siano film, quindi serie TV, documentari, cortometraggi e pucchiaccherelle assortite. Ah, per le serie TV, non sono incluse quelle di cui ho iniziato a guardare una stagione nel 2018 senza arrivare a finirla. Come ieri e l’altro ieri, ho piazzato il link apposito per i casi in cui ne ho scritto da qualche parte. Come ieri e l’altro ieri, questo testo introduttivo è largamente copincollato da quello degli anni scorsi.

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I miei videogiochi del 2018

Secondo giorno di elenconi brutti: oggi tocca ai videogiochi su cui ho messo mano nel 2018 e ai quali ho giocato fino a completamento, o perlomeno fino al punto di decidere che potevo assegnare le stelline gli asterischi con un minimo di cognizione di causa. Non è quindi inclusa eventuale roba a cui ho fatto una o due partite e, in generale, che ho iniziato l’anno scorso ma a cui giocherò davvero (forse, vai a sapere) quest’anno, così come non conta la roba a cui non gioco regolarmente ma che continua ad essere installata sul telefono perché ogni tanto ricasco nel tunnel della droga, tipo Drop7 twofold inc., così come non conta il party game che esci una volta ogni dieci mesi, tipo Singstar. E chiaramente mancano eventuali cose che mi sono dimenticato di segnarmi. Ce ne faremo una ragione, così come ci faremo una ragione del fatto che questo paragrafo è quasi interamente riciclato da quello degli anni scorsi.

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I miei film del 2018

In un lampo di produttività manifestatosi a metà fra una corsa al cesso post caffè mattutino e il tonante risveglio di mia figlia, ho deciso di anticipare alla prima settimana di gennaio la canonica tripletta di elenchi brutti d’inizio anno a favore di Bovati e qualche altro matto a cui interessano. La roba è ordinata per stelline (anzi, asterischi, da 1 a 5), a beneficio del mio spirito ossessivo compulsivo e di gente apparentemente interessata a questo genere di scemenze. A parità di stelline, la roba è ordinata per lo più a caso, a tratti per simpatia, sempre nel momento in cui l’ho “consumata”, quindi senza alcun senno di poi da revisionismo di fine anno. In quel momento là, mi andava di piazzare la roba lì. Le stelline, per altro, sono quelle che ho assegnato mano a mano sui vari socialcosi. Oggi si parla di cinema, quindi il socialcoso è Letterboxd (agile link al mio profilo), ma qui sul blog le stelline sono arrotondate senza i mezzi, talvolta per eccesso, talvolta per difetto. In linea generale, la sostanza è che è più o meno tutto diviso in cinque fasce e non c’è una vera e propria distinzione netta fra le cose che stanno nella stessa fascia. O forse c’è. Vai a sapere. Beh, di sicuro c’è una distinzione in quello che decido di mettere in cima agli elenchi, con la sua bella immagine tutta grossa.

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Freaks

Freaks è l’ultimo film che ho visto al Paris International Fantastic Film Festival 2018, recuperato nella serata di proiezioni aggiuntive “postume” perché lo spettacolo originale era durante l’apocalisse parigina dei gilet gialli. L’ho quindi visto dopo aver assistito, durante la serata conclusiva del programma ufficiale, alla premiazione una e trina, che ha portato sul palco i registi Zach Lipovsky e Adam B. Stein, assieme alla giovane protagonista Lexy Kolker, per ben tre volte, a ritirare i due premi assegnati dalle giurie e quello del pubblico. Un trionfo, insomma, anche toccante, con la bimbetta (che magari, da attrice già consumata, fingeva di essere) tutta emozionata e il pubblico in estasi. E insomma, è chiaro che, a quel punto, mi sono presentato alla proiezione del giorno dopo con addosso una discreta aspettativa, tanto più che in passato sono stato molto d’accordo con le premiazioni della rassegna.

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Sorry to Bother You

Per il suo esordio alla regia cinematografica, il rapper e attivista Boots Riley ha scelto la via del pennarellone rosso, dei guanti da forno, del non provare nemmeno per sbaglio ad essere sottile. Il protagonista di Sorry to Bother You si chiama Cassius Green (che si legge un po’ come “Cash is green”), ed è un uomo di colore, spiantato, alla ricerca di impiego, che finisce a lavorare in un call center, fa carriera grazie alla bravura con cui usa la sua “voce da bianco” al telefono (auguri per la gestione di questo aspetto a chi dovesse eventualmente occuparsi del doppiaggio italiano) e si ritrova quindi ad accumulare big moneyz piazzando vendite per conto di una multinazionale, che ha risolto il problema della disoccupazione reintroducendo lo schiavismo in forma legalizzata. Cassius, di fronte alla prospettiva di costruirsi finalmente una carriera grazie a un suo talento, non si fa grossi problemi a ignorare le attività di chi lo paga, oltre che a tagliare i punti con gli amici, i colleghi e la fidanzata. Solo ritrovandosi faccia a faccia con le pratiche più moleste e surreali dei suoi datori di lavoro si sveglierà dal torpore. Non proprio allegorie sottili e suggerite, dicevo.

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We

Saltano fuori ciclicamente, li becchi in giro a questa o quella rassegna, escono dalle fottute pareti, li guardi con sospetto ma poi finisce spesso che non sono niente male. Di che parlo? Dei film che raccontano la “scandalosa” gioventù contemporanea, che ne mettono in mostra senza peli sulla lingua assurdità, conflitti, contraddizioni, approccio libero (?) alla sessualità, impeto violento e ribelle, difficoltà nel rapportarsi con un mondo adulto che antagonizzano, come è normale, giusto e sano che gli adolescenti facciano. Certo, magari sarebbe meglio se lo facessero senza esagerare con l’illegalità e/o la violenza, fisica tanto quanto psicologica, ma insomma, non è che si possa sempre avere tutto e in ogni caso, quando in un film vuoi schiaffarci il MESSAGGIO, è bene estremizzare, altrimenti non arriva. Tanto più che, signora mia, sono estremizzazioni solo fino a un certo punto, certe cose succedono davvero.

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Cose a caso