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I miei videogiochi del 2018

Secondo giorno di elenconi brutti: oggi tocca ai videogiochi su cui ho messo mano nel 2018 e ai quali ho giocato fino a completamento, o perlomeno fino al punto di decidere che potevo assegnare le stelline gli asterischi con un minimo di cognizione di causa. Non è quindi inclusa eventuale roba a cui ho fatto una o due partite e, in generale, che ho iniziato l’anno scorso ma a cui giocherò davvero (forse, vai a sapere) quest’anno, così come non conta la roba a cui non gioco regolarmente ma che continua ad essere installata sul telefono perché ogni tanto ricasco nel tunnel della droga, tipo Drop7 twofold inc., così come non conta il party game che esci una volta ogni dieci mesi, tipo Singstar. E chiaramente mancano eventuali cose che mi sono dimenticato di segnarmi. Ce ne faremo una ragione, così come ci faremo una ragione del fatto che questo paragrafo è quasi interamente riciclato da quello degli anni scorsi.

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The New Zealand Story

Tiki had met the Goddess and now went into a long sleep in the warm sunlight. But the Heavens had got an exit to the underworld.

The New Zealand Story (Taito, 1988)
sviluppato da Taito

A quasi vent’anni di distanza, The New Zealand Story è ancora un gioiello. L’unico elemento stonato è la colonna sonora, ancorata a uno stereotipo di quegli anni, fatto di un unico, ripetitivo, lezioso motivetto, che sulle prime risulta adorabile, ma dopo mezz’ora finisce per essere lancinante.

Ma tutto il resto, ragazzi, che roba!

La costruzione dei livelli è semplicemente impressionante, per la cura con cui ogni singola piattaforma è piazzata in giro, a costruire una serie di passaggi, pertugi, corridoi su cui zompettare è pura gioia. Perfetto nella progressione del livello di difficoltà, in crescita continua dall’inizio alla fine, sempre in grado di fornire una sfida adeguata, mai frustrante, anche nell’indubbiamente “aggressiva” sezione finale.

La concezione dei boss è spettacolare, dalla balena di ghiaccio che inghiotte il protagonista e lo costringe ad attaccarla dall’interno, alla delirante nave pirata: un “mostro finale” che è in realtà un intero livello, fatto di trappole, pavimenti scorrevoli, punte acuminate, trabocchetti nascosti. Forse delude un po’ solo la banalità del confronto definitivo col trichecone, per nulla fuori dagli schemi come ciò che lo precede.

Il design dei personaggi e delle ambientazioni è adorabile. Ricco di piccoli dettagli che saltano solo all’occhio dell’osservatore più attento, carico di autoironia, delizioso nel suo tratteggiare una lunga serie di personaggi adorabili e allo stesso tempo estremamente crudele nel sottoporre quel povero kiwi a una serie di morti sanguinarie, per mano di punte, lame, frecce e squartamenti vari. La Nuova Zelanda creata da Taito è popolata di esseri tondi e morbidosi, mette a proprio agio il giocatore con un uso ammorbante di suoni e colori, con una rappresentazione grafica morbida e avvolgente. E poi lo stupra colpendolo a tradimento, quando meno se l’aspetta, con violentissime pugnalate, che strappano quella specie di povero pulcino dalla sua vita terrena.

Ma il punto più alto si raggiunge quando ti ritrovi, dopo la morte, a saltellare fra le nuvole in paradiso. Ed è lì, mentre sei impegnato alla ricerca del conforto fra le braccia di una dea, o della coraggiosa e generosa fuga verso i pericoli del mondo, che ti rendi conto di quanto genio possa esserci dietro a questo gioco. E il cuoricino si spezza in due, sconvolto di fronte a tanto miele.