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Pubblicità progresso

So a malapena cosa sia giffgaff e lo so giusto perché ho dato adesso un’occhiata cercando fra Google e Wikipedia, ma in sostanza dovrebbe essere una sorta di operatore telefonico britannico, un po’ particolare e un po’ innovativo, che si appoggia sul network O2. Perché ne sto scrivendo? Perché prima mi hanno segnalato questa pubblicità qua sotto, per l’appunto di giffgaff.

E niente, poi uno pensa a quel che sono le pubblicità degli operatori telefonici in Italia e insomma, ecco, non so. Intendiamoci, non dubito che anche oltremanica la maggior parte delle campagne pubblicitarie degli operatori telefonici sia deprimente come le nostre, ma il punto è che una roba come questa qua sopra, in Italia, non ce la vedo proprio. Sbaglio?

In compenso in Germania Dominic Toretto non mi vuole bene.

Un giorno di pioggia Andrea e Giuliano incontrano Licia per caso


Dunque, stamattina s’è fatta la gita dal veterinario per far vaccinare e controllare Pillola & Polpetta. Tutto bene, tutto a posto. Solo che c’era traffico, pioveva, ritardo, sbatty, la mattina è andata tutta persa. Quindi ho un sacco da fare. Aggiungiamo che stanotte ho fatto le tre per portarmi avanti sul lavoro, dato che temevo qualcosa del genere. Quindi sono un po’ rincoglionito. E quindi non sono in grado di scrivere nulla che vada oltre un paio di segnalazioni. Che segnalo? Segnalo due cose che mi hanno segnalato. La prima è il sito di Roberto Saba, un fotografo amico carissimo di uno che conosco appena ma che comunque mi sta simpatico e che mi ha segnalato la cosa in mail. Non me ne intendo di fotografia, però in effetti le foto mi sembrano molto belle. Le trovate a questo indirizzo qui

L’altra cosa me la segnala il lettore – di Outcast e IGN – Roberto Cirincione ed è un fumetto da lui realizzato, tale I Randagi, da cui è tratta l’immagine qua sopra. In pratica, è un omaggio “canino” a The Expendables. Ora, sarò onesto: ho letto l’episodio disponibile gratuitamente sul sito e non mi ha fatto impazzire, però, insomma, segnalare non costa nulla, si può sempre dare un’occhiata. Lo trovate a questo indirizzo qua.

E a proposito di robe in cui si spara, prosegue il dramma Toretto. Temo la risposta sia L.A.

Rogerino :(

E niente. Stasera ero lì, che stavo lavorando su una traduzione da consegnare domattina, quando uno scambio di mail con Delu si è chiuso in maniera tragica.

Scambio di mail:
Delu (9:31): Ho caricato l’articolo.
giopep (10:03): :*
Delu (10:08): È morto Ebert. 😮
giopep (10:11): [Censura]! Giusto ieri ho letto la sua bloggata sul fatto che stava male. 😦
giopep (10:39): Comunque sei un animale, mi hai fatto prendere un colpo. 😀 😦
Delu (10:44): 😦

Ecco. La bloggata, suppongo sia l’ultima cosa che ha scritto, era quella che sta a questo indirizzo qua. Un messaggio bellissimo, che già a leggerlo – come spesso mi capitava con i post sul blog personale di Ebert – mi ero emozionato tutto, mentre pensavo “eh, in effetti, l’avevo notato da un pezzo, che parecchie recensioni non le firmava lui”). In quel post si legge passione, speranza, tanta voglia di fare ancora nonostante tutto, amore per la vita e per le persone, tanto quelle che gli sono vicine, quanto quelle che gli stanno attorno da lontano, leggendolo e ascoltandolo da ennemila anni. E il giorno dopo aver letto quel post, l’animale di Delu mi salta fuori così, dal nulla. “È morto Ebert. :o” Porco cazzo.

Mi ha preso un magone pazzesco, davanti a quella mail. Subito Google, ricerche, Twitter, lucciconi agli occhi. Ho chiamato Giovanna, senza dirle nulla, le ho fatto leggere il post e poi le ho spiegato. Il commento: “:(… ma… ma no… :(… no… ma… :(… “. Eh, sì, più o meno. Ci siamo letti assieme il coccodrillone del Chicago Sun Times e, uffa, mamma mia, che tristezza infinita.

Io non ci sono cresciuto, con Roger Ebert. Non l’ho mai visto in TV, non sono stato educato al cinema da lui e non so neanche quando di preciso ho scoperto della sua esistenza, ma non deve essere accaduto poi così tanti anni fa. Eppure, anche se l’ho frequentato per, boh, sparo a caso, dieci anni o giù di lì, gli voglio bene. Leggo avidamente le sue recensioni, con la passione con cui leggo qualcuno che ha sempre qualcosa di interessante da dire e che, soprattutto, sa dirlo in maniera interessante, senza porsi sul piedistallo, facendoti sentire seduto lì sul divano di fianco a lui. Ogni volta che guardo un film, poi vado a vedere cosa ne ha scritto Roger Ebert. E non importa se magari a volte la vediamo in maniera diversa, perché non è mai quello il punto, non è mai quello il motivo per cui leggo una recensione. Mi chiedo se ho voglia di andare a vedere un film? Vediamo che ne ha detto Roger Ebert. E mi piace così tanto leggere quel che ha detto, che spesso, anche se parla malissimo del film, mi fa venire voglia di andare a vederlo. Perché così poi possiamo chiacchierarne assieme. Non so quante volte le ho scritte, in questo blog, le parole “Rogerino Ebert”. Gli ho pure dedicato un tag, perché mi hanno regalato un libro a Natale e ho deciso di fare una cosa. E non ce la farò mai. Ma non è quello il punto. Il punto è che ho scritto tutto questo al presente.

Non sono certo la persona adatta per star qui a raccontare chi fosse Roger Ebert, cosa abbia significato, cosa sia riuscito a fare: ci sono già centomila robe sull’internet che lo fanno sicuramente meglio, e poi ci sono la sua autobiografia e il suo libro sul cuoci riso automatico. Oltretutto sono scombussolato, sono le tre di notte, finirò di scrivere e pubblicare questo post alle quattro di notte, vengo da una serata in cui ci ho messo un secolo a fare due cose che dovevo assolutamente fare (e le ho fatte) e non sono riuscito a fare le altre cose che speravo di riuscire a fare (e le farò domani). Ho appena visto il trailer del nuovo Carrie. Ho letto con gli occhi lucidi centocinquantamila coccodrilli, tweet da tutte le parti, un esplosione di gente da ogni direzione, amici, conoscenti, game designer, giornalisti, persone a caso che parevano sinceramente dispiaciute, se non commosse, mi sono riletto quell’altro post là sul suo blog personale e ho ripensato a tutti gli altri ancora. Ho letto l’articolo su La febbre del sabato sera segnalato da Bill Simmons come il suo preferito, sono capitato sull’elenco dei dieci film di Rogerino e sulla dichiarazione ufficiale della Casa Bianca, m’è venuto in mente lui che sbrocca al Sundance alla conferenza stampa su Better Luck Tomorrow, ho letto la quarta di copertina della sua autobiografia, m’è venuto in mente che devo ancora guardare il suo film del decennio scorso, mi sono riguardato quel video meraviglioso là sopra, ho ripensato a tutti i post così affascinanti, interessanti, divertenti, carichi di spirito e forza, che mi ha fatto leggere negli anni.

Ero sommerso, ero nella fascia oraria delle bermude, ma in una versione tristissima e con gli occhi gonfi. Ogni tanto interrompevo il flusso e andavo un po’ avanti a lavorare, ma poi qualcosa attirava la mia attenzione, tipo segnale radio misterioso su un pianeta abbandonato, e rientravo nella fascia oraria delle bermude. Leggevo magari il bel racconto di JoBlo su che persona fosse Rogerino o capitavo sulla roba più deliziosa, poetica, buffa e commovente che abbiano mai tirato fuori quei geniacci di The Onion. Andavo a vagare sul suo sito, quando aveva ripreso vita dopo l’assalto barbaro che aveva fatto sudare i server (e in questo momento son morti di nuovo), e mi rendevo conto che, probabilmente, l’ultima recensione della vita di Roger Ebert è stata quella di The Host. E pensavo che in fondo, due stelle e mezzo su quattro, magari merita una chance (comunque pare che in realtà ci sia una recensione del nuovo di Terrence Malick in arrivo la prossima settimana). Pensavo a quando, l’anno scorso, se n’è andato Tony, e la sera stessa ci siamo guardati True Romance e alla fine mi sudavano pesantemente gli occhi. E mamma mia quanto mi son sudati gli occhi, stasera. E niente, boh, non so neanche bene cosa dire. Non so cosa mi faccia diventare tanto emotivo per una persona tanto distante, non so nemmeno perché mi sia venuta voglia di scrivere questi pensierini sconclusionati e andare a dormire alle tre e mezza quattro di notte.

Però, prima di andare a dormire, ho pensato anche un’altra cosa. Ho pensato che in fondo, quel Roger Ebert lì, quello sorridente del video lì sopra, me lo immagino proprio così. Che va via sereno, tranquillo, sorridendo, coi pollici alzati. E in fondo è un bel pensare. Che non leva la tristezza di non poter più leggere sue cose nuove, ma ti lascia addosso una bella sensazione.

Per altro, in tutto questo, è morto pure Carmine Infantino. Così, botta di allegria, proprio.

Il mio 2012 secondo Raptr

Queste cose di guardare indietro all’anno concluso tramite i servizi social e le loro statistiche mi divertono. Questa, in particolare, la trovo affascinante. Premesso che Raptor non si accorge di tutto quel che gioco, perché per esempio non c’è la roba PC slegata da Steam, non c’è tutto il giocare portatile, non c’è Wii e non c’è Wii U, è comunque credibile che quei tre lì siano i tre giochi più giocati del mio 2012 (e del resto Lollipop Chainsaw dovrebbe essere l’unico su cui ho piazzato i mille punti… poi ci sarebbero le cinque stelle di New Super Mario Bros. U, ma  in meno ore). In altri anni avrei trovato bizzarra l’idea che giugno potesse essere il mese in cui ho giocato di più (o comunque, mettendo in conto i giochi non tracciati, uno di quelli in cui ho giocato di più), ma nel 2012 l’ho trascorso bene o male tutto a casa e, pur avendolo anche trascorso in buona parte lavorando di lavoro non videogiocoso, tutto sommato mi pare credibile. Ma in realtà la spiegazione è molto semplice: giugno è stato il mese del Lollipop Chainsaw di cui sopra e in cui, non bastasse quello, ho pure giocato mezzo Mass Effect 2. Fra l’altro, Mass Effect 2 non l’ho poi più toccato, fino a riprenderlo in mano e finirlo a gennaio, per un monte ore totale che non va molto lontano da quello di NBA 2K12. Ma non è eleggibile, dato che l’ho diviso fra giugno 2012 e gennaio 2013. Che poi è un modo fantastico per giocare una roba del genere, no? Mi affascina invece questa cosa del 19 maggio come giorno in cui avrei giocato di più, soprattutto perché non riesco a capire quale possa essere il gioco colpevole. Possibile che si tratti di NBA 2K12? Credibilissimo, infine, che il giorno con più ore di gioco sia la domenica. Ma insomma, mi sembra una cosa di una normalità quasi sconfortante.

Il mio 2012 in videogiochi al completo, comunque, sta elencato in questo post.

Un post facile da lunedì mattina

Qualche tempo fa, Diegozilla ha pubblicato questo post, in cui faceva una delle sue solite chiacchiere sui limiti e i problemi di cui la nostra amata Italia è intrisa, che gli danno tanto fastidio e gli fanno venire voglia di emigrare. Cose che capitano. In quel post, mostrava il delizioso video di Dumb Ways to Die, pubblicità progresso australiana dallo stile e dagli intenti un tantino lontani da come quelle stesse cose si fanno di solito in Italia. Agevolo per comodità.

Ieri, un gentile lettore che risponde al nome di grievaris mi ha segnalato quanto segue, vale a dire un video che riproduce quel video “ambientandolo” nel mondo della serie TV di The Walking Dead. E che è davvero simpatico.

Già che parliamo di segnalazioni, poi, Surgo mi ha segnalato le due cose che seguono. La prima:

Un primo trailer del nuovo film di Stephen Chow, rinomato attore e regista di gioielli come Shaolin Soccer e Kung Fu Hustle (da noi noto come Kung Fusion), fermo dal 2008, che torna in campo (da co-regista) con una roba di cui non si capisce assolutamente nulla, se non che a quanto pare è ispirata alla solita leggenda cinese a cui si sono ispirati, per dire, Dragon Ball ed Enslaved: Odyssey to the West.

L’altra cosa che mi ha segnalato Surgo è questa:

Una corposa chiacchierata con sei registi: Gus Van Sant, Quentin Tarantino, Ang Lee, Tom Hooper, Ben Affleck e David O. Russell. È lunga un’ora, ma merita. Ce ne sono poi altre con attrici, attori, sceneggiatori, produttori e via dicendo.

Lo sapete che Stephen si legge “stiven”? Con la v. Io l’ho scoperto l’anno scorso. Ci sono rimasto un po’ male, devo ammetterlo. Pensa te. Avevo sempre detto “stifen ching”.

The Tyson Report

Circa un anno fa, ho segnalato qua sul blog un episodio di The B.S. Report, podcast curato da Bill Simmons, giornalista sportivo divertentissimo, fra i miei preferiti da leggere e, oltretutto autore di un libro che ho adorato (e di cui ho scribacchiato qua). In quell’episodio c’era ospite Flea dei Red Hot Chili Peppers. Oggi segnalo un altro episodio molto ganzo e, secondo me, molto interessante anche per chi non conosce nello specifico l’argomento trattato (la boxe). Anche perché io, di certo, l’argomento trattato non lo conosco per niente. Magari per chi lo conosce ‘sto podcast è una pena. Vai a sapere.

Comunque, dicevo: in questo episodio, quello del 17 gennaio, che trovate assieme agli altri a quell’indirizzo linkato là sopra, a condurre c’è Adam Carolla e a rispondere alle sue domande c’è Mike Tyson. Ora, non so quanto di quel che viene detto sia roba già nota, perché appunto non me ne intendo dell’argomento, però si tratta davvero di una bella chiacchierata, in cui si parla relativamente poco di pugilato – e in termini che sono in grado di comprendere pure io – e molto di vita, della giovinezza di Tyson, di quel che ha combinato, di quel che sta combinando, in maniera aperta e semplice. Non dico sia istruttivo, ma è davvero un ascolto affascinante e pieno di begli spunti. Insomma, boh, lo segnalo, sai mai.

Segnalo anche che Tyson c’ha un modo di parlare che levati: se non avete gran semplicità a comprendere una parlata americana non esattamente limpida, lasciate perdere.

In AMC ci si diverte

A dicembre si diceva che Glen Mazzara, l’uomo responsabile per aver cambiato il tiro del The Walking Dead televisivo, aveva mollato tutto, pur essendosi reso disponibile per seguire la postproduzione della seconda metà di stagione. E c’era stato tutto un fiorire di dichiarazioni di circostanza su quanto comunque si sono lasciati tutti in amicizia e tranquilli che sarà sempre e comunque una ficata. Poi, però, sono saltate fuori un po’ di dichiarazioni molto meno amichevoli, pure da persone che in teoria non c’entrano nulla, ma sono amicici del Mazzara e qualcosa dovranno pur sapere.

La sostanza pare essere che in AMC, pur trattandosi di network via cavo, non c’è la stessa liberà creativa che chi gestisce una serie TV ha in altri network paragonabili. E la gente s’incazza e se ne va. Nel caso specifico, poi, AMC viene accusata di dare troppa corda a Robert Kirkman, autore del (bellissimo) fumetto a cui si ispira The Walking Dead e co-produttore della serie TV, a sua volta accusato di non cavarsela benissimo nel magico mondo della televisione e, in sostanza, di essere troppo geloso della sua creatura e il pallone e mio e decido io. Queste cose le pesco da un articolo in cui viene anche riportato che secondo alcuni Mazzara c’aveva grossa crisi nel portare avanti il suo lavoro e che la produzione della seconda metà della terza stagione si è bloccata più e più volte per questo motivo. Insomma, un casino in tutte le direzioni e un bel fiorire di gente che ha lasciato perdere le dichiarazioni di circostanza e ha cominciato a puntare il dito di qua e di là. Ah, che bello, quando tutto il mondo è paese! Comunque, febbraio, vediamo.

A margine, segnalo che il simpatico Filippo Lorenzin, che un mese fa mi aveva chiesto cose su Wii U, evidentemente ci ha preso gusto e mi ha fatto blaterare anche su Journey e su Illumiroom.

Opinionismo e pizze in faccia

Due segnalazioni veloci. La prima: dieci mesi dopo l’intervista su Recensopoli, di nuovo qualcuno ha pensato potesse essere interessante darmi voce, pensa te! Il simpatico Filippo Lorenzin ha voluto sentire leggere la mia sul lancio di Wii U e mi ha fatto un po’ di domande, che stanno assieme alle risposte a questo indirizzo qua. Lo segnalo in quello scambio di amore, link e controlink che è l’internet moderna.

Già che ci sono, poi, segnalo di essere un pirla (“Old!!!”, urlano dalle ultime file). Quando ho pubblicato questo post sui “making of ” dei due Karateka, non mi sono minimamente accorto che nel post del blog di Jordan Mechner a cui stavo attingendo veniva detta una roba fondamentale. Quella splendida cosa che risponde al titolo di The Making of Prince of Persia – Journals 1985/1993, di cui ho scritto circa dieci giorni fa, ha un seguito. Anzi, un prequel, a voler ben vendere. Mechner ha infatti pubblicato l’equivalente relativo a Karateka. Si intitola, chiaramente, The Making of Karateka – Journals 1982/1985 e a questo indirizzo ci sono tutte le informazioni del caso. Agevolo di seguito un simpatico filmato pubblicitario che mette a confronto Apple II e Apple iPhone.

Chiaramente ho comprato il libro su Kindle appena me ne sono accorto. Kindle è brutto e cattivo. Ah, stasera parto per l’Italì, dove resterò per una dozzina di giorni. Ci sono concrete possibilità che il blog si fermi di botto. Finché è durato, è stato bello.

Battlestar Galactica: Blood & Chrome #9/10

Battlestar Galactica: Blood & Chrome #9/10 (USA, 2012)
creato da David Eick e Michael Taylor
diretto da Jonas Pate
con Luke Pasqualino, Ben Cotton, Lili Bordán

E con una svolta che ci avevano telefonato già da un paio di settimane, ma che comunque ha il suo bell’impatto una volta vista in scena, si conclude questo Battlestar Galactica: Blood & Chrome, una miniserie che ha un po’ girato in tondo, ma tutto sommato ha raccontato un episodio gradevole nella storia del Galactica moderno e, soprattutto, ha fatto bene il suo dovere, presentando uno scenario affascinante e, anche con quella cosetta che si vede sul finale, di bella prospettiva per sviluppi futuri. Sempre nel caso in cui dovesse diventare una serie vera e propria. E sempre con ben in mente il fatto che, quando ci si mette a pasticciare su queste cose, è un attimo sbracare e creare dei gran casini di continuity.

Però, tutto sommato, mi piacerebbe si andasse avanti. Perché in fondo Pasqualino Adama non è malaccio e vederlo trasformarsi piano piano nel ruvido Edward James Olmos potrebbe essere sfizioso. Perché le basi poste qui raccontano di possibili sviluppi interessanti per un periodo di quell’universo narrativo che ci è stato più volte suggerito e brevemente mostrato, ma mai raccontato per intero. E poi, perché, per uno che si diverte con gli intrecci di continuity come il sottoscritto, l’idea di veder spuntare prima o poi le versioni giovani di questo o quel personaggio di Battlestar Galactica non è affatto male. Insomma, dai, incrociamo le dita. E se poi non dovesse andare in porto, poco male: ci siamo comunque visti una miniserie gradevole.

Bene, e adesso che son finiti questo e The Walking Dead, che faccio?

Battlestar Galactica: Blood & Chrome #7/8

Battlestar Galactica: Blood & Chrome #7/8 (USA, 2012)
creato da David Eick e Michael Taylor
diretto da Jonas Pate
con Luke Pasqualino, Ben Cotton, Lili Bordán

E OK, dopo tanto penare, siamo arrivati al primo incontro fra Pasqualino Adama e i Cylon dei bei tempi andati. Una faccenda interessante soprattutto in prospettiva, se mai si dovesse decidere di dar vita a una serie TV basata su Blood & Chrome, perché si apre alle possibilità più fascinose nascoste nella natura stessa di un prequel. Certo, è anche una faccenda delicata, perché – magari sbaglio – io il primo Adama della serie TV me lo ricordo parecchio indifferente alla natura “umana” dei Cylon e alla questione morale di fondo della guerra fra umani e tostapane.

Per cui è chiaro che, se qui ci si fa prendere troppo dal gusto di esplorare queste faccende, per la curiosità che Adama nell’ottavo episodio sembra mostrare per quel comportamento quasi umano del Cylon abbattuto, si rischia di scombinare un po’ troppe carte. Ma d’altronde, a occhio, il finale della puntata sembra quasi suggerire che sia proprio la natura dei Cylon al centro del mistero nascosto dietro il bel visino del personaggio di Rebecca. Ad ogni modo, fra una settimana la miniserie si concluderà e sapremo tutto. Si fa per dire.

Quel che è apparso ieri su Machinima Prime, comunque, è una bella coppia di episodi, con tanti momenti riusciti e una voglia apprezzabile di spingere in tutte le direzioni. In appena quindici minuti si vedono un bel cenno di approfondimento dei personaggi, un momento notturno molto suggestivo, un po’ di azione viscerale e coinvolgente, una mezza rivelazione e un po’ di misteri buttati lì a farti venire voglia di sapere cosa accadrà nella parte conclusiva. Bene così, no?

Comunque, nella base in cui è ambientato l’episodio, l’effetto Wing Commander è sparato davvero a mille. Se ne fanno una serie TV, spero i budget siano ben diversi.