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Pinkpop 2008

Il Pinkpop
Il festival musicale più longevo dell’universo conosciuto, quest’anno alla trentanovesima edizione. Quale scelta migliore per levarsi lo sfizio che da tempo ci si voleva levare di fare la trasfertona a un qualche festival europeo?

Il primo giorno
No, grazie

Brusselles
Non c’entra nulla col Pinkpop, ma la prima sera ci siamo fermati lì. Sinceramente mi è parsa una città abbastanza fetida, una versione un po’ depressa di Milano. Però il centro storico non è da buttare e ha dei begli scorci, anche se le viette dei ristoranti sono da bombardamento al napalm immediato. C’è da dire che dovunque ti giri vedi capelli biondi, occhi azzurri, insegne che recitano “frittura” e waffle ricoperti di melme e frutta varia, quindi tanto male non può essere.

I treni
In Olanda e in Belgio funzionano.
In Italia no.

L’Olanda
Tutto ha gli occhi azzurri, anche le panchine.

Il Kogaratsu (questa disciplina)
Un fumetto pubblicato sulla versione belga di Metro. L’ho raccattato in treno.

Il Dottore, Dan e la di lui Licia
Solita ottima compagnia, ringrazio sentitamente (in particolare il Dottore, che ha pressato per mettere in piedi la cosa e ha poi organizzato meticolosamente il tutto).

Valkenburg
Sta a mezzoretta di treno da Landgraaf, quindi era comoda. Ci sono le rovine di un castello (ma erano coperte da brutte impalcature) e c’è una grotta (ma la visita guidata era già partita). La stazione dei treni è la più vecchia dell’intera Olanda.

Landgraaf
Sta a mezzoretta di treno da Valkenbuurg.

Megaland
Sta ai margini di Landgraaf. Non mi è chiaro cosa sia di preciso, ma contiene l’arena in cui organizzano il Pinkpop.

L’organizzazione
Notevole. Area abnorme (se ho capito bene si parla di 60.000/65.000 persone per ciascuna delle sere, e ci si stava quasi comodi), tre palchi ottimamente predisposti, acustica eccellente (cazzo, quando Dave Grohl sbraitava distinguevo le singole parole), gestione del programma e degli orari strapuntuale anche contro gli imprevisti. Cibo dovunque ci si giri (certo, cibo di merda), tantissimi cessi (quasi puliti), organizzazione esemplare delle casse presso cui comprare i viveri (mai fatta una coda da più di un minuto), tante minchiatine tutte ottime. E poi i treni: esci dal concerto e c’è il treno che ti aspetta (l’ultimo giorno, che c’era più gente, spunta il treno a due piani), fai una fermata, scendi, e ci sono tre coincidenze che attendono i disperati e sono pronte a partire. Fantascienza.

Magliette
Quella del festival, una dei Queens of the Stone Age, una dei Counting Crows.

Cappellini
Rosa, ovunque. Anche in casa mia.

Blood Red Shoes
Non sapevo chi fossero, li ho trovati molto piacevoli e divertenti. Da approfondire.

Moke
Una specie di Noel Gallagher fallito col trip di George Best. Alla terza canzone siamo andati a farci un giro.

Bad Religion
Via la spunta da un gruppo che “caspita, una volta nella vita vorrei vederli”. Tanta carica, divertimento, coinvolgentissimi nonostante l’aria da pantofolai cinquantenni. Tre o quattro canzoni da delirio.

KT Tunstall
Doveva fare solo una canzone, ci ha messo pure troppo ad arrivarci. Rilassante, comunque, ascoltarla svaccati sul prato (e impressionante quanto si sentisse bene anche a distanze siderali, han fatto davvero un gran lavoro). Pessimo che durante l’esibizione Dio s’incazzi e mandi giù la pioggia pesante (ottimo il supporto della mantellina stile Unbreakable, ringrazio sentitamente).

Gli italiani
Quelli veneti che fanno i pirla in coda, quello con l’amico spagnolo che si siede di fianco a noi mentre mangiamo, quelli che vedono la maglietta degli Afterhours di Licia e si gasano.

Eagles of Death Metal
Li conoscevo solo di nome, non ne sapevo una minchia, grandissima sorpresa, anche se ho l’impressione che in disco mi piacerebbero meno di quanto li ho graditi dal vivo. Il cantante coi super basettoni che fa il rockabilly e ripete continuamente “Can you dig it?” è un grandissimo, comunque. E fra l’altro con la loro ottima esibizione spalancano le porte del cielo e ci regalano un sole splendente.

Editors
Il primo disco mi fa un po’ cacare, il secondo mi piace parecchio. Non pensavo di gradirli particolarmente dal vivo e invece – sarà anche perché han fatto un po’ tutte le canzoni che mi piacciono – ho apprezzato davvero tanto. Toh, volendo il cantante si spara un po’ troppe pose, ma con quel bel pezzo di voce che si ritrova va benissimo così.

Il sole
Durante il concerto degli Editors comincia a bruciarmi la faccia.

Stereophonics
Concerto perfetto. Subito via a far saltare la gente con Bank Holiday Monday (per poi dimenticare del tutto l’ultimo album) e The Bartender and the Thief. Da lì, splendida selezione di roba pescata soprattutto dai primi dischi con qualche cosetta eccellente presa di qua e di là. Ciliegina sulla torta il tizio un paio di file davanti a me che si spoglia tutto ignudo, sale sulle spalle di un amico e si mette a sventolare il randello e un paio di pompom fucsia su Have a Nice Day. Un’ora di Stereophonics migliore di questa non è facile metterla assieme, anche se il mio loro concerto ideale ha per forza dentro anche Traffic, Devil e Billy Davey’s Daughter.

Le ginocchia
Fanno crack

Kaiser Chiefs
Altro gruppo che conoscevo solo per sentito dire. Non è esattamente il mio genere, ma l’esibizione è stata davvero gradevole, divertente… è andata giù una favola. Anche questi, però, mi danno l’impressione di essere molto più fighi su un palco che in uno studio.

The Verve
Siamo andati a prenderci un paio di panini e ci siamo seduti sul prato a mangiare.
Sufficientemente lontani da non sentire un cazzo.

Foo Fighters
Li ho persi di vista dopo il terzo album, anche se ovviamente qualche singolo recente ce l’ho in testa, per cui un po’ temevo di rompermi le palle. E invece mi sono gustato un’esibizione spettacolare e coinvolgente. Grande trascinatore Grohl, che fino a che non si avventura su toni troppo alti ha pure una discreta voce, molto coinvolto il pubblico, gran begli arrangiamenti per un paio di pezzi vecchi. Ottimo falconi.

Il pelato sovrappeso che fa la faccia da cattivo…
… e che conosce a memoria tutte le canzoni e le canta tutte dall’inizio alla fine agitando la testa e gasandosi se quello di fianco, chiunque sia, gli va dietro. Quello che c’è sempre, a tutti i concerti, in qualsiasi città del mondo. Stava vicino a me durante il concerto dei Foo Fighers.

La colazione a Valkenburg
Thecaldolattecornflakespancettauovaprosciuttoformaggioyoghurtbrioche
– a capo che altrimenti non ci sta –
panetostatomarmellataburromielefruttacaccamerdapiscia

Fiction Plane
Non so chi siano, so solo che hanno aperto il terzo giorno e siamo arrivati mentre suonavano le ultime due/tre canzoni. E non mi sono parse male.

The Wombats
Dei regazzetti inglesi a caso che cantano musica rock inglese a caso, casinara e divertente. Piaciuti, simpatici, volevo pure comprargli la maglietta per stima, ma quando mi sono deciso a farlo l’avevano tolta.

Gavin Degraw
Una roba inascoltabile.

La mia maglietta con l’Uomo Ragno e il Ragno Rosso
Agli olandesi tamarretti piace un sacco. Me la commentavano e indicavano, uno mi ha pure chiesto dove l’avevo comprata e ci è rimasto male quando gli ho detto che l’ho presa in Italia.

Cavalera Conspiracy
Mentre afferravamo qualcosa da bere e/o da mangiare, abbiamo ascoltato le prime tre canzoni. O forse erano due. O forse una. Non si è capito bene. Comunque Max Cavalera a me sta simpatico. Però ce ne siamo andati all’altro palco, ad ascoltare…

Kate Nash
Più che altro perché i Wombats avevano chiesto di farlo che è amica loro. E in effetti non è male, anzi, mi è piaciuta molto. Simpatica, divertente, sbarazzina.

La gente
Minchia, quanta cazzo ce n’era.
Ma soprattutto minchia, quanta cazzo ce n’era l’ultimo giorno già a partire dal primo pomeriggio. Nel tendone non si poteva entrare (ma si sentiva comunque tutto benissimo da fuori, ‘sto fatto dell’acustica spettacolo era davvero incredibile).

Racoon
Degli sfigati olandesi, dopo due o tre canzoni abbiamo deciso di andare a svaccarci davanti al palco piccolo, dove poi avrebbero suonato…

The Hives
Di questi conoscevo tre o quattro singoli, e me li han fatti tutti, quindi già va bene. Ma in generale concerto ottimo, divertente, casinaro, col cantante che fa il pirla tutto il tempo ed è gran bravo a tirare dentro il pubblico. Bravi, bravi.

Alanis Morissette
Tanta roba vecchia (mi pare di aver contato quattro o cinque canzoni del primo disco), molto poco di recente, un po’ tutti i pezzi che “deve fare”. Unico concerto in cui si sentiva francamente maluccio, perlomeno all’inizio, con troppi strumenti messi assieme a cazzo. Nel complesso comunque bello e riuscito nonostante per certi versi fosse un po’ “fuori contesto”. E poi le abbiamo pure cantato tutti assieme Happy Birthday to Youuuuuuuu. E comunque su You Oughta Know e Ironic i palestrati pelati olandesi giganti pogavano e cantavano, quindi fuori contesto un cazzo.

Il sole (di più)
Uno va in Olanda pensando di stare tranquillo e poi si becca un cielo perfetto e un sole incazzato nero che tramonta alle dieci passate. Durante il concerto della Morissette ho definitivamente preso fuoco, e sicuramente il colorito paonazzo e la lebbra al naso nascono lì (lì, proprio lì, quando tirava una bella arietta e non mi rendevo conto di cosa stava succedendo).

Serj Tankian
Caspita, che voce! Peccato che non me ne fregasse niente, però da ascoltare mentre mangiavo hamburger e patatine e spisciazzavo è stato tutto sommato piacevole.

Queens of the Stone Age
Fantastici, anche se hanno fatto neanche poca roba dagli ultimi due dischi, che per me è come se non esistessero. Coinvolgenti, putenti, bravi, bravissimi, un piacere da ascoltare per davvero. E il batterista fa paura. E la chiusura su No One Knows, attesa, prevedibile, banale, è devastante.

Counting Crows
Concerto strano, forse un filo troppo dedicato alla produzione recente per coinvolgermi davvero, ma gradevolissimo da seguire per l’estrema teatralità del cantante, che interpreta e recita le canzoni da far pensare che stia per suicidarsi. Fra l’altro ‘sto aspetto proprio non me lo ricordavo, ma del resto li avevo visti un millennio fa, all’epoca del secondo album. Comunque bboni, ed emozionanti sulle canzoni giuste.

La gente (reprise)
Tutta ottima, tutta lì per divertirsi, nessun genere di casino, nessun devastato, si salta, si canta, si battono le mani, è tutto bello, è tutto fantastico, viva l’amore.

Rage Against the Machine
Escono sul palco e noi siamo tranquilli, nono, stanchezza, nono, non ci si prova nemmeno. Caspita, non ha senso, alla fine sono stato fuori dal casino per due giorni, sono vecchio, no, dai, lasciamo stare. Poi attaccano Bulls on Parade e non so come mi ritrovo davantissimo in mezzo al delirio. Che poi, delirio controllato, si salta, ci si mette dove si vuole, se vuoi stai fermo, se vuoi ti sposti e poghi, un piacere vero. Comunque, altro gruppo che in disco mi appassiona fino a un certo punto ma dal vivo mi coinvolge sempre di brutto. Nel caso specifico, poi, concerto davvero bello e trascinante. E la chiusura su Killing in the Name uno spettacolo, con 65.000 persone che cantavano e saltavano tutte assieme illuminate a giorno. Io ero in mezzo, circondato da esseri tutti nettamente più alti di me (non ci sono mica abituato, fra l’altro, è un’esperienza quasi uterina), ma chi era fuori e ha visto la cosa dall’alto sostiene di essersi commosso. Leggenda vuole che ci siano filmati della cosa.

Foto
E filmati. Ce n’è, ma le fotocamere utilizzate non sono mie. Quando raccatto tutto metto online da qualche parte.

Il ritorno a casa
Due ore e mezza di ritardo causa maltempo, atterraggio a Malpensa a mezzanotte, treni terminati, autobus che passa davanti a casa mia ma non si ferma e tira dritto fino in Cadorna, sostitutiva, a casa alle due, a letto alle tre.

Naso
Putrefatto

Rifare
Il più presto possibile.

P.S.
Biglietto in prevendita: 70 euro e rotti.
Biglietto in vendita sul posto: 80 euro.

Civiltà

Tutto fa un po’ male

Non si esce vivi dagli anni ottanta e si sta arrancando pure nei duemila (o zero, o quel che sono), ma ce la caveremo, ne sono convinto. Carichi di sushi e tonkatsu fino a scoppiare (a proposito, quello del Kotobuki non è paragonabile a quello del Maisen ad Harajuku, ma perlomeno ci prova, è quel genere di roba, e soprattutto non ha quell’aria da cotoletta dell’Autogrill che ho trovato nel ristorantaccio di viale Monza dove mi han portato i miei ex colleghi qualche mese fa). Con ancora nelle orecchie gli Afterhours che aprono il concerto su Male di miele, tirano fuori un’inattesa Elymania e buttano sul piatto, tanto per gradire, una splendida Cortez the Killer e perfino una Hit Me Baby One More Time. Qualche lento di troppo, forse, ma in due ottime (e abbondanti) ore di concerto, che non è che ci vadano avanti in molti, per oltre due ore. E allora si sopporta perfino Non è per sempre, che non la reggo davvero più, ma mi fa venire in mente i primi raduni di it.fan.studio-vit, una macchina piena di gente (anche se in effetti ricordo solo Flx) nell’estate del 1999, il rulladuno coi passaggi alla discoteca di Acquatica e, soprattutto, “Hai vinto bene”.

Heineken Jammin’ Festival 2007

Abbiamo gironzolato attorno all’idea per qualche mese, ma solo un paio di settimane fa, chiacchierando con Cardo davanti alla lista dei gruppi presenti, ci si è decisi: sarebbe stato Heineken Jammin’ Festival 2007, nelle giornate di venerdì e sabato. Con l’avvicinarsi della data, il gasamento prende a salire, un po’ perché non vado a un concerto da ottobre, un po’ perché questo genere di giornate immerse nella musica e nel dolce far niente in compagnia mi son sempre piaciute molto, un po’ perché comunque non frequento un festival musicale dal Flippaut del 2003 (e a un Jammin’ non ci andavo da quello del 1999) e un po’ perché mettendomi ad ascoltarli in ‘sti giorni ho scoperto di apprezzare parecchio i The Killers, che fino a una settimana fa, pur conoscendone i vari singoli, manco sapevo chi fossero. E così venerdì mattina ci siamo messi in viaggio, io, la Rumi e Cardo, in macchina verso Venezia, d’accordo per incontrarci sul posto col Dottore (in compagnia del Sassa e della sua ragazza) e con Zave e consorte. La notte sarebbe stata poi trascorsa nella casa veneziana di questi ultimi e non, come inizialmente previsto, nella più scomoda da raggiungere magione padovana di Flx.

Dopo un viaggio abbastanza tranquillo, tagliato in due da una pausa pranzo all’Autogrill Bauli vicino a Verona (caspita, un polipo in umido davvero buono!), giungiamo a destinazione senza incontrare particolare traffico, al di là di un fisiologico rallentamento negli svincoli. Arrivati davanti all’ingresso del parco, avvistiamo la biglietteria, ma proseguiamo alla ricerca del parcheggio, imbattendoci in una coda allucinante, generata dalla mossa geniale dei vigili di mettersi a rimuovere le macchine parcheggiate alle selvaggia, finendo col bloccare quasi per intero la strada con i carri attrezzi. Comunque, in qualche modo arriviamo al parcheggio e ci avviamo poi a piedi. Le 15:00 sono passate da poco e lungo il tragitto ci arrivano le note dei gruppuscoli che aprono la giornata.

Arrivati in cassa, ci sentiamo dire che la tessera da due giorni esiste solo per l’accoppiata sabato/domenica (ma chi cazzo è che va a vedere Vasco e la roba di sabato? Bah!). Ci fidiamo, che tocca fare, e acquistiamo il biglietto solo per il venerdì. Dopodiché si entra, in quest’area veramente spettacolare, enorme, interminabile e piena di bancarelle, baretti ed elementi sfiziosi. Ci avviciniamo a un palchetto (“Sarà quello secondario”) dove si esibiscono avventori volenterosi di mettersi in mostra. “Ah, no, il palco secondario è quello là in fondo, di fronte al palco grosso. Minchia, ma quanto cazzo sono lontani?” Molto. Per fortuna, l’area dedicata all’evento è davvero enorme. Per fortuna davvero.

Dopo aver cazzeggiato un po’ in zona e dopo aver mollato l’obolo per una bella maglietta dei Pearl Jam (ascoltando fra l’altro un ragazzo che chiedeva se fosse possibile eliminare il nome di Vasco dalle magliette del festival), ci avviamo verso la zona dei concerti, vagando vicino alle varie bancarelle, da quella di XL a quella di Guitar Hero II, passando per baretti, paninari e cessi chimici assortiti. Raggiungiamo la zona del palco principale mentre stanno zompando fuori i Le Mani. Durante la loro esibizione, francamente abbastanza triste, ci concediamo di curiosare dalle parti del palco secondario, osservando fra le altre cose un tizio che vomita in ginocchio e altre sciccherie. Dopo un veloce passaggio al bagno, ci si siede nei pressi del palco principale, sul lato destro, dalle parti dei cessi chimici, poco più a lato rispetto alla più esterna delle torri metalliche che sostengono le casse aggiuntive, i teloni pubblicitari e i maxischermi.

L’esibizione dei Le mani prosegue nella tristezza, col cantante che incita la folla (“Su le mani!”, “Alzate ‘ste cazzo di mani!”, “Siete me-ra-vi-glio-si!”) e – come al solito, in questi casi – ottiene una qualche reazione solo con “questo è l’ultimo pezzo.” Mentre l’esibizione si sta esaurendo, ricevo una telefonata dal Doc, ma non riusciamo a capirci molto bene e mi limito a indicargli più o meno dove può trovarci. La canzone termina, iniziano i lavori di preparazione del palco per i My Chemical Romance, e su uno schermo gigante appaiono le immagini del video di Read My Mind dei The Killers. Sarà l’ultima canzone che ascolteremo all’Heineken Jammin’ Festival 2007.

Mentre siam lì seduti a cazzeggiare, comincia a cadere qualche goccia di pioggia, poca roba. Fa niente, siamo attrezzati, del resto ce lo aspettavamo. Ci alziamo da terra e cominciamo a bardarci. Cardo infila il suo impermeabilino, io e la Rumi ci mettiamo addosso i poncho modello Unbreakable che lei stessa è andata a comprare il giorno prima. E così sono lì, ricoperto con il poncho, il cappellino dei Sixers sotto il cappuccio, il portafogli e il cellulare chiusi in un sacchetto dentro il marsupio. Ok, ho fatto la cazzata di mettermi le scarpe di tela e i pantaloncini corti, ma sopravviverò. Niente può fermarmi. Credo.

Estraggo il telefonino per provare a mettermi di nuovo in contatto col Doc, e nel frattempo la pioggia aumenta non poco. Mi allontano dagli altri verso una specie di enorme aiuola rotonda, subito alle spalle dei cessi, e da lì cerco di capirmi col Dottore, ma il segnale probabilmente è debole, e non sento quasi per niente la sua voce. E la situazione atmosferica non sta migliorando. “Dottore, io non sento un cazzo di quello che dici e qua mi sta grandinando addosso, ciao.” Metto giu e, con la pioggia che appunto ha cominciato a trasformarsi in grandine, mi dirigo dagli altri due. Il Doc mi dirà poi che in quel momento dove si trovava lui (a pochi metri di distanza, probabilmente), in quel momento ancora non grandinava.

Raggiungo la Rumi, che mi indica un tizio pensando che sia il Doc. Al che lo inseguiamo fino a raggiungerlo, per scoprire che non era lui. Nel fare questo, siamo finiti nei pressi della torre metallica più esterna. Una di quelle laterali, non le giganti coi megaschermi che stanno al centro. La grandine sta aumentando e comincia pure a fare un po’ male alle gambe (tant’è che ho ancora un segno rosso poco sotto al ginocchio provocato da un chicco particolarmente tosto). Allora ci dirigiamo sull’altro lato della torre, teoricamente abbastanza coperto dal vento e, quindi, almeno in parte, anche dalla grandine.

Su questo lato si trova ovviamente già un botto di gente, a cui mi avvicino per coprirmi ulteriormente dal casino che mi sta piombando in testa. Nel farlo comincio a sparare qualche stronzata (tipo “Ecco, è la punizione divina per i satanisti del rock!”), che perlomeno fa ridere chi mi sta davanti e sdrammatizza un filo. Del resto, la grandine aumenta in quantità e forza, si comincia a non vedere davvere più un cazzo che non sia il muro bianco e le cose che ti stanno a brevissima distanza. L’impressione, insomma, è che stia semplicemente grandinando molto, ma non ci si rende e non ci si renderà davvero conto fino in fondo del caos che si sta per scatenare, a meno di subirne gli effetti in prima persona.

Mi avvicino sempre più alla gente, cercando riparo sotto qualche ombrello o anche semplicemente nella vicinanza. Provo anche a chinarmi, ma serve a poco. A un certo punto salta fuori un telone, non si capisce bene da dove (probabilmente da un qualche capannello promozionale crollato). Comunque, viene tirato su e lo usiamo per coprirci. Tenuto su con le mani, ci ripara un po’ dal caos. La grandine, però, picchia fortissimo, tanto da far male alle mani con cui si tiene su il telone, colpendole attraverso il telone stesso. Mi viene pure un attimo di sconforto, al pensiero della grandinata “spacca macchine” raccontata anni fa da ZX. Al che comincio a urlare “A me i Linkin Park fanno pure cacareeeee!!!” e mi accorgo di avere davanti, sghignazzante, lo stesso tipo che rideva prima. Già, tutto sommato ancora si ride, perché ancora sembra che stia “solo” grandinando. Non abbiamo idea, per esempio, del fatto che le torri metalliche stanno crollando. Torri metalliche come quella che ci sta di fianco, per capirci.

Improvvisamente succedono, in contemporanea, tre cose: mi rendo conto che, forse, per quanto possa essere bello stare al riparo dalla grandine, mettersi sotto quel telone non è stata una grande idea; ristabilisco il contatto visivo con Elena e Cardo; vedo un tizio dello staff passarmi davanti urlando “VIA, TUTTI VIA!”

E allora via, tutti via. Via da sotto il tendone, di nuovo sotto la grandine. Elena corre davanti a me, Cardo dietro di me. Non si vede un cazzo, andiamo dritti, schivando fra l’altro persone rinchiuse in delle specie di microtende impermeabili griffate Heineken, che venivano vendute ai vari stand per ripararsi da sole e pioggia. Chissà se li han riparati bene dalla grandine. Chissà se qualcuno rinchiuso in una di quelle tende si è sentito piombare addosso una torre metallica.

Dopo una decina (?) di metri, ci fermiamo. La grandine sta improvvisamente smettendo di cadere. Vedo la Rumi davanti a me, che guarda verso di me e mi dice “Sono rimasti sotto!” Ma sotto che? Mi giro, e solo a questo punto mi rendo conto che le torri metalliche sono collassate praticamente tutte (otto su dieci, se non sbaglio). Assieme a Cardo corro verso la torre più grossa fra quelle cadute, dove c’è un gruppo di persone che sta cercando di tirarla su per estrarre qualcuno immobilizzato sotto. Ma non so bene che fare (anche perché di gente che spinge mi pare ce ne sia pure troppa) e, fra l’altro, la presenza di cavi elettrici non mi fa venire una gran voglia di dare una mano.

Chiamo Cardo e mi dirigo verso Elena, che è rimasta di poco dietro. Nel frattempo è tutto finito, non cade più una goccia d’acqua, praticamente sta spuntando il sole. E tutto è durato non più di cinque minuti. Cerchiamo di raccapezzarci, contattiamo il Dottore tramite il telefono e, pur con un po’ di fatica, riusciamo a beccarci. Nel frattempo Cardo mi racconta di aver visto, durante la fuga, un tizio venire colpito alle gambe da un cavo e ribaltarsi, sbattendo la testa per terra. Quella visione più di tutte, probabilmente, lo ha scosso parecchio, e i segni stanno tutti nel suo sguardo.

Il Dottore e i suoi compari ci raccontano poi di essere arrivati nella zona del palco mentre i Le mani stavano concludendo l’esibizione e – una volta iniziato il casino – di essersi riparati dietro i bagni chimici. Un riparo a quanto pare abbastanza sicuro e funzionale. Mentre si chiacchiera e si assiste all’intervento dei soccorsi, scatta il giro di telefonate per tranquillizzare chi – a casa – ha saputo del casino, anticipando sul tempo anche chi ancora non sapeva nulla. In tutto questo riusciamo a sentire Zave, che non sa bene cosa è successo ed è in cammino sul ponte bloccato al traffico (nel punto in cui il ponte passa dalle parti del parco, ci sono fior di alberi sradicati dal terreno). Gli spieghiamo l’accaduto e gli comunichiamo che difficilmente ci sarà ancora qualcosa da vedere.

Piano piano i soccorsi fanno il loro dovere e, nel giro di un’oretta, la folla viene invitata a disperdersi (e il tutto avviene abbastanza tranquillamente). Mentre ci si muove, rovesciando per terra l’acqua accumulata fra le pieghe dei vestiti, scatta l’inevitabile chiacchiera. Il miocuggino, il “Ci sono diecicentomille feriti”, i “Ma ci ridanno i soldi dei biglietti?” e gli ovvi “Certo che solo in Italia… ma come si fa a costruire della roba che crolla così facilmente?” Eccetera.

Tutte le bancarelle spaziano fra il devastato, il volato via e il mezzo crollato. Le prime ancora in piedi si avvistano praticamente all’uscita, e sono assalite da gente che vuole comprarsi da mangiare. Un gruppo di stranieri sta svuotando una scatola di coni gelato che, vai a sapere, magari è piovuta loro in mano dal cielo. Pare comunque ci siano solo feriti, nessuno grave. Il deflusso e la chiacchiera procedono abbastanza tranquilli, anche se qualche cristone vola all’indirizzo degli organizzatori e dello staff al punto informazioni.

Ci si dirige alla cassa, che ovviamente è chiusa e deserta. Solo la cassa accrediti è aperta, ma chi ci sta dentro non sa ovviamente nulla e risponde come può agli assalti verbali. Arrivano dei poliziotti, ma la cosa non scivola nella violenza, perlomeno fino a che noi siamo lì. (Al di là di un tizio muscoloso e pelosissimo, addobbato con un gilerino di pelle, che apostrofa i poliziotti con “Noi siamo in trentamila e voi in otto, se ci incazziamo che fate?”). Diventa comunque chiaro abbastanza in fretta che per il momento non si può ottenere nulla, quindi ci avviamo mogi verso la macchina.

Camminiamo lungo il marciapiede insieme a una fiumana di gente. A un certo punto vedo due ragazzi vicini, uno ha lo sguardo fisso nel vuoto, quello di fianco a lui ride e piange assieme. Poco più in là c’è una band, di ragazzini, a occhio nemmeno maggiorenni. Forse facevano parte dei gruppi vincitori dei concorsi. Stanno trascinandosi dietro la strumentazione, ma stanno anche spiegando a un tizio dello staff che da soli non ce la fanno. Sull’erba ci sono gli abusivi che vendono le magliette, e dietro di loro c’è il campeggio, in condizioni perfette. “Ma che minchia è, cascano le torri e alle tende non succede nulla?” Scopriremo poi che, molto semplicemente, di qui il casino maco ci era passato.

Mentre si cammina, e si riflette sulla faccia che devono fare quelli che, dopo tutto questo, tornano alla macchina e scoprono che è stata rimossa, pensiamo anche a cosa sarebbe potuto succedere se tutto questo fosse avvenuto qualche ora dopo. Perché, bisogna pure dirlo, ci si trovava nell’intervallo fra l’esibizione di un gruppo poco noto e quella della prima band vagamente di nome. La gente era sparsa in giro per un’area davvero enorme, fra bancarelle e cazzate. E al primo accenno di pioggia fitta, molti si sono dispersi. Ma se fosse stato in corso un concerto di quelli a venire, beh, saremmo stati in trentamila, tutti ammassati nello stesso punto, con nessuno che accenna a muoversi sulle prime gocce di pioggia. All’inizio della grandinata sarebbe scoppiato il caos e, considerando che da quel momento al disastro son passati pochi secondi, beh, meglio non pensarci…

Arrivati alla macchina, salutiamo il gruppo del Doc (che ci affida i loro biglietti per il rimborso) e ci diamo alla toeletta. Ci si cambia, ci si ripiglia un po’ e ci si mette in moto (in coda), ascoltando la radio per farsi un’idea un po’ pù seria. Fra quello e i quotidiani il giorno dopo, verremo per esempio a sapere che le strutture crollate erano pensate per resistere a 90kmh di vento, ma non a una tromba d’aria da 120, e che i feriti sono dieci, no, sono trenta, no, sono dieci, no, sono trenta, ma nessuno grave, no, un paio sono gravi, ma nessun morto. Sentiamo un tizio di XL raccontare che loro sono stati salvati dalle pile di giornali. Pile di giornali sulle quali si è schiantato un cesso chimico, levatosi in volo e finito dalle loro parti. E allora forse il riparo scelto dal Dottore poi così sicuro non era. Ma del resto chi sono io per parlare, che stavo acquattato di fianco a un torre metallica in crollo e manco me ne sono accorto?

Decidiamo di non provare nemmeno a immetterci nel traffico in uscita e andiamo verso il centro di Mestre, seguendo una strada tutto sommato poco trafficata. Molliamo la macchina in un parcheggio, prendiamo un treno in arrivo subito dopo di noi (notando comunque che ci sono convogli con ritardi da tre ore) e, dopo esserci imbarcati anche sul vaporetto, arriviamo a destinazione, stanchi morti, affamati come bestie e pronti a raccontare tutto a chi ci ospiterà.

E, sostanzialmente, finisce così. L’intera manifestazione verrà poi annullata, un po’ per impraticabilità di campo, un po’ per le indagini, un po’ perché magari, pur non essendoci scappato il morto e pur essendo improbabile che si verifichi di nuovo il disastro, sarebbe il caso di fare attenzione. Certo è che il sabato di sole mortale fa proprio rabbia, specie mentre andiamo inutilmente a chiedere il rimborso alle casse. “I rimborsi sono stati dati stamattina, guardate sul sito le informazioni per ottenere i soldi indietro.” Si torna quindi a casa, con nelle orecchie solo l’esibizione dei Le mani e il rumore della grandine. Con la serenità di essere stati a un passo dal disastro vero. Con l’amarezza per i concerti persi (fra l’altro, cazzo, quasi tutti i gruppi li avevo già visti, alcuni più volte, altri anche di recente, o li volevo vedere solo per curiosità, ma ai The Killers, che praticamente conosco da una settimana, avevo finito per tenerci davvero). Bah, almeno ho (intra)visto Venezia, che non ci passavo da quando ero piccolino…