Archivi categoria: Kinotayo 2014

Il regno dei sogni e della follia

Yume to kyôki no ôkoku (Giappone, 2013)
di Mami Sunada

Nella seconda metà del 2013 sono usciti in Giappone (e l’anno successivo nel resto del mondo) quelli che potrebbero essere gli ultimi due lungometraggi nelle fantastiche carriere di Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Non sto qui a ripetere i motivi per cui Si alza il vento e La storia della principessa splendente sono due film meravigliosi, fra le cose più belle che ho visto l’anno scorso e [aggiungere aggettivi e superlativi a caso], però, insomma, Miyazaki ha poi annunciato (di nuovo) il ritiro, mentre Takahata ha settant’anni e non buttava fuori un film da quattordici, quindi, eh, se non è finita ci manca poco. Questo non significa necessariamente che lo Studio Ghibli debba chiudere i battenti, del resto ci sono altri registi, l’anno scorso è uscito l’ottimo When Marnie Was There e sperare non costa nulla, ma di certo, con l’eventuale ritiro dei due amichetti, si chiude un’epoca e le cose cambiano parecchio. Tant’è che attualmente è in atto un periodo di pausa e ristrutturazione.

Nel 2013, comunque, è uscito in Giappone anche The Kingdom of Dreams and Madness, un documentario realizzato in parallelo alla lavorazione delle ultime opere di quei due mattacchioni, che racconta soprattutto la produzione del film forse più personale di Hayao Miyazaki, concendedosi però anche divagazioni sullo studio in generale e su altre produzioni in corso allo stesso tempo, con ovviamente in testa quella dell’ultimo film di Isao Takahata. La regista Mami Sunada ha goduto di un accesso incredibile non solo agli uffici dello studio giapponese, ma anche e soprattutto a Miyazaki stesso, che ha seguito in giro mostrandone la ripetitiva e rigidamente organizzata attività quotidiana. Guardando il documentario, si segue quindi l’autore non solo mentre lavora sugli storyboard che daranno vita al suo film, ma anche nei momenti di pausa, nelle passeggiate fra casa e lavoro, in una serie di chiacchierate e riflessioni a cui si lascia andare fra le pareti domestiche.

Ne viene fuori il ritratto intrigante di un personaggio bizzarro e con cui non deve essere necessariamente facilissimo lavorare, poco importa se ad inseguire i suoi standard di meticolosa eccellenza sia l’ultimo degli impiegati o il figlio che cerca la propria via all’ombra del padre. Il documentario dura un paio d’ore, e magari poteva essere accorciato un po’ o montato senza dare due o tre volte in fila la sensazione di essere arrivati alla fine, ma – pur concentrandosi molto su un film specifico – apre una finestra affascinante su un laboratorio che ha prodotto capolavori a ripetizione. In quei centoventi minuti osserviamo Miyazaki al lavoro, assistiamo alla discussione in cui si è deciso un po’ a caso di proporre il ruolo da protagonista a Hideaki Anno, ascoltiamo i pensieri ruvidi del vecchio Hayao, sbirciamo in maniera fugace su quel che sta combinando Takahata, ci ritroviamo spettatori della sessione di doppiaggio per la scena madre di Si alza il vento, durante la quale lo stesso Miyazaki non riesce a trattenere le lacrime. Insomma, The Kingdom of Dreams and Madness ha forse anche un po’ il limite di rivolgersi solo ai fan, dare tanto per scontato e non preoccuparsi minimamente di raccontare lo Studio Ghibli a chi non sa di cosa si stia parlando, ma chi ne ama e ne ha amato il lavoro non può davvero fare a meno di recuperarlo e gustarselo.

Il documentario, come dicevo, è uscito in Giappone nel 2013, più o meno in contemporanea con La storia della principessa splendente. Ha poi iniziato a farsi il giro dei festival mondiali ed è disponibile in versione sottotitolata in inglese sia in DVD che su qualche servizio di streaming online. Io l’ho visto alla serata di apertura dell’edizione 2014 di Kinotayo, un festival dedicato al cinema giapponese che non ho seguito nella sua interezza perché ero sfiancato dalla doppietta cinema coreano / Fantastic Film Fest. Però non potevo perdermi il documentario sullo Studio Ghibli.