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E intanto…

Vi siete guardati la partita? Avete tifato? Avete gioito? Sapete che sto scrivendo queste righe all’intervallo e magari sto portando una sfiga che metà basta? Nel dubbio, non cambio nulla, finisco di scrivere il post e lo metto in pubblicazione automatica, vada come vada. Comunque, mentre Balotelli si faceva odiare dall’Italia tutta, è spuntato sull’internet il nuovo trailer di Resident Evil: Retribution.

In pratica l’Umbrella ha catturato tutti e li ha infilati dentro Matrix, solo che poi qualcosa va storto, arrivano i mostri e c’è un’ora di film tamarra, piena di strappone che saltano e sparano a mostri grossi, con due strappone che si menano fra di loro e tutto al rallentatore. Io sto già prenotando i biglietti.

Il telecronista tedesco dice Andrea P@rlo invece di Andrea Pirlo.

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Cose a caso

Sono giorni frenetici, giorni in cui ho un sacco da lavorare, giorni in cui il mondo dello sport si prepara a esplodere. Cominciano gli Europei dello sport inferiore, e io mio appresto a seguirli secondo le mie solite modalità da osservatore imparziale e assolutamente, lealmente, sportivo: tifando contro Spagna e Portogallo. Si stanno per concludere i playoff NHL, con i Los Angeles Kings in procinto di vincere il campionato, che è un po’ come se a Roma ci fosse solo una squadra che non ha mai vinto lo scudetto, ha sempre fatto schifo tranne quella volta che era arrivata seconda e quest’anno si è risvegliata nelle ultime dieci giornate e ha trionfato. Eppoi c’è l’NBA, che, a meno di colpi di coda da parte delle infortunatissime cariatidi in verde, sta per servirci le finali “Bene contro male – Episodio II”. Dopo i vecchi che poverini un titolo se lo meritavano e tifavamo tutti per loro (Dallas) dell’anno scorso, quest’anno l’impero del male viene sfidato dai giovani a cui tutti vogliamo troppissimo bene, che sono bravi ragazzi, hanno imparato a giocare come si deve, James Harden ha la barba e Kevin Durant è il figlio che tutte le mamme vorrebbero avere (Oklahoma City). Fra l’altro, qua si decide il mood delle prossime stagioni NBA: se gli Heat vincono, da antipatici diventano antipatici vincenti, quindi si conquistano ufficialmente l’odio eterno fino a smantellamento. Se perdono, diventano un po’ sfigati, cominciano a fare pena e va a finire che si tifa per loro. Vedremo.

Comunque, in realtà in questo post volevo mostrare dei trailer. Eccoli.

Abraham Lincoln: Vampire Hunter, per gli amici La leggenda del cacciatore di vampiri. Mboh, io continuo a sostenere che su Wanted si dicano troppe cose brutte e che alla fine era un filmetto divertente, simpatico, con un paio di scene molto spettacolari. Questo promette tamarraggine, ma ho come l’impressione che si prenda un po’ troppo sul serio, per essere il film in cui Abramo Lincoln tira le accettate in faccia ai vampiri. Vedremo. Fun facts: in USA esce a giugno, in Italia esce a luglio, la Germania sembra essere l’ultimo posto al mondo in cui arriverà (a inizio ottobre, quando, va detto, in Italia staranno ancora aspettando l’uscita di Prometheus).

Lo vendono come “dramatic thriller”, a me sembra “una roba che se la tira tantissimo da film d’autore”. È 360, il nuovo film di Fernando Meirelles, uno di cui a conti fatti ho visto solo The Constant Gardener senza esattamente uscirne matto, anzi, piuttosto innervosito. È scritto da Peter Morgan (La reginaFrost/NixonIl maledetto United), che insomma sa fare il suo lavoro ma non mi sembra esattamente un genio. Contiene Jude Law (mi piace sempre tanto), Rachel Weisz (buona), Ben Foster (ottimo) ed Anthony Hopkins (lo diciamo che ha rotto le palle?). Fun fact: in America esce a fine giugno su iTunes, un mese dopo al cinema. Per l’Italia non si hanno notizie.

E, a proposito di cose che mi fanno innervosire, chiudiamo con Take This Waltz. Trattasi del nuovo film diretto da Sarah Polley, di cui tutti hanno amato tantissimo Away From Her (che non ho visto) e che mi sta simpatica perché recita nei film strani che hanno a che fare coi videogiochi (eXistenZ), nei film horror (L’alba dei morti viventi di Snyder, Splice) e nei film di Atom Egoyan. Fra l’altro, ho fatto caso a lei per la prima volta proprio in un film di Egoyan (Il dolce domani) e mi era piaciuta un sacco, nonostante il naso che fa provincia. Il problema è che questo trailer, per quanto gli attori mi piacciano tutti, mi fa innervosire.

Fun fact: Take This Waltz, in America, esce il 29 giugno, in contemporanea, sia al cinema sia su iTunes. Quanto sembrano lontane anni luce, queste cose?

I miei Mondiali 2010 (2)

I Mondiali del 1994 li seguii quasi per intero, in trasferta da Giulianova, sfruttando il mix fra TV di stato e radiocronaca della Gialappas’ Band. E divertendomi come un matto. O, perlomeno, ricordo di essermi divertito come un matto, anche se in realtà, non ricordo molto altro. Ricordo che mi divertì un sacco vedere la Bulgaria battere la Germania e arrivare in semifinale, mentre dall’altra parte, pure, si presentava la Svezia. Già allora avevo la fissazione per le favolette sportive. E del resto, dopo l’impresa danese di due anni prima…

Ho però comunque solo ricordi molto vaghi: il gol di Dino Baggio contro la Norvegia, la gomitata di Tassotti, uno della Gialappa che minaccia di estrarre l’ascia bipenne sull’esultanza dell’ospite per il pareggio spagnolo, sprazzi dal quarto di finale fra Bulgaria e Germania… l’unica partita che ricordo abbastanza chiaramente è la finale. La guardai ancora più in trasferta: non a casa di mia Zia, dove alloggiavo, ma assieme a mia cugina Luciana e al suo ragazzo Carlo, a casa di lui. TV accesa, Gialappi alla radio, pronti via. Un ricordo nettissimo, poi, sta nel fatto che quando si arrivò ai rigori Carlo volle spegnere la radio, perché non ce la faceva ad ascoltare i Gialappi che facevano i cretini. Troppa tensione. E poi, se non sbaglio si rischiava lo spoiler causa lag. L’altra cosa che ricordo, poi, è il ritorno a casa: mio cugino era da solo, silenzioso, fuori di casa, al buio. Non proferiva parola.

Gli Europei del 1996, giuro, non mi sono neanche accorto che si disputassero. Chissà perché. Passiamo quindi direttamente al 1998. Che succede nel 1998? Tre cose, direi. Un po’ di miei amici riescono in qualche modo a farmi venire voglia di giocare a calcetto, cosa che comincio a fare con una certa regolarità e che negli anni mi porterà a diventare l’organizzatore del calcetto settimanale con amici e colleghi fra campetti albanesi e zanzare milanesi, nonché il promotore e organizzatore di tredici tornei in crosspost fra newsgroup, forum, redazioni e gente che non c’entrava un cazzo. Vincendone tre, con tre squadre diverse, senza mai smettere di essere uno scarpone. In più, nel 1998, per la prima volta, seguo per davvero, dall’inizio alla fine, guardando più partite possibile e seguendo con gusto l’evoluzione del torneo, i Mondiali di calcio. Ma di questo parliamo dopo. Il 1998, infine, è anche l’anno in cui scopro il Fantacalcio, proprio partecipando a quello sui Mondiali che organizzammo su it.fan.studio-vit. Ma in effetti anche di questo sarebbe meglio parlare dopo.

I Mondiali del 1998 sono per me una roba un po’ strana. Furono appunto i primi che seguii davvero con attenzione, sempre gustandomi le cronache della Gialappa’s Band. Furono i primi in cui ebbi un qualche spunto di simpatia per l’Italia, o quantomeno per la gente che s’incazzava sperando nell’ingresso di Robbibbaggio. Anche se poi mi piaceva fare quello che simpatizzava per la Norvegia. Furono i primi in cui cominciai davvero a provare del forte fastidio nei confronti del Brasile. Furono gli ultimi in cui vidi la Danimarca combinare qualcosa di buono, coi due Laudrup ancora sulla cresta dell’onda e un giovane Jorgensen a dar loro una mano, seppellendo di gol la Nigeria del calcio champagne e arrendendosi solo sul 3 a 2 (gran gol di Rivaldo) contro il Brasile. Ricordo ancora Laudrup che festeggiava i gol sdraiandosi per terra di lato. Ricordo l’espulsione di Beckham e il fastidio nei confronti dell’Argentina. Ricordo un gol di Bergkamp e un intervento da dietro di Davids su Ronaldo. Ricordo la testata di Zidane, i gol di Vieri e il rigore di Di Biagio. Ricordo l’Olanda che elimina l’Argentina per uscire poi un’altra volta col Brasile. Ricordo Ronaldo, che durante la stagione calcistica avevo appena intravisto fare piroette e numeri assortiti, fare piuttosto schifo in campo. Ricordo le polemiche sulla sua crisi epilettica in spogliatoio con bava alla bocca e ricordo che in finale non fece neanche schifo. Non fece proprio.

E sì, non sapevo praticamente nulla dello scudetto polemico vinto dalla Juve. Tutte cose che vidi e lessi dopo. E mi sa pure che vivevo molto meglio, quando di ‘ste cose non sapevo nulla.

Non ricordo se i francesi mi stessero sulle palle, anche se ricordo che i gol di Thuram in semifinale mi divertirono un sacco. Però in effetti ricordo che in quel caso tifavo Croazia (a scriverlo adesso allibisco), probabilmente soprattutto per l’ormai radicata passione nei confronti delle cenerentole. Comunque è probabile che sì, mi stessero sulle balle, i francesi. In fondo mi stan sulle palle fin da quando ero piccolo e andavo in vacanza da quelle parti. Gran bel mare, ma anche tante gran belle facce di merda. Ho in testa, soprattutto, un’occasione in cui da bimbetto entrai in un negozio per comprare dei francobolli, porsi i soldi e le cartoline al negoziante, questo si prese i soldi, poi mi diede i francobolli, poi più niente. Al che io mi avvio verso l’uscita e quello mi urla dietro che non ho pagato. Tanti insulti e tante lacrime dopo, mia madre aveva pagato due volte i francobolli. Anzi, probabilmente pure qualcosa in più. Ma poi le facce, su, dai.

Del Mondiale del 1998, poi, ho un altro ricordo particolare: un servizio sulle varie squadre, su TV Sorrisi e Canzoni, in cui per ogni team c’era in evidenza il giocatore più rappresentativo. E ricordo che per gli USA la foto ritraeva un tale Wynalda, attaccante che dubito abbia in seguito lasciato il segno, avvolto nella sua bandiera. Protagonista della pagina giapponese, lui, Hidetoshi Nakata. (continua… )

Questo è il secondo di una serie di post in cui racconto come ho vissuto i Mondiali di calcio del 2010, prendendola però molto alla lontana e raccontando come ho vissuto il mio rapporto col calcio in generale, per ricordare a tutti che non so di cosa sto parlando. Facendomi prendere dalla logorrea, ma nel contempo dimenticandomi sicuramente anche di citare parecchie cose. E soprattutto mettendomi a scriverli in clamoroso ritardo. Ma insomma, non è colpa mia se m’è venuta voglia di farlo solo adesso, oltretutto mentre me ne stavo al mare e dovevo quindi metterli da parte per pubblicarli poi al ritorno. Fra l’altro è probabile che non arrivi mai a completare la serie, perché sarà lunghissima e prima o poi mi passerà la voglia. Questa spiegazione, oltretutto, andrebbe messa in apertura, almeno la gente capisce subito cosa sta per leggere e smette. Però le parti in corsivo mi piacciono qua in fondo, quindi va bene così.

I miei Mondiali 2010 (1)

Il quarto posto del 1978 e la vittoria del 1982 suppongo di averli “festeggiati” nelle braccia di mio padre che mi sbatacchiava in giro. Non ho il minimo ricordo di nessuna delle due occasioni, ma insomma, so e ricordo che lui era molto appassionato del giuoco del pallone e fra l’altro credo che da qualche parte in quel periodo abbia pure fatto parte dello staff medico della nazionale. Quindi diamolo per scontato. I miei primi ricordi calcistici sono invece legati a un periodo in cui facevo finta di essere interista, perché mi piacevano i colori della bandiera e i formaggini di Rummenigge. Ricordo chiaramente di aver trascorso una sera guardando una partita di coppa europea dell’Inter facendo roteare uno di quei cosi di plastica che facevano un gran casino. E ricordo anche di aver comprato la bandiera dell’Inter da un benzinaio la sera in cui il Milan vinse una Coppa dei Campioni. Ma insomma, in realtà non me ne fregava nulla.

Del 1986 pure, me ne fregava molto poco, però ricordo chiaramente che erano tutti incazzati. Al di là di questi simpatici ricordi, negli anni ottanta per me il calcio è stato soprattutto un qualcosa in cui ero una sega completa e che mi dava fastidio essere costretto a praticare quando lo proponevano nell’ora di educazione fisica. Uniche eccezioni: Holly & Benji, i videogiochi e il torneo di calcio delle medie, che affrontai ovviamente nella seconda squadra della mia classe. E divertendomi, a sorpresa, un sacco, nonostante due sole vittorie: una contro una squadra che si era presentata in “leggera” inferiorità numerica (erano in due e riuscirono pure a farci un gol, a fronte degli ennemila nostri) e una invece strappata col sangue e coi denti, per 1 a 0, a una squadra con cui immagino ci stessimo giocando l’ultimo posto.

Poi arriva Italia Novanta. E non cambia nulla.

Sì, le Notti Magiche, Totò Schillaci, le emozioni, l’uscita di Zenga, Gazza, Roger Milla e tutto quanto. Seguii qualche partita, percepii la febbre dilagante per l’evento, canticchiai la canzoncina col mio amichetto Luca Rignanese mentre passeggiavamo per le vie di Celle Ligure, notai come ci fosse un bel tot di tizi che stranamente tifavano Argentina (anzi, Maradona) e forse per la prima volta feci caso al fatto che il calcio italiano mi stava un po’ sulle palle. Ecco, questa cosa assurda del calcio italiano che mi sta sulle palle. Non so bene da cosa derivi. Forse dal fatto che il calcio italiano, inteso come intero circo mediatico (e non) è, in effetti, piuttosto antipatico, per mille motivi. Fattostà che, pur essendo giunta a risultarmi quasi simpatica in un paio di occasioni (direi Francia 98 e Germania 2006), pur essendomi stata veramente TANTO sulle balle al punto da esser contento per la sconfitta solo una volta (Belgio/Olanda 2000) la nazionale italiana non mi ha mai “preso” e l’ho sempre seguita con gran distacco. Una delle tante squadre che partecipano a ‘sti tornei e che per un motivo o per l’altro possono starmi più o meno simpatiche.

Non è una questione di antipatriottismo o di non comprendere l’isteria collettiva del tifo, perché in qualsiasi altro sport son parecchio tifoso dell’Italia. Con la pallacanestro, per dire, perdo completamente il controllo, e l’ho totalmente perso (assieme alle tonsille) quando ho avuto la fortuna di vedermi dal vivo semifinali e finali del torneo olimpico nel 2004, quando si arrivò all’argento. E in generale, quando seguo, che ne so, le Olimpiadi, son lì a rallegrarmi per qualsiasi cosa combinino gli italiani. Ma il calcio no. Boh, vai a sapere. Magari dipende dal non avere ricordi del 1982 e dal non essere stato indottrinato in famiglia a una qualche forma di fede calcistica. O magari dipende dal caso.

Gli anni novanta, comunque, han visto un lento ma deciso crescere del mio interesse per questo barbaro e sregolato sport. Nel 1992, per esempio, mi son ritrovato quasi per caso a seguire gli Europei e a gasarmi per l’impresa di ‘sta Danimarca richiamata dalla villeggiatura a Porto Palo di Cappassero causa guerra slava e capace di andare a vincere il torneo, dipingendo una fiabetta costellata di calciatori che segnano gol piangendo per la figlia moribonda in ospedale e premi partita devoluti alle vittime di guerra. Forse poteva pure esserci qualcosa di divertente, in ‘sto giuoco del pallone.

Passan due anni e arrivano i Mondiali del 1994, quelli in cui scopro la telecronaca della Gialappa’s Band. Ecco, fra l’altro, la Gialappa’s Band è una roba strana: quando ancora non me ne fregava niente del calcio, seguivo lo stesso Mai Dire Gol. E il paradosso sta nel fatto che smisi di seguirlo, perché non mi piaceva più, quando smise di essere una trasmissione strettamente legata al calcio – con le classifiche, i gollonzi, i fenomeni parastatali… – e scivolò nel cabaret più generico.

Ma, si diceva, USA ’94. (continua… )

Questo è il primo di una serie di post in cui racconto come ho vissuto i Mondiali di calcio del 2010, prendendola però molto alla lontana e raccontando come ho vissuto il mio rapporto col calcio in generale, per ricordare a tutti che non so di cosa sto parlando. Facendomi prendere dalla logorrea, ma nel contempo dimenticandomi sicuramente anche di citare parecchie cose. E soprattutto mettendomi a scriverli in clamoroso ritardo. Ma insomma, non è colpa mia se m’è venuta voglia di farlo solo adesso, oltretutto mentre me ne stavo al mare e dovevo quindi metterli da parte per pubblicarli poi al ritorno. Fra l’altro è probabile che non arrivi mai a completare la serie, perché sarà lunghissima e prima o poi mi passerà la voglia. Questa spiegazione, oltretutto, andrebbe messa in apertura, almeno la gente capisce subito cosa sta per leggere e smette. Però le parti in corsivo mi piacciono qua in fondo, quindi va bene così.

Quattro anni dopo, la stessa roba

La cosa che mi sorprende sempre – o forse, a pensarci bene, non mi sorprende mai – di fronte a chi si lancia in un editoriale, scritto o parlato, contro l’introduzione di questa o quella tecnologia nel meravigliuoso mondo del Pallone, è il ragionare per assoluti. Il buttarla sul: “La moviola in campo non risolverebbe tutti i problemi” o “anche il marchingegno tecnologico può commettere errori di rilevazione”. Come se a utilizzare lo strumento tecnologico non fosse comunque un arbitro, che può e deve avere in mano il potere della decisione finale (come del resto accade in tutti gli sport che lo utilizzano). Come se chiunque sano di mente avesse il coraggio di sostenere che con un replay davanti svanisca qualsiasi dubbio. Come se l’unico modo per rendere valido un cambiamento sia identificarlo come soluzione di tutti i mali. Non basta essere convinti che possa aiutare, semplificare, rendere più solido ed efficace il lavoro degli arbitri. No, noi folli visionari inseguiamo la perfezione, il calcio meccanizzato e privo di errori. Del resto – altra tecnica dalla sicura efficacia che i tradizionalisti adorano – quanto è bello aggrapparsi alla retorica del sano calcio di una volta, in cui l’errore umano è parte integrante del sistema e in cui non c’erano le telecamere a farci vedere il gol fantasma della Germania o la mano di Dio. No, aspetta, forse c’erano.

Il punto della moviola in campo, comunque, non è evitare del tutto gli errori, ma dare uno strumento in più per risolvere dubbi, senza la pretesa che sia sempre sufficiente. Non a caso, gli arbitri dei quattro sport americani, di fronte al monitor, cambiano la loro decisione solo se ritengono che le immagini dimostrino nella maniera più chiara e certa possibile che avevano sbagliato. Notate i concetti chiave? “Ritengono”, perché comunque non si leva nulla alla discrezionalità dell’arbitro, dato che è comunque lui ad avere l’ultima parola e a decidere cosa fare. E in più si parla della possibilità di cambiare una decisione che le immagini mostrano come evidentemente sbagliata. Capito? Se le immagini non sono chiare, non danno certezze all’arbitro, viene mantenuta la decisione presa in campo. Quale arbitro, di fronte alla possibilità di farlo, non vorrebbe cancellare un suo clamoroso errore? Direi nessuno, a meno che non se ne voglia mettere in dubbio la buona fede. “Eh, ma vuoi mettere poi le polemiche, con l’opinionista che interpreta diversamente il replay?” E perché, adesso non ci sono? Cosa cambierebbe? Semplice: l’arbitro avrebbe comunque preso la sua decisione valutando degli elementi in più. Oddio, bisogna anche considerare che il calcio è quello sport in cui non si mostrano i replay sullo schermo gigante perché altrimenti poi i tifosi si incazzano, ma questo è un altro discorso.

E ancora, un altro aspetto cui spesso si aggrappano i tradizionalisti è l’impossibilità di applicare a un gioco dal flusso continuo come il calcio la pausa per la consultazione della moviola, senza contare i problemi che creerebbe il dare agli allenatori la possibilità di reclamarne l’utilizzo presso l’arbitro. Qua, però, sfugge un concetto fondamentale: la moviola in campo viene applicata in maniera diversa e con parametri diversi a seconda dello sport. Si adatta alle situazioni. Nel basket NBA, per esempio, non sono gli allenatori a richiederne l’utilizzo (come invece avviene nel football NFL, e comunque tramite un sistema che ne limita l’uso e crea anche un meccanismo di rischio, dato che se sbagli a utilizzarla perdi un time-out). Gli arbitri di basket e hockey – ma anche quelli del football, nei minuti finali e a loro discrezione – si basano su parametri molto specifici, che ne limitano l’utilizzo in determinate situazioni.

Se nell’NHL c’è un un “gol fantasma”, alla prima pausa di gioco viene controllato il replay per decidere cosa fare. E se la pausa si fa attendere, si possono anche annullare quei minuti di gioco successivi, in caso si decida di convalidare il gol. Certo, nel calcio ci sono molte meno pause istituzionali, anche se in tutti quei minuti di proteste che vediamo tanto spesso ci sarebbe eccome, il tempo di guardare un replay, e per applicare un regolamento del genere servirebbe forse l’utilizzo del tempo effettivo. Che, fra l’altro, sarebbe una gran cosa, fosse anche solo perché ci risparmierebbe tutte le insopportabili manfrine dei giocatori che agonizzano cercando di guadagnare minuti preziosi. Ma questo è ancora un altro discorso.

Nell’NBA, qualche anno fa, è accaduto che un po’ troppe situazioni di tiro allo scadere del cronometro venissero interpretate nella maniera sbagliata dall’arbitro. Nella stagione successiva è stato introdotto l’uso del replay, solo e unicamente per gestire quelle situazioni. Capito? Si vede un problema, si identifica la soluzione, lo risolve nella stagione successiva. Quattro mesi dopo. Certo, essere tanto pronti e scattanti è semplice in una lega chiusa da una trentina di squadre, molto meno quando bisogna mettere d’accordo federazioni di tutto il mondo, magari con tante leghe minori a cui non si possono imporre regolamentazioni per le quali non hanno a disposizione i mezzi tecnologici ed economici necessari. Però, una qualche lezione, forse, la si può trarre.

O magari si potrebbe anche solo ragionare in termini di sperimentazione “umana”, perché è pur vero quel che dice se non erro Platini: se la pallacanestro ha cinque arbitri, perché il calcio, con un campo tanto più ampio da tenere d’occhio, non può seguire l’esempio? Perché poi l’arbitro – giuro, ho sentito anche questa – si vede ridotta l’autorità? Ma abbiamo a che fare con uomini adulti o con bambini che lottano per la supremazia? Sono persone interessate a svolgere il meglio possibile il loro compito, quindi eventualmente aiutarsi fra di loro, accettare le rispettive competenze e comunicare in caso di dubbi, o micetti interessati a marcare il territorio con una pisciatina? Se l’arbitro può collaborare con il guardalinee, perché non dovrebbe poterlo fare con altri colleghi?

Al netto di tutte le possibili considerazioni sulle difficoltà nel mettere d’accordo l’intero pianeta calcistico, mi lascia allibito che ancora non si sia fatto praticamente nulla in questo senso, se non qualche sperimentazione col doppio arbitro. E mi agghiaccia che chi vuole dare contro a questo genere di cambiamenti debba sempre, per forza, farlo storpiando le argomentazioni altrui (la moviola in campo che dovrebbe risolvere tutti i problemi), sfruttando la facile retorica del bel calcio che non esiste più, buttandola nella caciara con la BATTUTONA finale un po’ aggressiva, che però tira anche di gomito e fa l’occhiolino, perché in fondo siamo tutti simpatici e amiconi. Forse, il problema è che mancano le argomentazioni.

Non mi aspetto che questa e-mail venga pubblicata sul Fatto, perché è mostruosamente lunga e perché ci sono argomenti ben più importanti da trattare. Ci mancherebbe. Mi farebbe piacere, però, se arrivasse a Massimo Fini. Così magari potrebbe anche scoprire che pure sulla PlayStation gli arbitri commettono errori. Solo che sono programmati appositamente. Li commettono apposta, insomma. Un po’ come certi arbitri veri. Simulazione perfetta.

Questa roba che avete appena letto l’ho inviata il 3 luglio alla redazione de Il fatto quotidiano, in risposta all’editoriale di Massimo Fini pubblicato quello stesso giorno e che ho ritagliato e appiccicato qua sopra come immagine di apertura. Buona parte di queste cose le avevo già scritte in questo post di inizio 2006, dove fra l’altro spiegavo forse un filo meglio e di sicuro più a fondo, con esempi precisi, alcuni aspetti della mia posizione. Il bello è che in oltre quattro anni non è cambiato niente. Ancora si discute delle stesse cose, ancora non si sono visti cambiamenti di alcun tipo, ancora si usano le stesse tristi armi retoriche. Che palle.

Le corna del Diavolo


Le corna del Diavolo (Italia, 2006)
di Carlo Petrini

Pubblicato circa tre mesi prima dell’esplosione del caos calcistico estivo italiano, Le corna del Diavolo prova a raccontare tutte le nefandezze – alcune presunte, altre meno – dell’epopea milanista di Silvio Berlusconi. E lo fa con uno stile volutamente forte, sarcastico fino all’esagerazione, ma che alla lunga stanca e finisce per minarne la credibilità.

Troppo schierato, troppo di parte, troppo mirato al cercare fango e monnezza anche dove non è detto che ce ne sia, troppo “bravo” nell’interpretare qualsiasi evento sempre e comunque in veste negativa, Petrini finisce per mancare un po’ il bersaglio. E a dirlo è uno che tutto sommato crede e vuole credere a ciò che questo libro racconta, ma a cui cascano un po’ le braccia, di fronte a tanto accanimento.

Siamo molto lontani dal taglio giornalistico e puntuale di Lucky Luciano, opera che, a onor del vero, è forse un po’ ingiusto paragonare a questa. Ma per esempio il Petrini de Il calciatore suicidato, così preciso, attento e rigoroso, costretto a rimanere fra le righe probabilmente per il profondo rispetto nei confronti del dolore altrui, è davvero su un altro pianeta.

Tutto questo non significa che Le corna del Diavolo non abbia dei meriti, anzi, riassume comunque efficacemente svariati episodi che hanno caratterizzato oltre un ventennio di carrozzone rossonero e richiama alla memoria tanti avvenimenti molto poco edificanti. Lascia anche, però, un po’ di amaro in bocca.