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Lo Studio Ghibli in mostra

Il 4 ottobre ha aperto in quel di Parigi la mostra Dessins du Studio Ghibli, dall’argomento facilmente intuibile. Si tiene presso lo stesso luogo che ha ospitato la mostra dedicata agli eroi Marvel, il museo Art Ludique (indirizzo: Les Docks – Cité de la Mode et du Design, 34 Quai d’Austerlitz, Paris), fino a domenica 1 marzo 2015, quindi, se volete organizzarvi per farci un salto, direi che c’è tutto il tempo. Si tratta di una mostra dal tema piuttosto specifico e che, come esperienza, si allontana parecchio da quel sogno del Museo Ghibli di Mitaka. È quindi sicuramente molto interessante anche per chi l’ha visitato, oltre che in generale un’esposizione che davvero merita se si apprezza il lavoro di Hayao Miyazaki, Isao Takahata e compagni. Il tema principale è infatti la lavorazione alle spalle di quel che vediamo apparire su schermo, approfondita tramite lo studio dei layout.

E subito fuori si parte bene con Totoro.

Nelle diverse aree della mostra, assemblate seguendo un percorso che passa da un film all’altro e ogni tanto divaga fra un paio di stanze costruite a tema, l’area introduttiva e tutta la parte dedicata alla produzione televisiva che ha caratterizzato l’inizio della carriera dei nostri due amici, si trovano esposti 1300 layout tratti da un po’ tutte le opere e che fanno qui la loro prima apparizione in Europa. Per alcuni film, come per esempio Kiki – Consegne a domicilio, c’è pochissimo materiale, perché sono produzioni che risalgono a tempi in cui la conservazione non veniva vista esattamente come una priorità, ma nel complesso c’è veramente una valanga di roba in cui perdersi scrutando con gli occhi dettagli, meravigliosi disegni e annotazioni di vario tipo.

Non mancano ovviamente spiegazioni assortite sparse in giro fra le pareti, anche ad accompagnare alcune altri piccoli reperti, matite, strumenti, cosette varie che esulano dalla “semplice” raccolta di layout. Ma soprattutto è possibile farsi consegnare all’ingresso una guida audio portatile (senza costo aggiuntivo sul biglietto che, di suo, sta a 15,50 euro) piena di spiegazioni e aneddoti interessanti. Contiene diversi messaggi che vanno attivati in punti precisi della mostra e, a seconda del caso, si occupano di spiegare innanzitutto il funzionamento di layout stessi, il senso delle annotazioni e così via, ma poi aggiungono aneddoti sulla lavorazione dei vari film e diversi spunti di riflessione sulle scelte tecniche e stilistiche. Non mancano, infine, i classici monitor che mandano a rotazione parti di film e interviste ai maestri.

La città incantata è il film di cui sono presenti più layout.

Si tratta, insomma, di una mostra un po’ diversa dal solito, incentrata su un ambito specifico dei materiali che fanno parte del processo produttivo e strutturata secondo un percorso informativo che apre una porta sulle tecniche e sulle metodologie. Ovviamente c’è, almeno in parte, una certa attenzione anche per il pubblico più giovane, per esempio col simpatico volantino che danno all’ingresso e che spiega in maniera buffa la natura dei layout, ma nel complesso è una mostra sicuramente approfondita e molto interessante per chi apprezza non solo le opere dello Studio Ghibli, ma proprio il mondo dell’animazione in generale.

Ah, guida audio e descrizioni varie sono sia in francese che in inglese. È possibile prenotare i biglietti tramite il sito ufficiale, cosa che permette di saltare eventuali code alla cassa. Noi ci siamo presentati sul posto senza biglietto e siamo entrati senza  attese particolari ma, per dire, quando siamo usciti abbiamo visto che si era formata una coda notevole alla cassa. Quindi, insomma, magari è meglio prenotare

I videogiuochi in mostra

Una cosa di cui mi sono reso conto abbastanza in fretta, a seguito del mio trasferimento in terra francese, è che qua a Parigi di certo non mancano le cose da fare e non mancano bene o male in tutte le direzioni. Poi, certo, io faccio caso soprattutto alle direzioni che interessano a me, tipo i ristoranti e i cinema, ma insomma, in generale è un continuo ricevere stimoli da tutte le parti e, per dire, ci sono esposizioni e mostre a getto continuo su qualsiasi argomento possibile e immaginabile. Fra gli argomenti, ce ne sono anche diversi tranquillamente inseribili nella categoria geek, tant’è che ultimamente sto scrivendo di mostre parigine con una frequenza tale da spingermi addirittura a creare un apposito tag. Oh, non è mica una cosa da poco, eh, ho perfino fatto il tag! Vabbé, comunque, se vi siete persi le mie chiacchiere sulle varie cose a tema fumettistico, videogiocoso e cinemaro, non sto a rimettere qua i link che oggi non ho voglia: cliccate sul tag e ci arrivate da lì. Ecco. Oggi, comunque, chiacchiero di una mostra della quale sapevo molto poco – praticamente solo il nome – e dalla quale sono uscito forse un po’ freddino, certo non entusiasta come per tutte le altre di cui ho chiacchierato qua nel blog. In parte, forse, è perché s’è rivelata un po’ diversa da come me l’aspettavo, in parte proprio perché in certi aspetti l’ho trovata un po’ abbandonata a se stessa.

Sto parlando di Videogame Story, mostra interattiva allestita nel complesso fieristico di Paris Expo – Porte de Versailles. Viene descritta più o meno come la più grande mostra dell’universo fra quelle dedicate alla storia dei videogiochi e tutto sommato non fatico a crederlo, perché indubbiamente è grossa. Ed è strutturata secondo quello che, forse, è il modo migliore per allestire un’esposizione sui videogiochi: con quasi tutto acceso, in funzione e a disposizione della gente. L’esposizione percorre la storia dei nostri amati giochini dalla nascita (o quasi) a oggi, seguendo le varie epoche con un’area per ciascun decennio e separandole tramite sezioni dedicate a questa o quella serie nello specifico, fra Mario, Zelda, Mario Kart, Metal Gear, Tomb Raider, Sonic e via dicendo. Non mancano poi spazi ancora più specifici, tipo la stanza in cui è possibile farsi venire il mal di mare giocando col cabinato idraulico di Air Rescue o l’angolo in cui è possibile fare i cretini con Donkey Konga, la LAN di Counter Strike e quella di Doom, perfino la zona dedicata ai giochi sportivi, in cui mi sono fatto una bella partitina al primo Pro Evolution Soccer, tornando con la memoria agli sfidini redazionali e a quanto mi faceva incazzare l’uno-due automatico col difensore che si bloccava sul posto per una frazione di secondo. Maledetto.

Tutto molto bello e, di nuovo, tutto molto sensato, perché il modo migliore per far (ri)scoprire la storia dei videogiochi consiste nel permettere alla gente di (ri)giocarli. I lati negativi stanno innanzitutto nella scarsità di contestualizzazione, con davvero pochi contenuti che esulino dal semplice pad messo in mano: OK che il punto della cosa è dare la possibilità alla gente di passare qualche ora giocando gratuitamente a qualche coin-op di spessore e provando i classici del passato (e del presente: ci sono anche le sezioni PS4 e Xbox One, con tanto di area indie e tavolata Oculus Rift), ma sarebbe stato interessante avere anche un po’ di spazio dedicato all’approfondimento, ai dietro le quinte. Che so, qualche scritta sul muro che spieghi cosa hai davanti, cose del genere. E invece, sotto questo punto di vista, si trovano al massimo una manciata di gadget, un paio di pareti con bozzetti preparatori (belli, eh!) e le classiche teche con un po’ di console e computer messi in fila. Che pure va più che bene, intendiamoci, ma un po’ spiace. E, al di là di questo, spiace anche che la selezione dei giochi in mostra sia a tratti abbastanza tirata via, con parecchi giochi di secondo o terzo piano la cui presenza mi sembra giustificabile solo con un “Oh, ce li avevamo, fanno numero”. Inoltre, mi rendo conto che non dev’essere semplice gestire la brutalità di un afflusso di gente sicuramente notevole – andare durante un pomeriggio infrasettimanale è probabilmente stata una scelta saggia – ma le condizioni in cui versano diversi controller e perfino qualche cabinato fanno piangere il cuore, oltre a rendere sostanzialmente impossibile provare il gioco come si deve.

Dopodiché, intendiamoci, è comunque una mostra che vale il prezzo del biglietto e in cui qualunque giocatore con almeno una decina d’anni di carriera alle spalle può trovare svariati angoli nei quali farsi avvolgere dalla nostalgia, mentre i più giovani hanno occasione di toccare con mano roba che magari non hanno mai visto. Con più attenzione su alcuni aspetti, sarebbe diventata una mostra clamorosa, ma anche così merita comunque un passaggio. E probabilmente è importante anche sapere a cosa si va incontro, presentarsi magari con un po’ di amici ed essere pronti a trascorrere qualche ora giocando a ruota libera con qualsiasi cosa ci si trovi davanti. Ah, ovviamente all’uscita c’è il negozietto, ma clamorosamente, stavolta, sono riuscito a tenere la carta di credito nel portafogli.

La mostra, come detto, sta al Paris expo Porte de Versailles (1 place de la Porte de Versailles 75015 Paris – tel: 01.40.68.22.22) e, purtroppo, non c’è ancora molto tempo a disposizione per andare a visitarla, dato che chiude il 7 di settembre. Ma, oh, vai a sapere, magari qualcuno capita su questo post e decide di andare a farci un salto.

Guerre Stellari in mostra

Sempre in base a quel processo che ti porta a dire “Oh, guarda, c’è una mostra sfiziosa, ma tanto chiude fra [inserire a piacere] mesi, ci vado più avanti”, ho visto per mesi i manifesti di Star Wars Identities in giro per Parigi, soprattutto appiccicati agli autobus, ma ho continuato a rinviare. Mi sono infine deciso a farci un salto in occasione dell’avvento di Nabacchiodorozor da queste parti nel post-Gamescom e devo dire che non me ne sono pentito. Ne chiacchiero quindi qui a favore di chi potrebbe interessato, anche tenendo conto che (1) l’esposizione è stata prolungata fino al primo di ottobre, quindi magari qualcuno trova il modo di passare, e (2) si tratta di una mostra più o meno itinerante. Negli scorsi due anni, infatti, se la sono goduta in tre diverse città canadesi e sul sito ufficiale affermano che presto verranno annunciate altre tappe. Quindi, insomma, incrociate le dita, sai mai che si manifesti pure in Italia.

Detto questo, Parigi non è poi così lontana, e soprattutto ospita diverse altre mostre sfiziose per il nerd-verso (oltre, ovviamente, al fatto che si tratta di Parigi e, insomma, ci si può sempre fare un salto per milleduecento altri motivi, tipo la mia presenza o il fatto che è pieno di ristoranti etnici da strapparsi le vesti e correre in giro urlando per la gioia). Tant’è che ho già scribacchiato della mostra dedicata al mondo dei videogiochi e di quella dedicata all’universo cinematografico Marvel (entrambe aperte fino a fine agosto). Ho chiacchierato anche del Japan Expo, ma quello ormai è andato. Ma insomma, in qualsiasi momento si passi di qui, c’è sempre qualcosa di sfizioso in corso, tipo, che ne so, il Paris International Fantastic Film Festival in autunno e i vari eventi che organizzano nel corso dell’anno. E, sempre in questi giorni, c’è anche un altro evento dedicato ai videogiochi, che ho fra l’altro visitato ieri e a cui immagino dedicherò un altro post nei prossimi giorni. Ma insomma, basta con la chiacchiera a caso per piazzare link gratuiti e passiamo al dunque.

Il dunque.
Star Wars Identities o, se preferite, Star Wars Identités, è sostanzialmente due cose. Da un lato c’è l’esposizione, pura e semplice, di qualcosa nell’ordine dei duecento “pezzi” provenienti da tutti i film della saga. Costumi, oggetti di scena, modellini usati per gli effetti speciali, materiali di studio, bozzetti preparatori e via di questo passo. E già solo per questo meriterebbe di farci un giro, se si è almeno un pochino amanti di Guerre Stellari o, tutto sommato, anche se si è semplicemente appassionati di cinema e fa piacere gettare uno sguardo su materiali di questo tipo, fra elementi che permettono di vedere cosa sta dietro le quinte, accenni a cose immaginate e mai usate e, banalmente, l’impressionante cura, amore, passione che si vede nell’attenzione ai dettagli dei vari modellini e oggetti di scena assortiti. E in ogni caso, la base è che se hai Guerre Stellari nel cuore ci sono punti della mostra in cui quel simpatico organo ti si ferma di colpo. Ma si comincia praticamente subito, eh! Fai la coda per entrare – gli ingressi vengono scaglionati per gruppetti – osservando materiali legati a Star Wars: Rebels, indossi il braccialetto e l’auricolare, osservi il filmato introduttivo, giri l’angolo e – PAM! – ti ritrovi davanti il costume originale di Boba-Fett e quello di uno Stormtrooper, con attorno altra roba che ti fa stringere il cuore e subito dietro i due robot dei nostri sogni. E rimani lì come un cretino a fissare i dettagli per minuti e minuti, chiedendoti fra l’altro che inferno debba essere passare le giornate sul set con quella roba addosso.
Ed è bene o male tutto così. Anche le cose più insignificanti, o quelle di cui magari non te ne frega niente perché arrivano da un film che non ti piace, sono tremendamente affascinanti da osservare e scrutare in ogni dettaglio. A un certo punto giri l’angolo e ti trovi di fronte il pod di Anakin, piazzato lì in mezzo a una stanza, a grandezza naturale. E ti mozza il fiato, non c’è niente da fare. O, perlomeno, a me l’ha mozzato, e me ne sono stato lì dieci minuti a scrutarne ogni centimetro, a osservare i meccanismi infilati per dare un senso estetico e funzionale alla sua costruzione. Tutto così. Tutto così. Un piacere che levati. Purtroppo non posso mostrare molto perché sul biglietto c’è indicato il divieto di far foto e, sebbene ovviamente in molti se ne freghino, io ho la maleducata abitudine di dar retta a ‘sti divieti e quindi non ho immortalato nulla. In realtà, leggo ora sul sito ufficiale un’indicazione un po’ diversa, che incoraggia anzi a far foto ma pone il divieto a immagini scattate per utilizzo professionale. Ma insomma, whatever, anche perché in effetti non so quante fotografie avrei scattato, dato che ero troppo ipnotizzato da quel che avevo davanti. 
Si fotografa quel che si può.
Ma c’è anche altro. Innanzitutto, una precisazione: ogni elemento dell’esposizione è in inglese e in francese, quindi tutte le varie descrizioni a corredo degli oggetti sono comprensibili anche per chi non ci capisce nulla di baguette e brie. E lo stesso vale per l’accompagnamento sonoro: all’ingresso, ti danno un aggeggio da metterti al collo con auricolare allegato, tramite il quale è possibile ascoltare l’audio della mostra. L’aggeggio è dotato di un sensore che rileva la tua posizione e, quando ti piazzi in una zona “dotata” di chiacchiera d’accompagnamento, scatta la voce nell’orecchio (in francese o in inglese a seconda del canale selezionato). Questo permette di ascoltare svariate descrizioni legate ad alcuni dei materiali esposti. Per esempio, la sfilza di bozzetti e “prop” su Jabba è accompagnata da un racconto sull’ideazione del personaggio. E di passaggi del genere ce ne sono svariati.
Inoltre, tutta la mostra è divisa per sezioni tematiche, organizzate in modo da – fra le altre cose – esplorare il tema dell’identità e tracciare la storia dei personaggi di Guerre Stellari, con particolare attenzione al parallelo fra Skywalker padre e figlio. Per approfondire il discorso, è stata creata una serie di filmati che chiacchierano della progressione dell’identità dall’infanzia all’età adulta, mescolando scene dei vari film, appoggiandosi su reali studi di genetica, neuropsicologia, scienza della salute e psicologia. Intendiamoci, la cosa è assolutamente all’acqua di rose, ma ne viene fuori un punto di vista intrigante, che funziona e che immagino dia al tutto anche un certo valore educativo per i pupattoli portati a osservare da vicino le astronavi e i mostri assortiti della saga. 
Sono bellissimo.
Dicevo, prima, che all’ingresso ti danno anche un braccialetto. Il braccialetto contiene un sensore, o comunque un qualcosa, che ti permette di interagire con varie postazioni sparse per l’esibizione. Presso ciascuna di questa postazioni ti viene chiesto di compiere una scelta, legata dal punto di vista tematico a quella specifica sezione della mostra. Per mezzo di queste decisioni, vai a creare il tuo personaggio di Guerre Stellari, decidendone razza, allineamento, occupazione, scelte di vita, alleanze, amicizie e così via. Arrivato alla fine, puoi ammirare il personaggio in tutto il suo splendore e farti inviare una mail contenente un link al suo profilo, con immagine, storia personale e ovviamente tutte le classiche funzioni di condivisione in ogni dove. Ed è una cosetta, ovviamente pensata soprattutto per i più giovani, ma a modo suo divertente, oltre che con almeno un paio di idee piuttosto azzeccate a livello di interazione. Ah, casomai interessasse, il profilo del mio personaggio si trova a questo indirizzo qua.
Le tentazioni del lato oscuro.
E poi, ovviamente, all’uscita c’è l’inevitabile negozio coi gadget, il catalogo, i frizzi, i lazzi e la cassa attrezzata con pratico sistema che ti estrae automaticamente la carta di credito dal portafogli e ti impedisce di uscire senza aver acquistato almeno tre o quattro cose delle quali non hai bisogno. Ma questa è un’altra storia, sulla quale io e la mia carta di credito non ci sentiamo di condividere dettagli. Sappiate solo che è stato doloroso.

Il sito ufficiale della mostra l’ho già linkato sopra, comunque sta a questo indirizzo qui. Dal sito, fra l’altro, è possibile prenotare i biglietti, che sono legati a un orario preciso d’ingresso, anche se poi è possibile rimanere dentro a fissare cose con gli occhi spalancati quanto a lungo si vuole. Per la cronaca, noi ci siamo presentati sul posto domenica senza avere alcun problema: abbiamo comprato il biglietto al momento e via. Va anche detto che in questi giorni Parigi s’è un po’ svuotata dai parigini e magari la mostra non attira molti turisti: non escludo che nelle prossime settimane, di domenica, ci siano ben altre quantità di persone. L’esposizione rimarrà aperta, come detto, fino al 5 di ottobre. Già che ci siamo, vi dico anche che la mostra si tiene a La Cité du Cinéma (indirizzo: 20, rue Ampère – 93413 – Saint Denis Cedex). Noi ci siamo arrivati scendendo alla fermata Carrefour Pleyel della linea 13. E credo sia tutto. Ciao e grazie. Anzi, che la forza sia con voi.

I supereroi Marvel al museo

Poco più di un mese fa, ho scribacchiato qua dentro di una nerdomostra dedicata ai videogiochi e allestita alla Cité des sciences et de l’industrie di Parigi. Quella mostra rimane aperta fino al 25 di agosto, quindi, chi volesse farci un salto ha ancora tutto il tempo. Oggi segnalo un’altra nerdomostra organizzata nella città che ha la sfortuna di ospitarmi, pure lei aperta – come si può leggere sul manifesto qua sopra – fino al termine di agosto. A ospitarla è il museo Art Ludique, un luogo dedicato all’arte moderna dell’entertainment, o qualcosa del genere. Si trova in un luogo tutto matterello che risponde al nome di Les Docks – Cité de la Mode et du Design, affacciato sulla Senna e delizioso per il placido passeggio in giornate immerse nel sole come quella di ieri. Al suo interno vengono allestite mostre temporanee dedicate, per l’appunto, al moderno entertainment. Qualsiasi cosa voglia dire. Per esempio, vuol dire che hanno aperto l’attività con l’esposizione Pixar che ho visitato quando era passata in Italia e che il 22 marzo, in occasione dell’uscita nei cinema francesi di Captain America: The Winter Soldier, è appunto partita una mostra dedicata all’arte dei supereroi (Marvel).

Quel posto là in fondo col tubone grosso verde fuori.

Visto il “gancio” usato per lanciarla, comprensibilmente, la mostra si apre con la sezione dedicata al capitano a stelle e strisce, per poi allargarsi al resto dei Vendicatori e lasciare quindi spazio a un po’ tutte le “aree” del mondo Marvel, quindi mutanti, eroi urbani, Uomo-Ragno e zona cosmica, fra Fantastici Quattro, Silver Surfer e Guardiani della galassia assortiti. È ovvio che a dettare la gestione degli spazi c’è anche un po’ un adagiarsi su quelli che sono i vari successi cinematografici della Marvel, ma la mostra è organizzata in modo da unire le varie anime dei personaggi e viene dato spazio veramente a tutto, seppur in misure diverse. Sul fronte cinematografico, ci si limita alle produzioni dei Marvel Studios e a far scena sono ovviamente soprattutto i materiali provenienti dai set: lo scudo di Cap, il martello di Thor, l’uniforme di Peggy Carter, la moto dell’Hydra, la testa di Groot e così via. Ma decisamente più affascinante è l’esposizione dei vari bozzetti, studi preparatori e storyboard, con tanto di sezioni animate che raccontano il lavoro creativo nascosto dietro la nascita delle versioni cinematografiche dei fumetti Marvel. Si sente un po’ la mancanza di materiali provenienti dalle produzioni Fox e Sony, ma insomma, ce ne facciamo una ragione.

Là in fondo puoi farti la foto scema assieme al Capitano.

Sul fronte fumettistico, c’è una quantità assurda di materiale da far sudare gli occhi, con una valanga di tavole originali provenienti da tutte le epoche, dai profondi anni Trenta fino all’altro ieri, e contributi di praticamente tutti i disegnatori a cui si può voler bene. Illustrazioni, copertine, bozzetti e chissà che altro, tutto incorniciato, messo in fila e contestualizzato, con tanti pezzi originali che li vedi lì col lettering appiccicato sopra e ti si muove il cuore, immerso fra pagine a cui hai voluto tanto bene e opere di autori che c’hai stampate nel profondo del cuore. Sei lì che passeggi fra Jack Kirby e Arthur Adams, Jim Steranko e John Byrne, John Romita babbo e figlio, John Buscema e Steve Ditko, e i brividi della memoria ti s’arrampicano su per la cervicale. Una delizia, davvero.

Sul caro Bill mi s’è stretto il cuore.

Ovviamente non mancano elementi di contorno assortiti, a cominciare dalle classiche brevi spiegazioni a margine (in francese e in inglese) che offrono un po’ di contesto sui personaggi, gli universi narrativi e via dicendo, magari anche per spiegare velocemente cosa siano le apparizioni sporadiche di elementi dai cartoni animati o magari dall’universo Ultimate. In più, sparsi in giro, ci sono monitor da cui si osservano chiacchierare Stan Lee e disegnatori come Olivier Coipel e, in fondo alla mostra, c’è una piccola sala in cui ci si può sedere a osservare un contributo filmato da circa tre minuti, che mescola gli studi preparatori delle pellicole Marvel Studios con i risultati “finali” nelle varie scene dei film. E ovviamente, all’uscita, c’è il negozietto, che però, sfizioso catalogo a parte, non è che offra poi nulla di clamoroso. Tant’è che perfino le mie mani notoriamente bucate sono riuscite a trattenersi. E insomma, la mostra è quella, è piena di cose adorabili da scrutare e, se interessa l’argomento, credo ne valga la pena.


Stan Lee è sempre tanto cicci, piccolo.

I videogiuochini al museo

Qualche mese fa, sostanzialmente quando m’ero appena trasferito a Parigi, ho iniziato a notare, sparsi per i vagoni della metropolitana, manifesti come quello qua sopra e quello che metto più avanti. Credo si capisca anche senza spiegarlo, comunque pubblicizzavano una mostra dedicata ai videogiochi, allestita da qualche parte in quel di Parigi dal 22 ottobre 2013 al 24 agosto 2014. Come sempre faccio in questi casi, mi sono appuntato mentalmente la cosa e mi son detto “Dai, c’è tempo, andiamo appena si riesce”. Solitamente va a finire che riesco a far trascorrere i dieci mesi di durata della mostra, me ne ricordo all’ultimo momento (se non a mostra già conclusa) e non riesco ad andare. Questa volta, invece, all’insegna di un futuro migliore nel quale i buoni propositi non sono solo chiacchiere al vento, ho lasciato trascorrere appena quattro mesi e domenica, mano nella mano con la mia mogliettina, me ne sono andato alla Cité des sciences et de l’industrie. E qui ci sta una divagazione.

La Cité des sciences et de l’industrie (sottolineo che sto andando di copia & incolla) è sostanzialmente, perlomeno da quel che ho capito, il museo della scienza e della tecnica di Parigi. È un edificio grosso, su più piani, all’interno del quale trovano spazio diverse esposizioni, alcune temporanee, altre permanenti, dedicate agli argomenti tipici dei musei della scienza e della tecnica: trasporti, comunicazioni, energia, scienza, tecnica, queste cose qua. Ovviamente ha un taglio che lo rende molto adatto ai più piccoli, pieno di elementi interattivi, spiegazioni audiovisive, modellini e quant’altro ma, per quel po’ che ci abbiamo girato dentro, mi è sembrato di una bellezza abbacinante, pieno di roba, interessante e comunque tarato in modo da avere sì elementi strettamente dedicati ai bambini, ma anche svariati spazi interessanti un po’ per tutti.

In più, si trova all’interno del Parc de la Villette, il parco più grosso di Parigi (o perlomeno così sostiene Wikipedia), in cui, oltre ovviamente a un sacco di verde, trovano posto aree dedicate ai poppanti, con svariati modi per distrarli e tenerli occupati mentre le mamme chiacchierano di argomenti da portineria e i papà flirtano con le mamme che chiacchierano di argomenti da portineria. Ci sono giostre, altalene, robe strane che non avevo mai visto prima e sezioni tutte nuove e dal design bizzarro ancora in costruzione. Ma il parco contiene un sacco di altra roba: la libreria, il museo della musica (con dentro il conservatorio), tre o quattro teatri dai diversi scopi, un cinema all’aperto, la zona del circo, lo Zenith (un’arena per concerti in cui sarei potuto andare a novembre e invece no) e altro ancora, tipo il canale che taglia in due il parco e ha tutto un sistema ganzo di chiuse per far passare le imbarcazioni. Subito fuori dalla Cité des sciences et de l’industrie, fra l’altro, c’è la Géode, un cinema Omnimax, variante “sferica” dell’Imax in cui proiettano filmoni più o meno educativi ad hoc. Insomma, c’è un sacco di roba che merita un giro anche se della mostra sui videogiochi non te ne frega niente. Tant’è che poi un giro ce lo siamo fatti, sia curiosando fra le altre esposizioni della Cité des sciences et de l’industrie, sia poi fra i meandri del parco.

Comunque, il punto di questo post sarebbe la mostra sui videogiochi. Di che si tratta? È un allestimento dalle medie dimensioni, nulla di abnorme, all’interno del quale viene presentato il mondo dei videogiochi in senso ampio, cercando sì di stampare un sorriso in faccia all’appassionato, ma anche di raccontarlo a chi non ne capisce molto ma è incuriosito. Tutta l’area, per esempio, è piena di descrizioni testuali, grafici, schemi e tantissimi monitor con documentari di vario tipo tramite i quali è possibile approfondire la conoscenza con i vari aspetti del settore. E non ci sono solo le cose più “classiche” come il raccontino sulla storia generale dei videogiochi, c’è per esempio tutta un’area dedicata alla spiegazione dei vari impieghi all’interno della catena produttiva. Vengono affrontate le figure di game designer, producer, grafico e via dicendo, con tanto di approfondimenti in video, interviste, spiegazioni su come funzionano, che so, gli editor di Watch Dogs e via dicendo. E ancora, informazioni sullo stato generale del settore, spunti per coglierne l’evoluzione dagli anni Settanta a oggi e così via. Il tutto, chiaramente, è proposto in maniera molto semplice, per sommi capi, ma la qualità dell’approfondimento, all’interno di uno spazio tanto ristretto, è notevole.

Poi, ovviamente, trattandosi di un’esposizione sui videogiochi allestita da gente che sa quel che sta facendo, viene dato ampio spazio all’interazione. E questo avviene sia nella maniera più semplice, con qualche classico del passato messo lì a disposizione di chiunque voglia farsi una partita, sia con macchine più particolari e curiose (tipo una specie di Pong meccanico), sia con applicazioni create appositamente. Appena entrati nello stanzone, per esempio, si può vedere sulla sinistra una specie di alcova all’interno della quale si trovano due postazioni, circondate da spiegazioni assortite e con alle spalle un monitor che mostra una demo dell’applicazione che è possibile giocare. Di che si tratta? di un semplice gioco, lungo una manciata di minuti, tramite il quale viene descritto il percorso evolutivo delle meccaniche di gioco e della visualizzazione grafica nel corso dei decenni. Controllando un personaggio all’interno di un mondo di gioco, si parte da una visione monocromatica ed estremamente ridotta e, accompagnati da brevi descrizioni, si scoprono le varie forme di movimento e interazione, i diversi stili di visualizzazione, il passaggio al 3D e così via.

E ci sono tante altre postazioni particolari di questo genere, che permettono di buttare un occhio sulle sperimentazioni legate al videogioco, di farsi – per esempio – un’idea su cosa significhi parlare di elementi “emergenti”, di conoscere il filone dei serious game. E ancora, due postazioni in cui cimentarsi con la creazione di un gioco, pasticciando tramite touch screen con un editor per livelli e varie impostazioni, un paio di schermi sferici tramite cui immergersi in un FPS, sezioni dedicate al motion gaming, una specie di “cinema” del relax al centro, in cui si ammirano su schermo gigante immagini tratte da svariate produzioni recenti molto evocative, e pure un delirante gioco in cooperativa nel quale uno dei due partecipanti si muove alla cieca, basandosi solo su stimoli sonori e sulla voce del compagno. C’è veramente tanta roba, tutta messa assieme secondo criteri azzeccati, allestita con gran gusto e capace davvero di proporsi in maniera trasversale. Il tutto, poi, come nel resto della Cité des sciences et de l’industrie, è proposto in tre lingue: inglese, francese e spagnolo.

E insomma, una visita assolutamente consigliata a chiunque sia anche solo vagamente interessato all’argomento e dovesse trovarsi a passare da Parigi da qui a fine agosto. Fra l’altro, oltre al classico negozio “generale” del museo, subito fuori dall’esposizione c’è il negozietto specifico della mostra, chiaramente pieno di roba con cui è un attimo strinare la carta di credito. Questa volta mi sono moderato, ho solo preso un paio di libri Pix’n Love (la bibbia Amiga e quello dedicato a Eric Chahi), ma ho la scusa che sto studiando il francese e quindi compro libri in francese. Cosa che fra l’altro mi ricorda molto “Mamma, il computer mi serve per studiare!”, oltre al fatto che giocare le avventure Sierra fu molto utile a farmi venire voglia di imparare bene l’inglese. Ah, la nostalgia! Comunque, ribadisco, se avete modo, fateci un salto, ne vale la pena.

 

Se invece vi capita di passare da Berlino, ricordatevi che lì c’è un gran bel museo del videogioco. Casomai interessasse, ricordo che ne ho parlato in coda a questo podcast.

Pixar a Milano

Mi sono perso il passaggio di John Lasseter un paio di mesi fa (a proposito, che ha detto? Interessante?), ma poi a Milano ci sono passato io e mi è sembrato giusto fare un salto al Padiglione d’Arte Contemporanea per la mostra dedicata ai venticinque anni di Pixar. Che poi, leggo nel catalogo ufficiale che non ho ovviamente potuto fare a meno di acquistare, sarebbe un aggiornamento della mostra organizzata cinque anni fa per il ventennale. All’epoca venne messa in piedi su iniziativa del MoMA di New York, oggi è un baraccone itinerante che viaggia per il mondo deliziando gente di buon gusto a tutte le latitudini. Ora, cosa contiene che si meriti i sette euro richiesti all’ingresso (o meno se avete la tessera dell’ATM, siete infanti o vi meritate uno sconto per qualche altro motivo) e il gesto di alzare le chiappe e presentarsi in via Palestro prima che smantellino tutto a metà febbraio e improvvisamente ci si renda conto che a furia di “ma sì, tanto dura fino a febbraio” è arrivato aprile e la mostra non c’è più? C’è un mettere in mostra quel che sta dietro alla luccicante faccia digitale dei film Pixar. Tre percorsi (Personaggi, Mondi, Storie) dedicati al lavoro degli artisti “tradizionali” che si occupano soprattutto della fase di studio, del dare vita a ciò che sarà poi raccontato su schermo attraverso l’utilizzo dei computer giapponesi che fanno i cartoni animati da soli e quindi sono brutti, freddi e rubano posti di lavoro ai bravi disegnatori con la matita.

Insomma, una raccolta di bozzetti, illustrazioni, studi dei personaggi, storyboard, documentazione fotografica, modellini e altre diavolerie prodotte durante la realizzazione di un po’ tutti i film Pixar. E si trovano cose davvero deliziose, dallo storyboard della sequenza iniziale di Up! (straziante pure in questa forma) all’adorabile statuetta di Boo travestita da mostro, passando per tutta la serie di studi sui personaggi dei Toy Story e via via verso l’infinito e oltre. Al piano di sopra dello spazio espositivo, invece, oltre a una serie di iPad tablet incastrati nel muro per far interagire e divertire i bambinetti, una stanza in cui vengono proiettati dei documentari modello extra da DVD, un negozietto coi gadget e una cronistoria dell’attività Pixar spalmata sul muro, si trova uno spazio dedicato ai vari cortometraggi. Nulla di trascendentale, ma qualche bella illustrazione, una teca contenente Luxo, dei monitor su cui vanno a rotazione appunto i cortometraggi e pure uno spazietto dedicato a Brave, che arriva quest’anno e sarà bellissimo lo stesso, anche se c’è chi si permette di fare critiche sensate. E poi ci sono le installazioni.

L’unica roba che permettono di fotografare.

Una è dedicata alle iridi dei vari personaggi, proiettate su una parete con tutto un variare di colori e un metterle l’una a fianco dell’altra. Caruccia, ma insomma, niente per cui valga la pena di urlare in preda al panico. Va già molto meglio con lo zootropio, dichiaratamente ispirato a quello analogo – e più bello, sia chiaro – presente nel Museo Ghibli di Mitaka, dedicato a un assembramento di personaggi tratti dai primi due Toy Story. Cosa sia uno zootropio lo trovate spiegato qui. Rendere l’idea del fascino che sa esercitare, specie poi con quella musichetta dolce, la gente e i bambini che fanno “ooohhh” e insomma tutto il gusto dei ricordi stampati in mente dall’animazione a cui si ispira, oh, non si può. La terza installazione, Artscape, è una vera delizia. Una specie di esperienza audiovisiva realizzata animando al computer una buona parte dei dipinti, bozzetti, storyboard che compongono la mostra, aggiungendovi musica ed effetti sonori e spalmando il tutto su uno schermo larghissimo. Non fate gli italiani che entrano in un momento a caso, si accalcano all’ingresso, guardano un pezzetto ed escono. Aspettate in ordine che abbia termine – sono pochi minuti – e la folla sia uscita, entrate nella saletta, spaparanzatevi sulla moquette il più in mezzo possibile, tirate un ceffone al bambino che disturba, rilassatevi e godetevi lo spettacolo, perché davvero mozza il fiato.

Ci siamo andati il 6 gennaio, quando per ovvi motivi era prevedibile una certa affluenza, e siamo entrati serenissimi attorno alle 11:00, trovando un discreto quantitativo di persone. Quando siamo usciti alle 12:30, c’era fuori una coda che faceva il giro attorno all’angolo e s’arrotolava. Sapevatelo.