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Cose a caso

Sono giorni frenetici, giorni in cui ho un sacco da lavorare, giorni in cui il mondo dello sport si prepara a esplodere. Cominciano gli Europei dello sport inferiore, e io mio appresto a seguirli secondo le mie solite modalità da osservatore imparziale e assolutamente, lealmente, sportivo: tifando contro Spagna e Portogallo. Si stanno per concludere i playoff NHL, con i Los Angeles Kings in procinto di vincere il campionato, che è un po’ come se a Roma ci fosse solo una squadra che non ha mai vinto lo scudetto, ha sempre fatto schifo tranne quella volta che era arrivata seconda e quest’anno si è risvegliata nelle ultime dieci giornate e ha trionfato. Eppoi c’è l’NBA, che, a meno di colpi di coda da parte delle infortunatissime cariatidi in verde, sta per servirci le finali “Bene contro male – Episodio II”. Dopo i vecchi che poverini un titolo se lo meritavano e tifavamo tutti per loro (Dallas) dell’anno scorso, quest’anno l’impero del male viene sfidato dai giovani a cui tutti vogliamo troppissimo bene, che sono bravi ragazzi, hanno imparato a giocare come si deve, James Harden ha la barba e Kevin Durant è il figlio che tutte le mamme vorrebbero avere (Oklahoma City). Fra l’altro, qua si decide il mood delle prossime stagioni NBA: se gli Heat vincono, da antipatici diventano antipatici vincenti, quindi si conquistano ufficialmente l’odio eterno fino a smantellamento. Se perdono, diventano un po’ sfigati, cominciano a fare pena e va a finire che si tifa per loro. Vedremo.

Comunque, in realtà in questo post volevo mostrare dei trailer. Eccoli.

Abraham Lincoln: Vampire Hunter, per gli amici La leggenda del cacciatore di vampiri. Mboh, io continuo a sostenere che su Wanted si dicano troppe cose brutte e che alla fine era un filmetto divertente, simpatico, con un paio di scene molto spettacolari. Questo promette tamarraggine, ma ho come l’impressione che si prenda un po’ troppo sul serio, per essere il film in cui Abramo Lincoln tira le accettate in faccia ai vampiri. Vedremo. Fun facts: in USA esce a giugno, in Italia esce a luglio, la Germania sembra essere l’ultimo posto al mondo in cui arriverà (a inizio ottobre, quando, va detto, in Italia staranno ancora aspettando l’uscita di Prometheus).

Lo vendono come “dramatic thriller”, a me sembra “una roba che se la tira tantissimo da film d’autore”. È 360, il nuovo film di Fernando Meirelles, uno di cui a conti fatti ho visto solo The Constant Gardener senza esattamente uscirne matto, anzi, piuttosto innervosito. È scritto da Peter Morgan (La reginaFrost/NixonIl maledetto United), che insomma sa fare il suo lavoro ma non mi sembra esattamente un genio. Contiene Jude Law (mi piace sempre tanto), Rachel Weisz (buona), Ben Foster (ottimo) ed Anthony Hopkins (lo diciamo che ha rotto le palle?). Fun fact: in America esce a fine giugno su iTunes, un mese dopo al cinema. Per l’Italia non si hanno notizie.

E, a proposito di cose che mi fanno innervosire, chiudiamo con Take This Waltz. Trattasi del nuovo film diretto da Sarah Polley, di cui tutti hanno amato tantissimo Away From Her (che non ho visto) e che mi sta simpatica perché recita nei film strani che hanno a che fare coi videogiochi (eXistenZ), nei film horror (L’alba dei morti viventi di Snyder, Splice) e nei film di Atom Egoyan. Fra l’altro, ho fatto caso a lei per la prima volta proprio in un film di Egoyan (Il dolce domani) e mi era piaciuta un sacco, nonostante il naso che fa provincia. Il problema è che questo trailer, per quanto gli attori mi piacciano tutti, mi fa innervosire.

Fun fact: Take This Waltz, in America, esce il 29 giugno, in contemporanea, sia al cinema sia su iTunes. Quanto sembrano lontane anni luce, queste cose?

Colpo secco

Slap Shot (USA, 1977)
di George Roy Hill
con Paul Newman, Strother Martin, Michael Ontkean, Jennifer Warren, Lindsay Crouse

Com’è, questo strano film del 1977 che ha generato un paio di seguiti per la TV nell’attuale decennio all’insegna del vintage? È, nonostante (o forse proprio grazie a) uno stile goliardico, esagerato, sopra le righe, un ritratto fedele e realistico di cosa fosse l’hockey nelle Minor League alla fine degli anni settanta? Non ne ho davvero idea, conosco appena l’hockey NHL attuale, figuriamoci quello minore di trent’anni fa. Questo articolo su ESPN, però, sostiene che “Slap Shot”, which turned 25 on March 25, might seem like the silliest, most outrageous piece of sports fiction that Hollywood has come up with. Turns out, it came pretty close to the real world of minor-league hockey, circa mid-1970s. Quindi, insomma, ci fidiamo e la chiudiamo qui.

A questo si può aggiungere che dietro un vero e proprio sbarramento di situazioni stupidine, personaggi simpatici, imprecazioni e volgarità (che risultano ancora più forti ad ascoltarle per bocca di Paul Newman in un film di trent’anni fa) c’è un appena abbozzato ma efficace ritratto dell’America suburbana di quei tempi. I Charlestown Chiefs del film si ispirano ai veri Johnstown Jets e attorno alle loro vicende c’è del triste, mogio e opprimente vivere di una comunità della Pennsylvania cui stanno per chiudere la principale fonte d’occupazione.

Mentre tutto va a catafascio, Reggie Dunlop, interpretato da un Paul Newman figo come pochi, prova a ricucire i pezzi della sua squadra puntando tutto sul caos, sulla violenza in campo, sul far saltare i nervi agli avversari a colpi di insulti e trollate varie. Ne vien fuori un film un po’ invecchiato, ma crudo e divertente, che cresce parecchio quando – nella seconda parte – prova ad approfondire meglio i suoi protagonisti e scivola un po’ sui binari della malinconia, senza però smettere di far pronunciare a Newman delle sparate da antologia e regalando un delirante match finale che davvero scalda il cuore.

Il film l’ho visto su un decente DVD – con commento audio dei fratelli Hanson! – comprato in offertissima da Fnac. In lingua originale. Importanza di guardare questo film in lingua originale: non ho idea di come sia la versione italiana, ma Paul Newman si merita questo e altro. Nello scrivere questo brutto post ascoltavo la sofferenza umana dello Sbrocchieri e mi attardavo in ufficio oltre il lecito in attesa di recarmi al cinematografò.

Miracle


Miracle (USA, 2004)
di Gavin O’Connor
con Kurt Russel, Patricia Clarkson, Noah Emmerich, Sean McCann, Kenneth Welsh, Eddie Cahill

Eleven seconds, you got ten seconds, the countdown going on right now…Morrow up to Silk…five seconds left in the game! Do you believe in miracles? YES!!! Unbelievable!

La nazionale sovietica di hockey su ghiaccio è stata per una quarantina d’anni qualcosa di pazzesco. Dal 1956 al 1992 ha vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi invernali in tutte le edizioni tranne due: nel 1960 e nel 1980. In entrambi i casi l’oro andò al collo della nazionale statunitense. All’epoca la nazionale olimpica americana era composta dai giovani talenti universitari, non certo dalle stelle della National Hockey League come accade oggi (a Torino vedremo il torneo olimpico più imbottito di professionisti NHL della storia). Non che la cosa avesse molto peso, dato che anche le selezioni di All Star della lega professionistica americana venivano regolarmente massacrate dai sovietici.

Febbraio 1980, siamo in piena guerra fredda e gli Stati Uniti ospitano le Olimpiadi invernali. Nonostante la scelta americana di boicottare l’edizione estiva che si sarebbe svolta quello stesso anno, i russi decidono di partecipare ugualmente e si presentano al via con la loro mostruosa nazionale. Gli americani mandano in campo una squadra composta di dilettanti, universitari, giocatori che l’università l’hanno finita già da un po’, nessun professionista NHL. Alla loro guida, Herb Brooks, allenatore universitario che, da giocatore, si era visto escluso all’ultimo momento dalla nazionale del ’60, l’unica ad aver superato il mostro comunista. Brooks prende in mano i suoi ragazzi e li guida verso l’inevitabile trionfo del bene, abbattendo lungo il cammino le tre squadre più forti al mondo: Svezia, Repubblica Ceca e URRS. Lo scontro coi sovietici non è neanche l’ultimo del torneo: gli americani, per conquistare la medaglia d’oro, batteranno poi anche la Finlandia. Ma, chissà perché, nessuno ricorda quella partita, tutti ricordano quella coi sovietici. Quella spettacolare partita che si è chiusa sulle parole di Al Michaels citate in apertura.

Un episodio del genere, già raccontato così, assume toni epici, ma ovviamente c’è poi quel corollario di piccoli elementi che costruiscono la leggenda, a partire dal fatto che tutti i risultati furono ottenuti in rimonta. Ma soprattutto, un fatto del genere, così intriso di moralismi e di retorica sportiva, non può che generare il classico film sportivo Disney a base di buoni sentimenti. Eppure, nonostante tutto, Miracle, complice forse anche il fatto di raccontare un allenatore fortemente autoironico e poco avvezzo ai monologhi da spogliatoio, riesce a mantenere un buon equilibrio, senza mai scadere nel patetico. E allora, quando alla fine, inevitabilmente, ti ritrovi ad esultare come un idiota per la vittoria dei ragazzi, ti senti un po’ meno coglione che in altre occasioni.