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After Friday Night Lights

After Friday Night Lights (USA, 2012)
di Buzz Bissinger

Di Friday Night Lights, qua dentro, ho parlato fino allo sfinimento. Ho scritto del bellissimo film di Peter Berg, ho scritto delle cinque bellissime stagioni del telefilm (1, 2, 3, 4, 5) e ho infine scritto del bellissimo libro di Buzz Bissinger da cui tutto ha avuto inizio e che io ho letto solo dopo essermi guardato tutti gli adattamenti. Ci sono alti, ci sono bassi, ma è un microcosmo meraviglioso e che davvero merita una chance, anche per chi non dovesse essere appassionato di sport americani. Se poi appassionato lo sei, beh, figurati. Ebbene, ventidue anni dopo aver firmato il libro, Bissinger ha deciso di scrivere una specie di seguito ma non proprio, un racconto da trentaquattro pagine griffato Kindle Byliner, la collana di pubblicazioni digitali brevi, pensate per essere lette in singola botta. E infatti in singola botta me lo sono letto, sull’aereo per San Francisco, e non posso esimermi dallo scriverne qua dentro.

After Friday Night Lights si concentra sull’amicizia che in tutti questi anni è rimasta fortissima, nonostante mille motivi per mandarsi vicendevolmente a quel paese, fra il fortunato Buzz Bissinger e lo sfortunato Boobie Miles. Le difficoltà incontrate dal ragazzo nel corso del tempo, i sogni infranti, la ricerca disperata d’aiuto, il trovare a fatica un equilibrio, l’eterna gratitudine per chi ha voluto aiutarlo e il rancore nei confronti di chi ha di lui approfittato (con le inevitabili stoccate al ritratto un po’ troppo “amichevole” fatto di coach Gary Gaines nel film). Bissinger racconta alla sua maniera schietta e sofferente, riflette su quante persone – lui incluso – si siano negli anni arricchite mentre Boobie restava nella sua poltiglia, parlando anche di sensi di colpa, di etica, mettendo in dubbio la moralità del suo lavoro.

Come “seguito” in senso stretto, forse, non è nulla di che, perché avresti voglia di sapere che fine abbiano fatto tutte le persone di cui avevi letto nel libro originale e che qui a malapena vengono menzionate. Ma non è quello il punto: After Friday Night Lights è una lettura semplice, breve e toccante, quasi più un singolo articolo che un libro vero e proprio – del resto, il formato è quello – e non ha alcun senso se preso per i fatti suoi, ma è semplicemente fondamentale per chi ha amato tutto ciò che ha a che fare con Friday Night Lights e ne vuole ancora. E poi, suvvia, costa due dollari scarsi e si legge in mezz’ora.

Fun Fact: di recente Buzz Bissinger è entrato in clinica per ripigliarsi dalla dipendenza da sesso e shopping. Solo in America.

Macchine che abbattono aerei

E OK, c’è stato il Superbowl, si è conclusa con un lieto fine la favoletta di Ray Lewis, ma soprattutto sono stati trasmessi i trailer, che alla fine rimangono la cosa più importante, no? E quindi, fermi tutti:

Hahahaha, no, OK, l’All-Star Game, il bordello, i carri armati, le macchine che rimbalzano a ritmo di musica, Vin Diesel e The Rock che fanno la mossa in tag team e le macchine che demoliscono gli aerei. E vabbé. Peccato solo che alle fine appaia lei, ma lo sapevamo. Evviva. Fast & Furious 6. Maggio. Ora.

Detto questo, ci sono anche sessanta secondi di Iron Man 3, introdotti da Robertino che fa lo scemo.

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E continuiamo a far vedere un film che sembra voler fare il drammatico, il serioso e il poetico post-nolaniano e a farci chiedere: “Sì, OK, ma allora perché Shane Black?”. Poi, però, Robertino ti butta lì un “oh boy” e si riaccende quel minimo barlume di speranza che stiano prendendo per il culo.

Per chiudere questo lunedì mattina all’insegna del “c’ho altro da fare”, segnalo una bella intervista in due parti a Jason Rohrer, ché io ci voglio bene. La prima parte sta qua, la seconda parte sta qui. E c’ho già la fotta a mille per la sfida finale fra tutti i vincitori della Game Design Challenge.

Vendicatoribowl

Miscasting, questa disciplina.

Allora, stanotte si è giocato il Superbowl. Io a momenti non me ne accorgevo, perché la depressione da “quasi forse riusciamo a entrare nei play-off senza meritarcelo… no” mi ha un po’ fatto passare la voglia di avere a che fare con l’NFL. Tant’è che ho seguito i play-off distrattamente e il Superbowl, sì, l’ho guardato, ma insomma, mentre facevo altro. Nonostante fosse una roba ganza, Brady contro Eli a casa di Peyton. Ma, oh, cose che capitano. Eviterò di commentare il risultato perché sai mai, magari mi legge qualcuno che se lo deve ancora guardare. Parliamo piuttosto dei trailer del Superbowl.

Sembra diventare sempre più quel che deve essere, ovvero il filmettino ganzo e stupidino con le battute divertenti scritte da Joss Whedon e le situazioni molto nerd che mi gasano tipo quell’inquadratura messa lì che ruota attorno a loro tutti messi in circolo e col teppista che carica la freccia. Respiro. Ma fra l’altro, hanno poi ufficializzato cosa siano gli altri cattivi oltre a Loki? Quei tizi grigioverdi che si vedono a metà potrebbero esserlo, o magari sono solo i giganti surgelati di Loki. The Avengers in Italia si chiamerà I Vendicatori? Boh, domande importanti. Comunque bene, bravi, bis.
 

Questo non mi sembra aggiunga molto a quel che si era visto due mesi fa, al di là del sottolineare ancora di più che siamo tutti scemi, simpatici, tamarri e non ci prendiamo sul serio. Si nota comunque la presenza del tizio cattivo col metallo in faccia, quindi presumibilmente torneranno in qualche forma i due cattivi del primo episodio, o forse no, o forse chissenefrega.

Questo ha un’aria un po’ fastidiosamente George Lucas recente, però per qualche strano motivo, forse per il fatto che il primissimo trailer mi era piaciuto, voglio crederci. Sarà anche il fatto che c’è Riggins è il regista arriva da A Bug’s Life, In cerca di Nemo e Wall-E. E poi, hahahhaha, alla fine del trailer c’è la voce dei trailer americani, che non sentivo da un pezzo, e che dice trecento cose in dieci secondi. Simpatia.

Ok, questo sembra veramente una stronzata colossale, date anche le premesse (“Oh, Transformers ha funzionato, adesso facciamo il film di Battaglia Navale”). Però, anche qui ci sono i però. Intanto c’è Riggins pure in questo, e fra l’altro, anche se mi sembra in questo trailer non si veda, c’è anche Eric Northman. Poi il regista è Peter Berg, ovvero l’uomo a cui voglio tanto bene perché è responsabile di Friday Night Lights e serie TV a seguire (inoltre Cose molto cattive, The Kingdom e Hancock non erano male e ho letto ottime cose del suo documentario su Wayne Gretzky). Inoltre sembra il film di Crysis e spero fortissimo che arrivi il momento in cui Riggins si frega e si mette l’armatura dei cosi cattivi. E fra l’altro alla fine del trailer urla “Fire everything!” che è sempre un grande momento di ottima scrittura.

Non ho letto i libri, non ne so nulla, mi sembra la versione Twilight di The Running Man, Jennifer Lawrence mi piace ma forse non abbastanza, il fischiettino mi sta già sui maroni ai livelli della marcetta di Harry Potter che non ho mai sopportato e volevo morire ogni volta che partiva.

Safe House sembra un film nato dall’inspiegabile desiderio di fare un film di Tony Scott senza Tony Scott.” Questa cosa l’ha scritta Nanni Cobretti quando è uscito il primo trailer e mi ha fatto molto ridere ed era verissima. Ora, quel primo trailer tutto sommato prometteva anche bene, mentre questo è proprio uno schizzetto che non mi dice nulla. Ho come l’impressione che prima o poi lo guarderò in TV, ma magari sbaglio. In fondo, se sono andato al cinema per Killer Elite, perché non andarci per Safe House?

C’erano altri tre trailer, ma è roba che davvero non ho voglia. Tanto alla fine quello importante lo sappiamo qual è, e lo mettiamo di nuovo.

Imbattibile

Invincible (USA, 2006)
di Ericson Core
con Mark Wahlberg, Greg Kinnear, Elizabeth Banks

Vincent Francis Papale è un figlio della Pennsylvania, nato nel lontano 1946 e graziato da doti fisiche non da poco, che gli permettono di condurre un’eccellente carriera sportiva da liceale e studente universitario. Nel 1974 Vince lavora come barista e supplente al liceo di Interboro, ma trova un posto da Wide Receiver nei Philadelphia Bell della World Football League e, grazie a due ottime stagioni, si conquista l’occasione di un provino per il neo appuntato coach dei perdentissimi Philadelphia Eagles. Dick Vermeil gradisce, approva e assolda quello che, alla bellezza di trent’anni, è il rookie – senza esperienza di college football – più vecchio nella storia della NFL.

Papale gioca quarantuno partite in tre stagioni, dal 1976 al 1978. Tre anni durante i quali finisce per essere eletto capitano degli special team da quegli stessi compagni che lo chiamano amichevolmente Rocky (per coincidenza il 1976 è anche l’anno del sogno americano di Sylvester Stallone). La sua carriera si conclude per infortunio nel 1979, un anno prima del viaggio fallimentare al Superbowl dei suoi Eagles. Nel 1980, infatti, Philadelphia arriverà in finale in tutti e quattro i principali sport americani, anche se solo i Phillies conquisteranno il titolo (l’unico della loro storia).

Invincible racconta in sostanza una fetta del 1976 di Vince Papale. Romanza e stiracchia un po’ le cose, svaluta le prestazioni giovanili del protagonista e ne cancella la carriera pre-Eagles, col risultato di gonfiare ulteriormente i già mitologici toni della vicenda. Ma non si tratta di un gran danno, perché tanto, obiettivamente, se ne possono accorgere giusto i tifosissimi e chi va a consultare Wikipedia. Il “problema”, casomai, sono i toni del racconto, melodrammatici, pomposi e moralistici come da tradizione di film sportivo (figuriamoci di film sportivo Disney). Ma a conti fatti sono le caratteristiche del genere, quelle che ti devi aspettare e a cui devi essere preparato. Lode a quei (rari) film sportivi che non si perdono più di tanto nella retorica, ma non si può certo fare una colpa a questo dell’essersi voluto attenere alle regole.

Anzi, Invincible, pur non risparmiando allo spettatore uno stereotipo che sia uno, si permette di mostrare scelte di regia interessanti, con un’entusiasmante messa in scena del primo match “ufficiale” di Papale. Ericson Core mostra la partita dal punto di vista del protagonista, lo rincorre nell’affannosa corsa verso un placcaggio, lo accompagna all’attesa solitara sul fondo della panchina e lì lo abbandona per trasportarci fino alla linea dello scrimmage. Per il resto, le armi sono le solite, con un abuso del rallenty totalmente privo di vergogna e una ricostruzione “fantasiosa” delle partite raccontate. A dare solidità al tutto ci pensano le come al solito ottime interpretazioni di Mark Wahlberg e Greg Kinnear, rispettivamente Papale e Vermeil.

Ne esce fuori un discreto film sportivo, che gioca quasi tutte le sue carte sul sempreverde fascino dell’american dream, si concede il lusso di qualche piccola divagazione nel sociale e, tutto sommato, si fa abbastanza perdonare gli eccessi di retorica. A patto di amare il football americano, certo. E un po’ di simpatia per gli Eagles, pure, non guasta di sicuro.

Super Bowl XL


Partita non bellissima e, per una volta, difficile anche da salvare col discorso “se la son giocata fino alla fine”. Ha vinto la squadra che ha, forse, nel complesso, giocato peggio, ma si è rivelata più solida quando contava. Matt Hasselbeck ha fatto una gran partita e, come tutta Seattle, ha sbagliato davvero poco: il problema è che gli errori sono tutti arrivati in momenti chiave e hanno pesato come macigni. Al contrario, Pittsburgh ha giocato male, è mancata in due uomini fondamentali come Troy Polamalu e Ben Roethlisberger, ma nelle fasi decisive ha mostrato una concretezza chirurgica. Lo stesso Big Ben, nel computo statistico totale ha obiettivamente fornito una prestazione di poco conto, sbagliando tanti passaggi. Ma ha centrato quelli che contavano davvero, oltre a segnare un decisivo touchdown in corsa.

Seattle è partita bene, è andata avanti su field goal, ma non ha poi combinato più nulla e gli Steelers hanno avuto il merito, una volta passati in vantaggio, di non fermarsi più. I due field goal – entrambi da 50 e più yard, per carità – sbagliati da Josh Brown pesano forse più di quanto dica il punteggio finale, perché sono arrivati in momenti in cui la partita poteva cambiare direzione e non l’ha fatto anche per quel motivo. Il primo, soprattutto, poteva far chiudere il secondo quarto con solo un punto di vantaggio per gli Steelers, ma non è andato a segno. E, anche qui, quando c’era da chiudere il drive importante, Seattle ha sbagliato, Pittsburgh no.

Certo, nonostante le gufate di Dan Marino (che ha telefonato a Roethlisberger per dirgli “goditela, potrebbe essere la prima e ultima volta che vai al Super Bowl”), c’è stata anche una mano da parte del destino, anche solo nel fatto che tutte le chiamate arbitrali delicate abbiano detto Pittsburgh.
Due in particolare sono state decisive e, secondo me, corrette. Nel primo quarto, sullo zero a zero, gli arbitri hanno annullato un touchdown ai Seahawks per un’interferenza offensiva di Darrell Jackson. Una chiamata al limite, a interpretazione, ma che penso ci stia: vero che la spinta è lieve, ma viene portata nel momento in cui i due giocatori stanno effettuando un cambio di direzione ed è sicuramente decisiva nel far perdere il passo al difensore di Pittsburgh. Altrettanto delicata l’altra chiamata arbitrale pro-Steelers, che ha visto convalidato il touchdown in corsa di Roethlisberger anche dopo il challenge richiesto da Mike Holmgren. Dal replay mostrato in TV, francamente, mi è parso che, nel momento di massimo avanzamento, quando Big Ben era ancora in aria, la palla sia arrivata, anche se di pochissimo, sopra alla linea di meta. Al di là di questo, comunque, gli arbitri cambiano la decisione presa sul campo solo se dalle immagini è evidente l’errore, e non è questo il caso. Restano comunque due giocate che, in un’eventuale finale scudetto italiana, scatenerebbero indagini parlamentari e interminabili campagne “stampa” da Biscardi.

A conti fatti, ripeto, ha vinto chi, pur giocando probabilmente peggio, ha saputo mettere in campo le palle quando contava ed effettuare giocate decisive. Una volta tanto, fra l’altro, sono d’accordo con la scelta dell’MVP, che avevo pronosticato a una decina di minuti buona dalla fine. In una notte che non ha visto una stella in particolare risplendere più di tanto sulle altre, Hines Ward ha messo sul piatto cinque ricezioni per 123 yard, con un paio di giocate bellissime e, soprattutto, il touchdown decisivo, quello che ha dato la definitiva svolta alla partita. Avvio di ultimo quarto, Seattle è sotto di quattro punti e sta attaccando sulle trenta yard di Pittsburgh. In sequenza arrivano: un passaggio fino a una yard dalla meta annullato per holding, un sack su Hasselback e un intercetto, condito fra l’altro da una penalità per un tackle illegale dello stesso Hasselback. Nel drive successivo gli Steelers si portano sulle 43 yard avversarie e piazzano una giocata splendida, fra l’altro già vista altre volte in stagione: Roethlisberger passa la palla a Randle El (che non a caso al college giocava quarterback) e questi serve Hines Ward con un lungo passaggio in meta. Partita finita, il resto è quasi solo accademia.

A conti fatti devo dire che sono abbastanza contento per come è andata. Simpatizzo spudoratamente Pittsburgh (soprattutto con gli Eagles fuori dai giochi), più che altro perché mi piace molto Roethlisberger, sia come giocatore (ancora un po’ rozzo, ma talentuoso), sia come personaggio, ed è divertente vederlo conquistare il record di quarterback vincente più giovane della storia. Mi fa piacere che Bill Cowher, dopo 14 anni da allenatore nella sua città natale e un Super Bowl perso, sia finalmente riuscito a vincere un titolo. Ed è sicuramente molto bello che Jerome Bettis chiuda la carriera conquistando il suo primo Vince Lombardy Trophy nella sua Detroit. Viva l’America, viva le favolette!