Il gioco di Gerald

Il gioco di Gerald si inserisce nel gruppone, ultimamente piuttosto nutrito, dei progetti fortemente voluti e inseguiti per anni e anni da un regista che ci teneva proprio guarda in una maniera che non ti dico. La leggenda narra che Mike Flanagan, fin dagli esordi, girasse per Hollywood con il libro di Stephen King sotto braccio, cercando in tutti i modi di convincere qualcuno a fargliene dirigere un adattamento. Mentre inseguiva il suo sogno, il caro Mike ha deciso di esordire svelandosi come nuovo grande talento dell’horror con Oculus, per poi firmare altri tre film tutti interessanti (fra cui questo e questo), tutti ben diretti, tutti con qualità innegabili, tutti largamente imperfetti e non all’altezza del suo esordio. Evidentemente, però, il credito accumulato fino a quel punto gli ha permesso di entrare nel sempre più popolato club dei registi a cui Netflix ha detto “Ma certo, caro, noi ci mettiamo i soldi, tu fai un po’ quello che vuoi.” E “Quello che vuoi” è diventato un adattamento piuttosto fedele nella sostanza, intelligente nel modo in cui reinterpreta determinati aspetti del libro, forse troppo fedele riguardo ad altri.

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Madre!

La prima fase del rapporto con Madre! è quella in cui non sai bene cosa aspettarti. Il trailer te lo vende come una specie di Rosemary’s Baby con Jennifer Lawrence, Michelle Pfeiffer, Javier Bardem ed Ed Harris, diretto da Darren Aronofsky. Che, insomma, è una prospettiva quantomeno intrigante. Solo che la gente te ne parla come di una roba assurda, bellissima o bruttissima, che sbarella le carte in tavola e parte per la tangente. Del resto, oh, sappiamo cosa ha diretto Aronofsky prima di arrivare qui. E quindi? E quindi, per chi si trova in questa fase del rapporto e vuole un’opinione sul film senza saperne di più, possiamo dire che Madre! è – come talvolta accade con Aronofsky – un thriller non thriller, un film che sfrutta cliché e convenzioni del cinema di paura per mettere addosso inquietudine mentre sta comunque facendo sostanzialmente altro. Secondo me merita, ma merita per motivi che non sono quelli del thriller chiuso in casa e stanno piuttosto in una mezz’ora finale completamente folle, splendida ma capace di far incazzare col turbo. Chi non vuole sapere altro può fermarsi qui, anche se nel secondo paragrafo non svelo poi molto altro.

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L’inganno

L’inganno è tratto dallo stesso romanzo da cui arriva La notte brava del soldato Jonathan, film del 1971 che pone lo stoico Clint Eastwood, con la sua interpretazione da stoico Clint Eastwood, soldato “giacca blu” ferito in territorio nemico e accolto in un un collegio femminile, dove le residenti lo curano, apprezzano e poi desiderano, scatenando un gioco di competizione, invidia, vendetta e violenza. Il punto di vista, lì, è strettamente maschile e del resto il regista Don Siegel lo descrisse come un film sul “desiderio basilare femminile di castrare gli uomini”. Diciamo che è un film molto figlio dei suoi tempi. Basta avere una conoscenza anche solo superficiale della filmografia di Sofia Coppola per intuire che la sua versione della storia ribalta la prospettiva, mostrando un gruppo di donne isolate dal mondo degli uomini e messe in crisi dall’ingresso di un “alieno”, sostanzialmente assolte nelle intenzioni, al massimo vittime di istinti indomabili, dell’assurdo voler reprimere la sessualità e di scelte sì infelici ma che è facile compiere in situazioni complicate.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: Valerian e la città dei mille pianeti

Oggi si conclude infine la tripletta di film che ho visto a luglio, perché qua in Francia sono usciti a luglio, ma in Italia sono arrivati successivamente. Che poi, oh, uno si lamenta, e per esempio questa settimana sono andato al cinema a vedere It che in Italia arriva a ottobre, ma voi questa settimana potete andare a vedervi il nuovo Kingsman, che qui esce a ottobre. Insomma, whatever. Comunque, Valerian e la città dei mille pianeti non è che sia proprio riuscitissimo e ha due protagonisti sbagliatissimi, però secondo me ha pure cose ganze che si meritano di essere viste sul grande schermo. Ne ho scritto a suo tempo a questo indirizzo qua.

Preacher

Poco più di una settimana fa, si è conclusa la seconda stagione di (quella bomba clamorosa di) Preacher, che ho trovato anche superiore a (quella bomba clamorosa che già era) la prima stagione di Preacher. C’è un aspetto in particolare ad avermi convinto, esaltato, fatto ridere come un scemo e fatto venire voglia di scriverne qua dentro per spingere chi fosse indeciso a darle una chance: Preacher ha dimostrato definitivamente di essere una serie che fa quello che le pare. In maniera proprio netta. Certo, aveva iniziato a farlo fin dall’inizio, nelle scelte di casting che scatenano il fastidio di chi ci tiene al pigmento e nella decisione di stravolgere tanto, tantissimo, in termini di adattamento della storia. Ma a far quello, ormai, son bravi tutti. No, il bello di Preacher e, ripeto, soprattutto della seconda stagione di Preacher, è che riesce a riproporre alla sua maniera, che è una maniera tutta nuova e personale, quello spirito deflagrante che di fondo costituiva l’anima più profonda del fumetto. Quello spirito di chi si sta divertendo come uno scemo, non ha rispetto per nessuno e fa, appunto, quello che le pare. Ed è una serie fantastica.

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In questo angolo di mondo

In questo angolo di mondo è il film con cui si riapre la stagione degli “eventi” dedicati a proporre il cinema (per lo più d’animazione) giapponese nelle sale italiane con uscite circoscritte a un paio di giorni. Esce oggi un po’ in tutta Italia, anche se chiaramente il numero di sale è ridotto, e c’è quindi una certa urgenza di mettere in chiaro due cose. La prima: merita, molto. Se ne avete modo, non perdetevelo. La seconda: la protagonista è originaria di Hiroshima e la storia ha inizio negli anni Trenta. In realtà, per gran parte del film, la guerra rimane più che altro uno spettro pesante sullo sfondo di un racconto che si concentra sulla vita di provincia nel Giappone di quei tempi. Solo che poi viene presa una direzione prevedibile e In questo angolo di mondo non le manda proprio a dire. Non si raggiungono magari i livelli brutali e insistiti di Una tomba per le lucciole, ma diciamo che l’ultima mezz’ora sa essere parecchio tosta. Lo dico a favore di chi si chiede (mi è capitato su Facebook) se sia il caso di portarci la prole. Lo sapete voi meglio di me, come reagisca la prole a determinate cose, ma insomma, qua volano i lacrimoni.

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Barry Seal – Una storia americana

Un film come Barry Seal – Una storia americana (in originale American Made, che volendo, nella sostanza, è moderatamente ben ripreso dal nostro sottotitolo) nasce per tanti motivi. Nasce perché oggi fa tendenza cavalcare l’onda lunga di Wolf of Wall Street, e chi è Doug Liman per dire di no. Fra l’altro un giorno dobbiamo parlare un attimo dell’amore di Liman per i videogiochi e del modo trasversale tramite cui li infila nei propri film. In tutti, eh, mica solo in Edge of Tomorrow. Ad ogni modo, dicevo, un film come Barry Seal – Una storia americana, nasce anche perché, dato il successo di Narcos, che fai, non vuoi girare un film in cui appaiono Pablo Escobar e i suoi superamici? Dedicandolo fra l’altro a un personaggio minore di Narcos, che magari ha incuriosito la gente. Perfetto, no? Praticamente è uno spin-off. Poi, certo, ti serve la star, ma tanto, per convincerlo a firmare, basta dire a Tom Cruise che la scena in cui pilota l’aereo, mette il pilota automatico e va nel retro per lanciare pacchi di droga la si gira facendoglielo fare davvero. A quel punto, sei a cavallo.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: Baby Driver – Il genio della fuga

Un film in cui tutto gira a ritmo di musica? Una puttanata? Una serie di inseguimenti pazzeschi? Questo e altro ancora in Baby Driver – Il genio della fuga, che arriva oggi al cinema in Italia. Io l’ho visto a luglio e ne ho scritto a questo indirizzo qua. Per me è tanto, tanto bello, ma posso capire i motivi per cui magari non convince. Rimane una roba che va vista su uno schermo grosso grosso grosso, possibilmente da vicino. Vvvrrrooommm!

Poi non dite che non vi ho avvisati: Miss Sloane

Cinque mesi fa ho visto un film con Jessica Chastain nel ruolo della donna dura che spacca i culi, non le manda a dire, ti domina col suo carisma e levati dalle palle. Una descrizione che, mi rendo conto, non restringe troppo il cerchio all’interno dell’insieme “film con Jessica Chastain”. Si intitolava Miss Sloane, ma in Italia si intitola Miss Sloane – Giochi di potere ed esce questa settimana. È un po’ cretino, ma ricordo di essermici divertito. Ne scrissi a questo indirizzo qua. Ve lo segnalo. Poi, magari, un giorno riprenderò a scrivere qua dentro cose che non siano post in cui vi ricordo di aver scritto cose. Forse.

Poi non dite che non vi ho avvisati: Dunkirk

Sono rientrato ormai da quasi due settimane ma, vuoi perché mi sono dovuto rimettere in pari con tutto, vuoi per il caldo, vuoi perché mia figlia non è ancora tornata all’asilo, vuoi perché sono preso da alcune idee che ho avuto per Outcast, vuoi per ‘sta fava, non ho ancora scritto nulla da mettere qua dentro. Si sopravvive, eh! Ad ogni modo, accade che oggi si manifesti in Italia Dunkirk, anche noto come il mio film di Christopher Nolan preferito dopo The Prestige. Io l’ho visto a luglio e ne ho scritto a questo indirizzo qua. Alla signora non è piaciuto molto. Così, lo segnalo.

Cose a caso